mercoledì, settembre 12, 2018

La strage di Andorno di Tollegno






La strage di Andorno di Tollegno
Valle del Cervo
Biella
22 marzo 1944
Questa zona del Biellese era all'epoca dei fatti provincia di Vercelli, ora non non più, dipende da Biella, sede già allora di industrie tessili di grande importanza e dal 43, era una zona dove operavano alcune formazioni partigiane comuniste, molto ligie ed ortodosse al dogma, non era un caso che proprio a Tollegno lavorasse come operaio tessile Francesco Moranino, detto “Gemisto” futuro “onorevole”, termine poco appropriato nel suo caso, del PCI e al centro di numerose inchieste su atrocità compiute su civili e militari della RSI. Moranino dovette pure fuggire oltre cortina a Praga, dove si prodigò con grande entusiasmo, attraverso Radio Praga a diffondere propaganda anti Italiana
In zona, non 'cera solo Moranino ma anche un certo Moscatelli, entrambi comunisti duri e puri, talmente duri da non tollerare la presenza di altre formazioni partigiane legate alla Monarchia infatti appena seppero che ad Oropa si era formato un distaccamento di resistenti non comunisti, piombarono in zona e li costrinsero alla fuga. Ma questa è un'altra storia.
Caterina Tiboldo, 48 anni operaia e le sue graziose figlie, Angiolina, 20, Mariuccia , 18 anch'esse operaie e Carmen 16 , che faceva la sartina , ricevettero la notte del 22 marzo 1944, nel casale isolato alla periferia di Andorno, dove abitavano, la visita sgraditissima di un gruppo di partigiani armati, guidati da tale Isidoro Zanchi, “Gaio” , di soprannome ma non di fatto.
Zanchi affermò di aver fatto irruzione nel casale alla ricerca di un gruppo di militari della RSI ma trovò solo quattro donne indifese , appunto Caterina, Angioina, Mariuccia e Carmen e due bimbi, Italo di 4 anni e Mirella di 3, i due uomini di casa in quella circostanza erano assenti per lavoro, dopo aver sfondato la porta non trovarono armi o armati, e le povere donne non erano Fasciste, ma evidentemente questo eroe di sta cippa, non volle sciupare la nottata.
Quello che accade nel casale non si sa con precisione, ma è immaginabile, i partigiani rossi erano usi a stuprare in branco, le femmine, vecchie e meglio se giovani e giovanissime.
Gli abitanti del luogo udirono urla e invocazioni di aiuto per diverse ore della notte e dopo tutto ciò, raffiche di mitra provenire dal cimitero e poi il silenzio, Ovviamente non osarono mettere il becco fuori da casa, erano noto che la peggior feccia facesse parte di questi gruppi armati che giravano con il foulard e la stella rossi cucita sulla giacca.
All'alba del giorno dopo, i Carabinieri recatisi alla casa dei Tiboldo la trovarono con la porta sfondata, l'interno era devastato e saccheggiato, dopo aver attraversato il ponte che passa sul torrente Cervo i militi raggiunsero il cimitero di Tollegno e trovarono accanto al muro di cinta quattro corpi di donne crivellati di colpi e abbracciati a loro due bimbi che piangevano disperati, Italo e Mirella.
La ferocia di questo eccidio compiuto di fronte a due bimbi che rimasero segnati per tutta ala vita colpì tutta la popolazione del Biellese che intervenne in massa alle esequie delle povere vittime, poi si seppe che la causa scatenante era il fatto che la povera Carmen facendo la sarta, aveva tra i suoi clienti alcuni militi repubblichini.
Grazie a questa indegna azione, due giorni dopo , cinque partigiani prigionieri della Guardia Nazionale Repubblicana furono passati per le armi nello stesso luogo dove era avvenuto la strage delle quattro donne.
In quel sito c'è una lapide che ricorda giustamente i cinque prigionieri fucilati, ma nulla di nulla che ricordi che in quel luogo quattro donne dopo inumane sofferenze furono assassinate da criminali feroci e politicizzati.

Roberto Nicolick
( manovalanza della libertà )

lunedì, settembre 10, 2018

Don Giuseppe Amateis



Don Giuseppe Amateis

Don Giuseppe Amateis era il parroco di un paese delle Valli Dio Lanzo, in questo territorio le bande partigiane, in particolare quelle di stretta obbedienza al PCI, non erano molto ben viste dalla popolazione locale per via delle ruberie che compivano a danni dei contadini e per il fatto che con la loro guerra per bande attizzavano i rastrellamenti e le rappresaglie dei Tedeschi e dei Repubblichini che comunque e sempre andavano a danneggiare i civili. Don Amateis che era un ex cappellano militare, decorato per il suo comportamento durante precedenti attività militari, non mancava dal pulpito di prendere una posizione ferma contro le attività sei partigiani che egli accusava con grande chiarezza e coraggio di taglieggiare la popolazione e di compiere imboscate contro i Tedeschi, inoltre questa guerriglia non portava alcun vantaggio alla avanzata degli Angloamericani, in effetti le parole di Don Amateis erano corrette, non solo moralmente ma anche dal punto di vista militare ma non potevano essere lasciate passare impunite dai partigiani comunisti. E così la notte del 15 marzo 1944, un gruppo di partigiani comunisti i cui nomi non sono mai resi noti presero il parroco, lo trascinarono sul greto del torrente Tesso e lo massacrarono a colpi di ascia.

sabato, settembre 08, 2018

La strage di Torriglia 5 maggio 1945



La strage di Torriglia

Torriglia è un piccolo centro abitato a poca distanza dalla grande Genova, dopo il 25 aprile 1945 in una data imprecisata, i partigiani comunisti della zona avevano fermato e imprigionato cinque giovani, che secondo loro avevano collaborato con i Tedeschi, in realtà questi ragazzi non avevano mai partecipato a rastrellamenti contro partigiani o a rappresaglie nei confronti di popolazioni civili, i loro nomi erano : Giovanni Battista Coceancing, Mario Rosset entrambi ufficiali dei bersaglieri della Divisione Italia, consegnatisi in base alle leggi di guerra ai partigiani del comando San Gottardo, Baldassarre Zappulla sergente di artiglieria , malato di pleurite e impossibilitato a fuggire, Giovanni De Sena ufficiale responsabile del magazzino di Alessandria, sito presso la cittadella, che non aveva mai partecipato ad alcuna azione di fuoco e Umberto Castelli ex partigiano già prigioniero dei repubblicani e obbligato a fare parte delle formazioni militari della RSI.
Mario Rosset si era anche prestato a fare opera di convincimento verso un gruppo di militari Tedeschi di presidio ad una fortificazione a cedere le armi, con questo suo gesto aveva evitato ad un ulteriore spargimento di sangue e aveva guadagnato un salvacondotto dalle forze partigiane.
Nonostante la guerra fosse finita, nonostante la volontà di collaborare, dei cinque giovani i partigiani comunisti locali li associarono alle carceri mandamentali di Torriglia e dopo pochi giorni, la sera del 5 maggio 1945, cinque partigiani rossi si presentarono in quel posto, per prelevarli e per “farli interrogare dal CNL di Genova” .
I prigionieri avevano da subito capito quale sarebbe stata la loro sorte e chiesero i conforti religiosi dal Parroco di Torriglia a cui consegnarono delle lettere per i loro parenti in cui fecero i nomi dei partigiani che di lì a poco li avrebbero assassinati, dopo averli spogliati di ogni effetto personale. I poveri ragazzi furono portati in località Cà Bianca e in quel luogo assassinati a raffiche di mitra in quello che fu una strage ingiustificata e illegale oltrechè inumana. Dalle lettere delle vittime di questa feroce esecuzione si poterono apprendere i nomi dei boia : Guido Galiano Petrini “Serpente” di Acqui Terme, Ermanno Forte di Avellino “Acquila”, Angelo Giovanni Cimbrico di Genova “Gratta”, degli altri due boia si potè conoscere solo il soprannome di battaglia “ Leone “ e “studente” ma la loro identità non fu mai chiarita nonostante le indagini che i Carabinieri e il procuratore portando avanti in quanto essi avevano posto in essere nell'eccidio agendo di loro completa iniziativa né in fatto di guerra, né su ordine superiore e soprattutto fuori dei limiti della amnistia.

Roberto Nicolick
( manovalanza della libertà )

domenica, settembre 02, 2018

Lorenzo Cotugno


Lorenzo Cotugno
11 aprile 1978
Torino


Sono le 7,30 dell’11 aprile 1978 a Torino imperversano i terroristi della colonna armata intitolata a Mara Cagol uccisa poco tempo rima in un conflitto a fuoco con i Carabinieri presso la Cascina Spiotta ad Acqui Terme, l’agente di custodia Lorenzo Cotugno, finisce il caffè con la moglie e poi scende in strada, in Lungo Dora Napoli, per raggiungere le carceri Le Nuove, quando esce dal portone è affrontato da una terrorista, Nadia Ponti, che gli punta contro una pistola , Cotugno  intuisce e ingaggia un corpo a corpo con  la donna che si trova in difficoltà, gli altri due terroristi, che poi risulteranno essere Piancone e Acella, intervengo contro l’agente di custodia, in particolare Vincenzo Acella con la 38 special colpisce alle spalle Cotugno e poi mentre la vittima è a terra lo finisce con un colpo alla testa, tuttavia prima di soccombere l’agente  colpito con quattro proiettili Piancone e Nadia Ponti, i quali sanguinanti riescono a risalire in auto, una 124 verde e fuggono dal luogo dell’agguato.
Intanto la moglie di Cotugno sta lavando le tazzine quando sente una serie di detonazioni , sei in tutto che provengono dalla strada, corre al balcone e vede suo marito barcollare e cadere  , scende le scale di corsa e fa appena in tempo ad abbracciarlo che lui guardandola negli occhi , muore.
Cotugno sopravvive pochissimi minuti ma nonostante fosse ferito, ha potuto rispondere al fuoco e raggiungere con due colpi uno dei terroristi, gli frattura il femore e lo ferisce al fianco inoltre ferisce la Ponti al braccio destro e alla coscia sinistra, l’agguato è finito male. Acella in questo frangente ha manifestato tutta la sua ferocia uccidendo un uomo a terra ferito ed inerme, un uomo che loro stessi sono andati  a cercare con intenzioni malvagie.
La 124 verde raggiunge l’Astanteria Martini, in quel sposto scende la donna che appare agitatissima e chiama il personale infermieristico dicendo che sull’auto c’un ferito, poi una volta fattolo caricare in barella, l’auto riparte di scatto. Il medico di guardia visto che il ferito è stato attinto da colpi di arma da fuoco e che ha al fianco una fondina vuota, avverte il poliziotto di servizio che chiama subito la Digos.
Giungono subito agenti e carabinieri in forze, per la prima volta la polizia ha in mano un terrorista che tace e solo in seguito declina le sue generalità, si chiama Cristoforo Piancone, nato a Grenoble nel 1950, e soprattutto dichiara di considerarsi prigioniero di guerra, altro non aggiunge. Appena lasciata l’astanteria Martini la Ponti e Acella, raggiungono un bar dove li attende Peci e con lui vanno in un’altra struttura ospedaliera il Maria Vittoria, dove lavora come infermiere il suo ex marito, da cui si è separata perché non condivideva la sua scelta della lotta armata. L’uomo la medica alla meglio e poi lei fa perdere le sue tracce prima dell’arrivo della polizia.
Le  condizioni di Piancone sono gravi, oltre al femore fratturato ha una pallottola nel fegato e viene trasferito sotto scorta alle Molinette per essere operato. Intanto la polizia compie le sue ricerche, il suo viso coincide con un identikit e pare essere responsabile di altre aggressioni a mano armata sempre a Torino, vengo rintracciati i suoi aprenti e si apprende che il terrorista lavorava alla Fiat come collaudatore e che dopo aver fatto volantinaggio ai cancelli si licenziò ed entrò in clandestinità.   
Lorenzo Cotugno nato Barcellona Pozzo di Gotto a gennaio del 1947, agente di custodia, in servizio alle Nuove in Corso Vittorio Emanuele II, aveva iniziato il servizio nella PP a Palermo poi era stato trasferito a TO, sposato con la moglie Franca e con una bimba di tre anni Daniela, l’anno prima era addetto al casellario, l’ufficio dove i detenuti lasciano in custodia i propri effetti personali, sempre molto corretto con i detenuti e i loro famigliari e con i suoi colleghi, in seguito era stato incaricato della gestione dei colloqui, dei controlli dei permessi e dei documenti dei parenti dei detenuti, un incarico molto delicato per cui aveva ricevuto numerose minacce anonime e addirittura un’auto aveva tentato di investirlo.
Il lavoro dell’agente di custodia, già di per sé pericoloso, a maggiore ragione negli anni di piombo, può comportare ulteriori rischi decisamente mortali. Pochi mesi prima dell’agguato che gli costerà la vita, l’auto dell’agente, posteggiata davanti alle Nuove era stata data alle fiamme e un delirante volantino di rivendicazione del nucleo proletari comunisti era stato divulgato “abbiamo colpito un picchiatore facente parte della squadra dei Sardi”, solo che a testimoniare l’ignoranza dei brigatisti,  Cotugno non era assolutamente ne’ un picchiatore e neppure Sardo.
A questo punto per tutelare la famiglia e sé stesso, aveva chiesto ed ottenuto il trasferimento all’OPG di Barcellona di Pozzo di Gotto, vicino a Milazzo, praticamente a casa sua, ma aveva rimandato il trasferimento per facilitare il passaggio delle consegne con il collega che avrebbe preso il suo posto, purtroppo i brigatisti, forse al corrente della sua partenza hanno deciso di agire prima. Cotugno cadendo eroicamente armi in pugno contro terroristi armati fu riconosciuto come Vittima del dovere ed ebbe la Medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria.
Cotugno fu uno dei tanti servitori dello Stato che cadde vittima di un odio feroce e ideologico delle Bierre che funestarono la nostra nazione. Grazie anche alla reazione di uomini come Cotugno che caddero combattendo la libertà non fu soffocata.
( articolo scritto con il contributo del quotidiano LA STAMPA )
Robert Nicolick
(Manovalanza della libertà)

venerdì, agosto 17, 2018

Giuseppe Ciotta Brigadiere di Pubblica Sicurezza 12 marzo 1977

Giuseppe Ciotta
Brigadiere di Pubblica Sicurezza
12 marzo 1977
La stelle a cinque punte, emblema di odio del terrorismo rosso delle Bierre, fa la sua prima apparizione a Lainate ( Milano ) sulla pista di prova della Pirelli il 25 gennaio del 1971. Il fatto che si autodefinissero Brigate, e non gruppi o raggruppamenti o squadre, può far pensare ad una precisa e voluta assonanza con le più anteriori Brigate d'assalto Garibaldi.
Comunque a Torino, città con un humus sociale molto interessante per l'eversione rossa, nacquero e si svilupparono ben quattro “colonne” armate che attraverso attentati dinamitardi, rapimenti, attacchi armati dimostrativi, con o senza ferimenti e soprattutto omicidi di Agenti di polizia, di carabinieri, di agenti penitenziari, avvocati, giornalisti, guardie giurate, presunte spie e non ultimi funzionari FIAT.
Un gesto infame molto usato dai brigatisti rossi era la cosiddetta gambizzazione che consisteva nel colpire ad uno o entrambi gli arti la vittima prescelta rendendola spesso inabile.
Dopo la violenza contro il patrimonio, l'azione terroristica si esplica in modo più diretto contro le persone, colpevoli secondo le Bierre, di essere servi del sistema o meglio dello SIM , stato imperialistico delle multinazionali.
Siamo al 12 marzo del 1977, un sottufficiale della Pubblica Sicurezza, Giuseppe Ciotta, esce da casa sua in Via Gorizia, Quartiere Santa Rita, dove abita con la moglie e la figlia di due anni, una zona popolare di Torino, per recarsi al lavoro all'Ufficio politico della Questura.
Ciotta è un brigadiere che ha l'incarico di sorvegliare le attività politiche esterne alla Facoltà di architettura, al Politecnico e al Liceo Scientifico “Galileo Ferraris”, in tale veste aveva contribuito alla cattura della Professoressa Adriana Garizio, sospettata di essere una brigatista e condannata a tre anni per tale accusa.
Gli studenti lo conoscono e spesso si fermano a chiaccherare con lui. E' un operatore attento e intelligente, stimato dai giovani studenti che non lo vedono come un elemento alieno al loro ambiente, e questo può rappresentare un pericolo per l'eversione rossa che decide di colpirlo.
Ciotta è la prima vittima a cadere a Torino per mano di un gruppo, comunque riconducibile alle Bierre, che si autodefinisce attraverso un ciclostile “ Brigate combattenti “ in cui il suo omicidio è per vendicare un “compagno” morto a Bologna, lo studente Lo Russo.
Sono le 8 , il Brigadiere esce dal portone di ingresso di casa di Via Gorizia, entra nella sua 500 FIAT alza il viso sorridendo per salutare la moglie affacciata al balcone che lo saluta , la strada come ogni mattina lavorativa è piena di gente che esce , che sale sui bus e sui tram o in auto, per andare a scuola o al lavoro, appaiono come dal nulla, tre soggetti armati, uno di loro sfonda il vetro dell'auto con il calcio della pistola e spara tre colpi di rapida sequenza, uno raggiunge al cuore Ciotta che non ha il tempo di estrarre la sua arma di ordinanza e muore sul colpo.

l'omicidio di Italicus




Don Virginio Icardi
“Italicus”
Don Icardi era un parroco , classe 1908, di Cassinelle (AL), entra in seminario ad Acqui Terme e viene ordinato sacerdote a luglio del 1926, ad appena 18 anni, inizia come vice parroco a Bistagno, poi parroco a Squaneto. In quel centro abitato, di poche centinaia di abitanti, con trentasei famiglie, povero di risorse ed isolato dal resto del mondo, Don Icardi, prete di grande valore etico ed ideale, si presta a favore della popolazione nei momenti più duri della guerra civile che insanguinò il basso Piemonte.
Ad Acqui c'era un forte contingente di militari Tedeschi e di Repubblicani accantonati nella caserma “Battisti”, mentre nelle zone rurali spesso operavano bande partigiane, quindi i civili della zona erano tra l'incudine dei rastrellamenti dei Tedeschi e dei Fascisti e le scorrerie dei partigiani.
Don Icardi fa una scelta , per meglio proteggere la popolazione del comprensorio che ruota attorno a Squaneto, Bistagno, Spigno Monferrato, grazie al suo carisma che esercita sulla popolazione locale, forma un reparto di patrioti, ne raccoglie una sessantina circa, li addestra e li organizza e li arma. Il suo reparto dispone di una mitragliatrice, di una quarantina di armi individuali e di alcune decine di bombe a mano.
Il suo reparto inizia ad agire tiene i contatti con i partigiani Mauri, che agivano nelle Langhe nel Monferrato e si astiene dal svolgere attività militari con le formazioni comuniste di base in Liguria e nella Valle Bormida, inoltre contribuisce al salvataggio di alcuni piloti di arerei da combattimento Britannici, abbattuti dalla flak Tedesca.
Rifiuta quindi il commissario politico che ha il compito di indottrinare i partigiani con la ideologia marxista. Anzi adotta come nome di battaglia Italicus a significare il suo rifiuto a ideologie straniere e lontane dalla realtà nazionale, la sua formazione prende il nome dal suo capo.
Questo lo mette in contrapposizione con i partigiani comunisti ma non solo, infatti il suo vescovo guarda con sospetto e con forte disapprovazione la sua opera di capo partigiano e alla fine lo sospende a “divinis”. Ma soprattutto Italicus tutela la popolazione locale, e impedisce che sia vittima di soprusi e “espropri”. La sola esistenza del reparto di Italicus impedisce ai partigiani comunisti di entrare nella sua zona di influenza e al tempo stesso tiene lontani i Tedeschi e i reparti repubblichini.
Ma qualcuno decide di creare il casus belli, una pattuglia di partigiani provenienti da Cairo Montenotte, arriva in zona e sequestra tre genieri Tedeschi distaccati ad Acqui che si stavano recando al mare, si era ad agosto del 1944. All'alba del 19 agosto 1944, da Acqui partirono ingenti reparti delle SS e della RSI, le truppe iniziarono un rastrellamento che interessò Malvicino, 45 civili furono presi in ostaggio e minacciati di essere fucilati se i tre genieri Germanici non fossero stati rilasciati. Era chiaro che chi aveva preso i tre tedeschi non li avrebbe mai rilasciati e in quel caso avrebbe provocato la rappresaglia delle SS che avrebbe innescato una spirale di odio senza fine, ma in fondo era proprio questo l'obiettivo dei partigiani comunisti, sangue chiama sangue.
In quella intervenne Don Icardi, che raggiunse il luogo dove i tre Tedeschi erano tenuti, fece firmare loro un documento in cui dichiaravano di essere stati trattati bene dai partigiani e pregavano i loro camerati di trattare con la stessa benevolenza gli ostaggi epoi di non fare loro violenza, poi convinse il partigiano noto con il nome di “biondino” di rilasciarli. Cosa che avvenne ma che firmò la sua condanna a morte.
Aveva impedito con giudizio, che gente innocente fosse uccisa ingiustamente per un gesto che non aveva nulla di militare o strategico, si trattava di tre semplici genieri, personale non combattente, la cui cattura ed eventuale uccisione, non avrebbe portato nessun vantaggio alla lotta di liberazione ma solo morti innocenti.
Questo suo gesto usciva dalla logica conflittuale e distruttiva dei partigiani comunisti, che non lo perdonarono, egli stesso percepì che il suo darsi da fare per salvare degli innocenti gli aveva fatto crescere l'odio attorno di chi non aveva interesse ad una pacificazione.
Infatti la sera del 2 dicembre 1944, mentre tornava da cenare con altri patrioti, a Pareto in località Isole, un gruppo di persone gli tese un agguato e Italicus fu assassinato a tradimento con una raffica di mitra ad appena 36 anni.
Chi lo rinvenne verso le 19, lo descrisse con scarponi, fasce chiare, pantaloni scuri, giaccone e sciarpa, era disteso sulla strada, in direzione di Miglio con il capo rivolto alla collina sovrastante.
Alle 21 circa giunse un commissario, Mariottini, il messo del comune e una guardia, raccolsero il corpo e con una lettiga di legno di quelle usate in campagna lo portarono alla Cappella di San Lorenzo.
Il Vescovo di Acqui vietò le esequie a Don Icardi, allora di fronte a tanta cattiveria, un suo ex nemico, il Generale Amilcare Farina, comandante della San Marco, lo fece inumare presso il cimitero delle Croci Bianche e fece benedire la salma dal Cappellano Militare il frate Giovanni del Monte.
Dopo la morte di Italicus chiunque si fosse interessato troppo per sapere i nomi degli assassini sarebbe stato minacciato di fare la stessa fine, accadde a sacerdoti suoi amici e anche alla sorella di Italicus.
A tutt'oggi i nomi dei suoi assassini non sono noti.

L'omicidio del Maresciallo Berardi a Torino da parte delle BR

Maresciallo di P.S. Rosario Berardi
Commissariato porta Palazzo
Torino
Rosario Berardi, maresciallo della polizia, nativo di Bari ma cresciuto a Ruvo di Puglia, già in servizio presso la Questura di Bari, padre di 5 figli, alle 7,30 del mattino del 10 marzo 1978, beve una tazza di caffè con la moglie e poi esce per recarsi al lavoro, ex appartenente alla Digos, dipartimento investigativo generale e operazioni speciali, aveva maturato una grande esperienza nel campo della lotta al terrorismo partecipando a numerose operazioni di servizio, con la scoperta di alcuni covi di brigatisti ed all'arresto di molti appartenenti alle bierre, fra cui Maurizio Ferrari.
Berardi, tranquillo e sereno, esce dal portone numero 1 di Via Manin, quartiere Vanchiglia, Torino, a piedi come al solito si dirige in Corso Belgio dove c'è la fermata del tram numero 7, che lo avrebbe portato al lavoro al Commissariato di Porta Palazzo dove attualmente prestava servizio.
In corso Belgio, un gruppo di brigatisti, quattro, di cui tre uomini e una donna, sono in agguato, armati, appostati in auto dalla mattina, una comune 128 FIAT di colore blu, posteggiata dalla parte opposta alla fermata del tram su cui sarebbe salito Berardi, molto probabilmente hanno studiato per settimane e forse per mesi le sue abitudini, l'autista tiene il motore acceso, perchè a poca distanza c'è il commissariato di polizia del quartiere Vanchiglia.
Quando Rosario Bersrdi esce dal portone di casa, in borghese e con la pipa tra i denti, il meccanismo omicida si mette in moto, una donna, Nadia Ponti “Marta” segnala l'arrivo della vittima ai suoi compagni che scendono dall'auto in tre, uno di essi, Patrizio Peci, “Mauro” ha un mitra nascosto sotto il soprabito e si muove parallelo alla vittima nella sua stessa direzione, in attività di copertura, gli altri due, Cristoforo Piancone “Sergio”, e Vincenzo Acella “Filippo”, attraversano in diagonale la strada e e si portano alle sue spalle, estraggono le loro armi, una Nagant MI 895 e una Beretta Serie 70, ed esplodono tre proiettili tutti andati a segno, con due pistole di diverso calibro.
Il maresciallo non riesce ad estrarre la sua pistola di ordinanza che custodiva nel borsello e cade a terra ferito gravemente ma ancora in vita, ha un gesto istintivo : con le mani cerca di ripararsi il volto.
La gente rimane paralizzata dal terrore ma non si può avvicinare alla vittima perchè il terrorista con il soprabito imbraccia il mitra e minaccia i presenti, gli altri due si avvicinano al maresciallo a terra e gli sparano altri quattro colpi al capo e ad un braccio, prima di risalire sull'auto i terroristi afferrano il borsello del maresciallo con dentro i suoi effetti personali, agendina dove il maresciallo custodiva i recapiti telefonici di una ventina di suoi ex collaboratori dell'antiterrorismo che ovviamente da quel momento sono in pericolo anch'essi e l'arma in dotazione, una Beretta calibro 9 con caricatore bifilare. La 128 sparisce nel traffico
L'azione si svolge in meno di un minuto. Un passante corre al Commissariato Vanchiglia e avverte della sparatoria, arriva un agente con la pistola in pugno che riconosce il maresciallo, ma non può fare altro che telefonare alla Croce Rossa, purtroppo Berardi arriva morto alle Molinette.
I posti di blocco non danno alcun risultato, i brigatisti si sono mossi in modo militare e con spietatezza fidando nella debolezza politica dello stato che non lascia libertà di azione alle forze di polizia.
In questura centrale la notizia arriva come una bomba e scatena il dolore e la rabbia degli agenti, dei sottufficiali e dei funzionari, Berardi era un operatore onesto, preparato e molto stimato dai suoi colleghi. La sua famiglia ne è sconvolta, come ne è colpita la città di Torino.
Il giorno successivo una telefonata all'ANSA, fa ritrovare alle 15, in una cabina telefonica di Via Cibrario un volantino delirante e pieno di odio, in cui le Bierre rivendicano l'omicidio del sottufficiale “nel quadro del più generale attacco alla struttura militare del nemico”.
Nel mega processo alle Bierre nella ex caserma Lamarmora, gli imputati tentano di leggere un analogo comunicato di rivendicazione ma il Presidente della Corte Giudicante glielo impedisce.
Le indagini investigative non porteranno a nulla, poi, due anni dopo, Patrizio Peci un terrorista pentito si autoaccuserà e farà una chiamata di correo nei confronti di Nadia Ponti, Vincenzo Acella e Cristoforo Piancone.