martedì, luglio 19, 2011
domenica, luglio 17, 2011
esistono gli schiavisti
Incrocio tra via venti settembre e corso Mazzini a Savona, il sole scalda implacabile l'asfalto,sono le 14, di un pomeriggio incandescente, pochissimi i passanti, molte invece le auto con l'aria condizionata e i vetri scuri termici.
Sto percorrendo via venti settembre in direzione mare trascinando le ciabattine infradito per il caldo , arrivo all'incrocio con i quattro semafori, posizionato all'incrocio trafficato, e osservo la scena: un ragazzo ed una ragazzina, di carnagione scura, forse balcanici, vestito il primo con una maglia da calcio a strisce bianco blu e un capellino da baseball di traverso, la ragazzina con uno scamiciato rosso e un capellino rosa, approcciano durante lo stop del rosso, le auto ferme ed incolonnate, la vista dell'asfalto è tremolante per la calura, alcuni automobilisti mossi dalla pietà verso i due questuanti abbassano i finestrini ed allungano qualche moneta ai giovanissimi schiavi.
Mi avvicino per guardare meglio i due ragazzi, visi stanchi e sudati, occhi ridotti ad una fessura per il sole abbacinante, passi stanchi, ma un altro terribile particolare mi colpisce come un pugno nello stomaco : il ragazzo è focomelico agli arti superiori che infatti non esistono, si intravedono solo alcune dita deformi e tremolanti che spuntano dalla spalle, il poveretto infatti ha un bicchierino di plastica trasparente che afferra con i denti e che porge agli automobilisti i quali devono fare canestro con le monetine.
La ragazzina , dal viso carino e cotto dal sole, è più fortunata del suo collega di questua, è mancante solo, si fa per dire, della mano destra e di parte dell'avambraccio.
Data la loro terribile disabilità, i due ragazzini raccolgono parecchio consenso e conseguentemente anche molte monete dai veicoli.
Mi guardo attorno, infatti, mi pare strano che nelle immediatezze non ci sia qualche losco personaggio a gestire i due ragazzini, che in effetti sono una macchina da soldi, ho già contato una ventina di offerte in circa tre rossi del semaforo.
Accanto ai semafori, c'è un fresco macchione alberato con un muretto, ci spingo lo sguardo con maggiore attenzione e noto, comodamente seduto a fumare, un giovanotto, scuro, dall'aria decisa e seria, con le braccia conserte ,ha una canottiera candida che veste un torace largo e muscoloso, ha un paio di bermuda che non slanciano molto la sua bassa statura, il viso appare sbarbato e ha un taglio di capelli curato ed ordinato, si capisce che ha molta cura e stima di sé stesso e forse molto meno del prossimo suo.
Il tipo mi incuriosisce perché con grande impegno scruta in modo occhiuto e rapace i due poveri ragazzi, lui all'ombra bello fresco, e loro, i due tapini, che si danno da fare come api operose sotto il sole caldissimo per raccogliere soldi, che molto facilmente si sa dove andranno a finire.
Mi sorge il dubbio che il giovinastro sia il loro negriero e i due poveretti gli schiavi che usando la vista delle loro menomazioni, raccolgono le offerte.
Infatti , dopo qualche minuto , il tipo si alza con aria annoiata , la sigaretta fra le labbra, esce , bontà sua dall'ombra che gli offrivano gli alberi, e con passo deciso si avvicina ai due ragazzi, i quali senza dire una parole, gli mettono in mano delle banconote, frutto del loro lavoro.
La raccolta del denaro avviene, lontano dai semafori, in due tempi differenti, per non mostrare lo spettacolo indecente e disumano di uno schiavista il quale raccoglie i proventi della questua dai due giovanissimi invalidi, inconsapevoli di essere usati come dei bancomat dal criminale.
Nessuno degli automobilisti ha visto la manovra del passaggio di denaro tra l 'aguzzino e i due oppressi e pensano con grande ingenuità che i soldi da loro gentilmente dati ai ragazzini andranno nelle tasche di questo orrendo personaggio. A questo punto , non visto, filmo alcuni minuti di questa orrenda attività, che poi provvederò a divulgare sul web, e poi telefono alla polizia di stato, che con grande velocità invia sul posto due pattuglie, le quali fermano i tre e li identificano chiedendo loro i documenti.
A questo punto, mi sposto, nella speranza che il negriero venga allontanato e i due ragazzini siano in qualche maniera liberati dalla presenza di questo orco, vero e proprio, anche se mi rendo conto che anni e anni di schiavitù siano ben difficili da cancellare.
Forse, il vero rimedio sarebbe non dare soldi a persona che in qualche maniera siano schiavizzati, perché è chiarissima la fine che fanno i denari dati a questi poveretti : vanno a finire nelle tasche di persone crudeli e feroci che non hanno alcuna umana pietà , come nessuna pietà dimostrava quel personaggio per due giovanissimi disabili.
Un grazie comunque alla Polizia di Stato di Savona
mercoledì, giugno 22, 2011
lunedì, giugno 13, 2011
l'eccidio degli alpini della Monterosa sul colle Tortagna
L’eccidio degli Alpini della Monterosa a Colle Tortagna, Calizzano.
Usciti dalla galleria, del cosidetto forte centrale, del Colle del Melogno che immette ad una spianata occupata da un ottimo ristorante, imbocchiamo la vecchia stradina militare sterrata la quale, dopo alcune curve attraverso un bosco ceduo, porta ad un bivio, dopo aver svoltato a sinistra, entriamo in una maestosa foresta
A fine novembre del 44, due plotoni di alpini della Divisione Monterosa della Repubblica Sociale Italiana, appartenenti alla 67° compagnia del Battaglione Cadore provenienti da Garessio e dall’alta Valle Tanaro, entrano in contatto, sulla strada montana oltre Bardineto, con preponderanti formazioni partigiane, la 5° brigata Partigiana Garibaldina composta da ben tre distaccamenti.
I combattimenti sono violentissimi e l’impegno è estremo da parte di entrambi i contendenti, uno dei due plotoni Repubblicani riesce a sganciarsi e ritorna al proprio reparto accasermato a Ceva, mentre l’altro circondato, continua a combattere nella speranza di ricevere rinforzi che tuttavia non possono raggiungere, nell’immediato, la zona.
Il plotone di artiglieria alpina, perde nello scontro, l’ufficiale comandante, il sottenente Armando Merati, decorato con medaglia d’argento al V.M. alla memoria, che viene sostituito durante i combattimenti, da un sottotenente medico, Mario Da Re, il quale con altrettanta capacità, guida il reparto nella difesa della posizione, che dura per otto lunghissime ore infliggendo alla brigata partigiana forti predite, negli scontri anche l’alpino semplice Primo Durante rimane ferito gravemente sempre con le armi in pugno e morirà verso la fine di novembre .
Al termine dello scontro violentissimo, gli alpini superstiti, diciassette, verranno disarmati e dichiarati prigionieri di guerra, ma è essere “prigionieri” di reparti partigiani è solo un eufemismo che significa vita brevissima. In seguito saranno portati al forte Tortagna, una fortificazione posta sulla sommità del colle e rinchiusi in una cantina, nel livello più basso della rocca. La loro vita sta per finire in modo tragico.
Dopo essere stati rinchiusi all’interno di un sotterraneo del forte Tortagna, gli artiglieri alpini verranno passati per le armi in spregio a qualsiasi convenzione militare e soprattutto umana. Un giovanissimo militare, poco più che diciassettenne, sopravisse alla strage e ebbe la possibilità di relazionare al proprio comando cosa accadde all’alba del 27 , il ragazzo si chiamava Albareti e potrà scampare alla morte grazie alla richiesta del suo comandante, il sottotenente Mario Del Re, che inviterà alla clemenza per il giovanissimo alpino,vista la sua età. Ecco il racconto del sopravissuto, corredato dalle dichiarazioni spontanee di alcuni appartenenti alla formazione partigiana.
I prigionieri, dopo la loro cattura, vennero da subito privati delle armi e poi dell’abbigliamento personale, giacche, calzoni, maglioni e calzature. Dopo la spoliazione delle divise, i poveretti trascorsero la gelida notte in condizioni proibitive all’interno di una umida segreta del forte Tortagna, a quota 1030, in un mese freddo, novembre, e soprattutto in una località nota per le temperature decisamente rigide soprattutto se affrontate senza abbigliamento.
Viene dato per imminente un contrattacco dei militari della R.S.I., avvisati dal plotone sfuggito all’accerchiamento, per liberare i loro camerati, a questo punto i partigiani decisero di eliminare i prigionieri per evitare che venissero liberati dai rinforzi Repubblicani in arrivo.
All’alba del 27 novembre, iniziarono i “prelevamenti” dei prigionieri, per portarli dal forte sino davanti al plotone di esecuzione che li aspettava in uno slargo in mezzo alla foresta.
Quando il comandante Del Re, comprese la sorte che attendeva i suoi soldati, li incitò ad avere coraggio e li invitò a cantare le più note canzoni degli alpini, corpo a cui essi appartenevano. Nella foresta alle pendici del colle Tortagna , in quella livida mattina, due suoni contrastavano e stridevano tra loro: uno era dolce e malinconico, prodotto dalle voci degli alpini che con coraggio, intonavano le loro caratteristiche e struggenti melodie della montagna e l’altro intermittente e assordante era il suono delle armi da fuoco con cui i boia partigiani fucilavano i loro inermi prigionieri.
Ecco i nomi degli alpini, uccisi senza un minimo di pietà e di giustizia : Alzate Mario,Calcinoti Giovanni, Canzian Giovanni, Tormena Silvio Rorato Luigi, Fiorin Lino, Ulliana Saverio, De Bastian Fermo,De Biasi Gino, Garbuio Marcello, Pietrobon Pietro, Ragazzon Vittorio, Sattin Mario, Scola alfredo, Vendramin Gino, Viviani Valter, sotto la lastra di metallo che riporta i nomi una frase molto commovente : “anche per noi sola legge fu il dovere”. L’ultimo a cadere fu il sottotenente medico Mario Del Re che ebbe un comportamento onorevole sino all’ultimo istante della sua vita, cadde gridando in faccia ai suoi aguzzini “ Viva l’Italia”, in seguito, verrà decorato dal Governo della Repubblica Sociale Italiana di Medaglia d’oro al Valor Militare.
I corpi dei militari, saranno esumati e ricomposti solo dopo quattordici anni dopo, nel 1958 presso il Cimitero di Vittorio Veneto, frazione Ceneda.
Il semplice monumento, fatto dalle mani di alcuni reduci e che commemora la strage, è immerso nella foresta dove avvenne l’eccidio, un blocco irregolare di pietre cementare fra di loro, a forma di parallelepipedo, su di esso sfalsate si ergono tre semplici croci fatte con dei tondini di acciaio, sul davanti del blocco è stata affissa una targa di ottone lucido con incisi i nomi dei caduti, elecati per ordine di grado, accanto ai nomi, il luogo e l’anno di nascita.
I luoghi di nascita dei militari sono tutti del Nord Est ,VittorioVeneto, Belluno, Conegliano,Cornuda, Montebelluna, Telgate, Cavarzere, Falcade, questi giovani alpini vennero a combattere e a perdere la vita in luoghi lontanissimi dai loro paesi natali.
Dietro al blocco una lapide triangolare di pietra bianca con una breve frase:a ricordo dei 17 alpini del battaglione Cadore, caduti il 27 novembre 1944, sormontata da una stella. Su di essa una statua del Cristo che mostra il suo cuore ferito e sanguinante. Dietro a semicerchio due archi di macigni squadrati e davanti al cippo una piccola circonferenza di sassi, tutto attorno una foresta secolare di centinaia di alberi come sentinelle mute e silenziose a guardia della sacralià del sito.
Forte Tortagna, dove gli alpini furono imprigionati situato a pochi minuti dal luogo della strage e del sotterramento, ha cambiato inquilini, infatti pare che sia diventato residenza privata di una persona che lo sta ristrutturando.
Quindi la segreta dove i poveri militari della Monterosa trascorsero la loro ultima gelida notte non è visitabile anzi addiruttura il forte è invisibile alla vista, ovunque recinzioni corredate da cartelli di “ proprietà privata, attenti al cane, vietato l’accesso”che proibiscono tassativamente e ripetutamente l’ingresso ai “ non addetti ai lavori”, e un nuovo cancello di acciaio verniciato di nero, alto ben sei metri impedisce di proseguire la strada sino alla fortificazione, oramai parrebbe divenuta esclusiva residenza di VIP.
La strada di accesso a forte Tortagna , è percorsa da suv con i vetri oscurati, la stessa strada polverosa che i poveri alpini percorsero in un senso per andare a combattere e successivamente per andare incontro alla morte, così è la vita.
Roberto NICOLICK
domenica, giugno 05, 2011
giovedì, giugno 02, 2011
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