venerdì, aprile 24, 2020

Gli omicidi del partigiano Mazzini, detto comandante Barbano




Ci avviciniamo alla cosiddetta festa del 25 aprile e io, credendo nella verità a 360°, continuo a postare i frutti delle mie piccole ricerche su crimini compiuti da soggetti che usarono la resistenza come paravento per commettere,da impuniti, soprusi, estorsioni e ricatti, stupri ed omicidi. Tutte le mie ricerche sono state fatte con obiettività, freddezza, in modo asettico e senza esprimere opinioni , non sono un passionale ma solo ed unicamente un divulgatore di fatti realmente accaduti.

Fiano è un piccolo comune delle Valli di Lanzo, a poca distanza da Torino, nel corso della seconda guerra, fu meta di numerosi sfollati che dal capoluogo di regione vi erano giunti per sfuggire ai bombardamenti alleati, che martellavano Torino. Il Sindaco di Fiano e il Maresciallo dei Carabinieri avevano provveduto alla sistemazione di tutti questi profughi, sistemazione non sempre molto comoda ma tuttavia era sempre meglio che vivere sotto l'incubo delle bombe alleate.
Fra questi sfollati c'era un certo Angelo Mazzini , anch'egli evacuato assieme alla moglie. Mazzini è nativo di Casale Monferrato, è un soggetto deciso e sa quello che vuole, dopo il 1943, si unisce da una brigata partigiana che opera in Piemonte, la prima zona, e in parte della Lombardia, assieme a lui agiscono due suoi fedeli gregari, Walter Brossa e Giuseppe Percudani, ma è chiaro che il leader è Mazzini, nome di battaglia colonnello Barbano.
Non a caso Mazzini sarà al centro di indagini e istruttorie per tutta una serie di crimini e per quattro omicidi, già nel 1939 aveva aggredito verbalmente e fisicamente due agenti di polizia, la cosa poi era passata sotto amnistia .
Mazzini era notoriamente un prepotente, a Fiano aveva un orto in comune con la famiglia Bettini e frequenti erano le controversie per la divisione delle verdure, che Mazzini risolveva invariabilmente impugnando una pistola e minacciando la moglie di Bettini, Rosalia Regina Enria.
Quindi non fu casuale che uno dei primi omicidi di cui fu accusato fosse proprio quello della Torinese Rosalia Regina Enria, accusata sempre dal Mazzini, di essere una spia dei Fascisti, una accusa assolutamente infondata in quanto la povera donna addirittura ospitava un prigioniero Britannico sfuggito da un campo di prigionia, Thomas Jones.
Rosalia per replicare a questa accusa si presentò volontariamente al comando partigiano, accompagnata dal militare Inglese il quale doveva testimoniare a favore della sua buona fede, entrambi appena entrarono nel comando sparirono e i loro due corpi vennero trovati crivellati di colpi sulla strada tra Pessinetto e Ceres il 22 di agosto del 1944. La donna non sapeva che Mazzini aveva addirittura detto al Prete di Fiano, Don Bazzoli, che alla prima occasione l'avrebbe uccisa.
Ovviamente gli assassini non si limitarono ad ucciderli, ma tentarono anche di infangare la memoria della povera donna affermando che lei e Jones erano amanti .
Il marito della Rosalia tuttavia non se ne stette, e iniziò ad indagare per scoprire chi fossero gli assassini della moglie ma soprattutto per riabilitarne la memoria, raccolse un dossier e forse si avvicinò troppo alla verità, infatti un testimone affermò che Mazzini disse “ Bettini gira un po troppo e ciò può darci dei fastidi , è più conveniente toglierlo di mezzo” , detto fatto, Bettini fu ucciso con due colpi alla nuca, il 30 maggio del 1945 a Torino e il suo cadavere abbandonato in Corso Tirreno con un cartello attaccato al petto con scritto “spia confessa”. In realtà Bettini era una persona per bene, non era un delatore, e le maestranze della Snia Viscosa dove egli lavorava, piansero la sua morte lo commemorarono con una lapide nello stabilimento.
E forse anche la giovanissima figlia, Fiorenza Bettini avrebbe fatto la stessa fine dei genitori se la polizia alleata non la avesse nascosta presso una casa sicura a Torino. Fiorenza Bettini nel 1952 testimonierà fra le lacrime al processo in corte di assise a Genova contro gli assassini dei suoi genitori.
Anche i gregari di Mazzini non risparmiavano il piombo, una ragazza di appena 18 anni, Jole Cocco in Brunetti, sempre con l'accusa di essere collaborazionista dei nazisti, fu rapita e portata a Carignano, Torino, sottoposta da una farsa di processo del popolo e giustiziata sommariamente a Carmagnola il 28 aprile del 1945, in realtà era solo la punizione per un rifiuto ad una richiesta sessuale.
Un'altra vittima della triade Mazzini, Brossa e Percudani, fu un'altra brava persona, il Dott. Mario Rigoni, medico condotto di Melegnano, nonché marito di una nipote di Mazzini, fu rapito l'otto maggio del 1945 e messo su un'auto, con l'accusa di essere amico di un gerarca, Farinacci, lungo la strada, sul ponte del Ticino, lo fecero scendere e gli spararono, venne assassinato con la motivazione, falsa, che aveva tentato di fuggire, poi i suoi assassini si divisero il suo portafoglio e l'orologio d'oro che finì al polso di Mazzini.

Negli anni 50 la Giustizia si mosse, Mazzini e i suoi compagni furono processati e condannati in primo grado a 30 anni di carcere il primo e Brossa a 12 anni, furono inoltre riconosciuti responsabili dell'omicidio del Dottor Rigoni e di Domenico Bettini mentre per gli altri omicidi furono prosciolti.

lunedì, aprile 13, 2020

La strage di Porzus




La strage di Porzus
Una strage compiuta da partigiani comunisti su partigiani bianchi

Era il sette febbraio del 1945, di pomeriggio, quando una colonna di circa 80 gappisti comunisti armati di fucili mitragliatori, guidati da Mario Toffanin, detta Giacca, e da Fortunato Pagnutti, detto dinamite, salì sino alle pendici del dei monti Topli – Uork, raggiunse un gruppo di malghe a un'ora di marcia da Porzus, a circa mille metri di quota sulla pedemontana Tarcento - Cividale, dove era acquartierato il quartier generale della Brigata partigiana Osoppo, un gruppo di resistenti non comunisti e che avevano sempre rifiutato di essere assorbiti dagli slavi di Tito, questo loro netto rifiuto fu il motivo della strage.
L'ordine di eliminare il gruppo dirigente della Osoppo, era partito direttamente dai vertici Slavi, ma gli assassini furono Italiani.
I gappisti comunisti si poterono avvicinare alle malghe di Porzus dicendo alle sentinelle che erano sbandati fuggiti ad un rastrellamento Tedesco in Carnia e che volevano unirsi ai partigiani bianchi, in realtà era un piano preparato ad arte per arrivare indisturbati al campo della Osoppo e compiere l'eccidio.
Appena arrivati nello spiazzo delle malghe , partigiani comunisti tirarono fuori le armi e disarmarono immediatamente i presenti fra cui il comandante Francesco De Gregori detto Bolla , zio del cantante ed ex ufficiale degli Alpini, e lo abbatterono a raffiche di mitra assieme al responsabile politico del Partito D'Azione, Gastone Valente oltre a due giovani partigiani, nella concitazione del momento, un'altro dei capi della Osoppo, Aldo Bricco, seppur ferito riuscì a buttarsi velocemente nel bosco e a sottrarsi alla morte. Bricco negli anni successivi diventerà maggiore del 4° Reggimento Alpini di stanza a Torino e avrà sempre addosso le stigmate di ben sei pallottole e non dimenticherà mai i visi degli assassini che vide all'opera. Bricco si congederà dagli Alpini con il grado di Generale,se non si fosse buttato nel bosco sarebbe stata la 18° vittima.
La mattanza non era finita, i gappisti presero altri 14 giovani , tra cui Guido Pasolini, detto Ermes, fratello del Poeta e Regista Pier Paolo, li portarono nella macchia e dopo una farsa di processo del popolo, li abbatterono a raffiche di mitra a Bosco Romagno, ovviamente dopo avergli fatta scavare la propria fossa.
L'accusa era di osteggiato la politica di alleanza con i partigiani Titini e di aver trattato con i Tedeschi per evitare l'annessione dei territori Italiani del confine orientale alla Jugoslavia. Tra le vittime del brutale eccidio ci fu anche una donna, Elda Turchetti, detta Vanda, uccisa assieme a tutti gli altri. La Turchetti era prigioniera della Osoppo sotto l'accusa di essere una spia ma comunque era in attesa di giudizio.
Prima dell'eccidio i partigiani della Osoppo furono pestati a sangue e alla fine del brutale pestaggio fu chiesto loro se volevano passare dalla parte della brigata comunista, nessuno di loro, tranne due, fece questa scelta e allora si procedette alla serie di esecuzioni sommarie.
La strage non venne consumata in un unico sito ma fu compiuta in tre diverse malghe e in momenti diversi. Alla fine dello scannamento, il cappellano della Osoppo, Don angelo Moretti, provvide egli stesso a trovare, recuperare e ricomporre le salme delle vittime etestimonierà ai vari processi che si terrano a Lucca e Firenze, descriverà lo stato dei corpi a testimonianza delle sevizie che i poveretti avevano subito.
L'eccidio di Porzus fu un infame crimine senza alcuna giustificazione, dettato dalla completa e cieca obbedienza dei partigiani comunisti Italiani, agli gli ordini degli Slavi che in questo modo eliminavano ogni forma di resistenza non comunista e non asservita ai loro piani di conquista dell'Italia dell'est.
Nel 1952 ci fu un primo processo presso la Corte di Assise di Lucca a 52 imputati , di cui 18 latitanti in fuga dietro la cortina di ferro, che si concluse con 41 condanne e 11 assoluzioni e pene a 704 anni che con i condoni si ridussero 289 anni, tutti gli imputati furono assolti dalla accusa di tradimento della Patria, ma nel 1959 fu emanato un Decreto Presidenziale di amnistia, che coprì anche i reati di natura politica, compreso ogni delitto comune determinato  in tutto o in parte  da motivi politici. Il capo della banda che compi la strage, Toffanin, non si pentì mai di quello che fece e si disse sempre convinto di aver eseguito una sentenza contro dei traditori, investito dalla volontà del popolo, addirittura percepirà la pensione e morirà in Slovenia senza tornare mai in Italia.
Una sessantina di anni dopo , un capo politico comunista della brigata Garibaldi responsabile dell'eccidio, Giovanni Padoan, detto Vanni all'età di 91 anni chiese perdono ai famigliari delle vittime trucidate mentre nel 1945, a De Gregori fu conferita la Medaglia D'oro al Valor Militare pur con una motivazione molto lontana dalla verità dei fatti.
Ecco i nomi dei principali imputati della strage di Porzus : Mario Toffanin, Vittorio Juri , Alfio Tambosso  Ostelio Modesti, Giovanni Padoan, Aldo Plaino, Lorenzo Deotto, Leonida Mazzaroli, Urbino Sfiligoi, Tullio Di Gaspero, Adriano Cernotto, Giorgio Julita, Mario Fantini, Gustavo Bet,

domenica, marzo 15, 2020

Gli omicidi nel triangolo rosso della morte Manzolino, Modena, Castelfranco Emilia, San Giovanni in Persiceto e Sant'Agata Bolognese


Gli omicidi nel triangolo rosso della morte
Manzolino, Modena, Castelfranco Emilia, San Giovanni in Persiceto e Sant'Agata Bolognese

La zona del Manzolino è attualmente una enclave protetta a livello faunistico ma nel 1945 e anche successivamente fu un sito dove i partigiani comunisti che terrorizzavano la zona, compivano le loro esecuzioni sommarie, la zona era compresa tra Modena, Castelfranco Emilia, San Giovanni in Persiceto e Sant'Agata Bolognese . Fu definita, non a caso, il triangolo rosso della morte. Essendo una zona molto vasta , disabitata e isolata era l'ideale per scannare fascisti o presunti tali e per occultarne i corpi nella certezza che nessuno li avrebbe trovati. , centinaia di cadaveri o quello che ne restava vennero rinvenuti per caso o i seguito a delle ricerche mirate da parte dei carabinieri su denuncia dei parenti degli scomparsi.
La catene dei delitti, almeno quelli denunciati, iniziò nel maggio del 1945, una delle prime vittime, riconosciute dai parenti, fu un commerciante Bolognese, Mario Nadir Polidori, prelevato presso casa sua fu portato in un campo alla periferia di Castelfranco dove fu ucciso e sepellito, quando venne ritrovato nella fossa comune accanto ai suoi resti, c'erano altre cinque spoglie che purtroppo non furono identificati. La furia omicida dei partigiani rossi si concentrò soprattutto su chi aveva indossato una divisa, infatti Polidori apparteneva ad una unità di elite della RSI, il Battaglione Nembo, .
A maggio inoltrato fu la volta di Aldo Aldovini di anni 27, un ex caporalmaggiore dell'antiaerea, il quale proveniva da Ariano ed era diretto a Bologna per lavoro, la sua auto si fermò nottetempo davanti ad un posto di blocco di partigiani, fu fatto scendere, “processato” , pestato a sangue e derubato di tutto e quindi assassinato con il classico colpo alla nuca, stessa fine impietosa toccò a Bruno degli Innocenti anch'esso ex paracadutista del Battaglione Nembo e quindi a Vittorio Zanoni.
Alessandro De Stefano era un orefice e facoltoso proprietario terriero Bolognese, che abitava un casale in quel di Recovato, fu prelevato la sera e non fece più ritorno dai suoi, il suo corpo fu ritrovato abbattuto con il classico colpo alla nuca, l'orefice era stato vittima in passato di rapine ed “espropri proletari” da parte di partigiani comunisti, a cui non si era rassegnato e che fu oggetto da parte sua di denuncia, dopo il 25 aprile 1945, al Sindaco del paese, i saccheggiatori per evitare di essere scoperti ed arrestati dai carabinieri decisero di sopprimere Di Stefano, ma il primo tentativo andò a vuoto infatti l'orefice si barricò in casa e allora i suoi assassini dovettero tornare una seconda volta per poter compiere il loro sporco lavoro, poi toccò al droghiere sempre di Recovato, Bernardo Giovannoni assassinato in quanto iscritto al PFR e il cui corpo non venne mai ritrovato, probabilmente sparito nel Manzolino assieme a tanti altri.
Nel giugno del 45 un delitto eccellente, il Canonico Don Giuseppe Tarozzi, parroco di Riolo di Castelfranco, di lui rimase solo la dentiera sul comodino, la notte come era loro costume, alcuni partigiani comunisti si presentarono alla porta della canonica bussando con prepotenza . Il sacerdote aveva terminato di recitare il breviario poco prima in chiesa, e si era coricato . Siccome tardava ad aprire l’uscio, abbatterono la porta con una scure, irruppero nella sua camera da letto, e lo trascinarono via così com'era , in camicia da notte.
Alcuni parrocchiani lo videro portare via dietro la canonica e sentirono la voce dell'anziano prete implorare pietà, poi il poveretto scomparve nel nulla e il suo corpo non venne mai trovato. Forse bruciato nel forno o gettato nel pozzo nero della casa di qualche contadino. Don Tarozzi era solo un vecchio sacerdote ma faceva parte di coloro che potevano dare fastidio a quelli che si erano autoproclamati padroni di quelle terre. Dopo la scomparsa di Don Tarozzi la canonica fu completamente svaligiata di tutto, valori, mobili, biancheria.
Un altro misfatto che destò grande orrore nella popolazione della bassa Modenese, fu quello relativo al duplice omicidio di una madre e di suo figlio, la signora Rosa Neri e di suo figlio di appena 17 anni, i due abitavano a Manzolino, furono prelevati dai soliti partigiani comunisti, portati lontano e assassinati a raffiche di mitra.
A questa serie di delitti molti altri se ne aggiunsero tanto che per tutta l'estate del 1945 nessuno si azzardava a percorrere la Via Emilia che collegava la periferia di Bologna con Modena.
Ma tre delitti particolarmente feroci si svolsero a Castelfranco Emilia ed ebbero come vittime tre brave persone di Piumazzo, la più grande delle frazioni di Castelfranco, avvenuti nel maggio del 1945, Armando Vignali e Luigi Garagnani, entrambi coniugati con famiglia , e la terza vittima Alberto Garofani di 37 anni.
Il Vignali e il Garagnani furono presi presso la propria abitazione da partigiani comunisti di Bazzano e cioè Mario Anderlini agente della polizia ausiliaria, i fratelli Aristide e Luciano Marzoli di Piumazzo, Rino Trenti, Francesco Lambertini, Romeo Raguzzi, Arturo Grandi.
Vignali e Garagnani dopo essere stati sequestrati, furono portati nella casa dei fratelli Marzoli, dove vennero sottoposti a feroci sevizie per tutta la notte, poi all'alba più morti che vivi , vennero trascinati in un campo isolato dove il Vignali morì quasi subito per le torture subite e il Garagnani, che respirava ancora, fu fatto sdraiare in una fossa e crivellato di colpi, poi gli assassini si spartirono i denari e gli orologi delle vittime.
Quando gli ex partigiani arrestati , resero piena confessione ai Carabinieri, dissero che Vignali era stato torturato a morte in quanto nel passato, da guardiacaccia aveva redarguito uno dei Marzoli per caccia senza permesso, mentre l'esecuzione di Garagnani fu decisa perchè da impiegato del comune aveva negato all'altro Marzoli una dispensa dal servizio militare per motivi agricoli. Invece il povero Garofani era un appartenente alle BBNN di Torricella di Mantova, tuttavia era stato prosciolto dal CNL di Mantova, da ogni accusa di collaborazionismo per cui era tornato a Piumazzo dalla famiglia, con un regolare lasciapassare nonostante ciò, fu fermato e fucilato dai soliti partigiani comunisti e nascosto in una fossa assieme alle due precedenti vittime.
A pochi giorni dall'arresto gli assassini con i ferri ai polsi, condussero i carabinieri e i parenti delle vittime presso il luogo dell'occultamento dei corpi delle vittime, che poterono essere restituiti alle famiglie e avere una cristiana sepoltura.

Nel 1948, dopo centinaia di denunce e dopo tre lunghi anni di istruttoria si svolsero i primi processi per condannare i responsabili di questi omicidi di massa, una trentina di ex partigiani vennero processati alla Corte di Assise di Modena, nelle indagini per gli omicidi nella bassa Modenese furono coinvolti fra gli altri, Ermese Vanzini latitante , Bruna Natalini meglio nota come partigiana Giovanna, suo fratello Bruno, Mario Melotti, Bruno Bianchi , questi ultimi quattro hanno pienamente ammesso la loro partecipazione a questi omicidi oltre agli assassini di Piumazzo.
Questa era la qualità morale ed umana dei partigiani comunisti , molto, molto bassa.
Roberto Nicolick

sabato, marzo 07, 2020

l'omicidio di Aventino Borione


Aventino Borione , ex alpino, partigiano della Brigata Garibaldi di Verres, classe 1922, scomparve nel marzo del 1945, ucciso da un suo compagno, appartenente alla stessa banda, fu assassinato a sangue freddo e soprattutto a tradimento con un colpo alla schiena, poi il corpo venne occultato sotto ottanta centimetri di terra in un campo di segale, della frazione di Champurney nel comune di Arnaud in Valle D'Aosta. Accanto al luogo dell'occultamento solo un piccolo melo, unico punto di riferimento.
La madre e la sorella del partigiano vennero tenute all'oscuro di tutta la vicenda e per circa 50 anni non seppero mai la verità su questo delitto.
La sorella Angela, una donna forte ed energica, tuttavia non si era mai arresa , non si era mai fatta convincere dai silenzi colpevoli dei compagni di Aventino, dagli sguardi sfuggenti di chi sapeva ma non voleva parlare. Qualcuno sapeva la verità ma aveva l'interesse a tacere.
La madre del povero Aventino si spense senza la consolazione di poter pregare sulla tomba del figlio ma la sorella non mollava e continuava a indagare senza sosta, a chiedere in giro , ottenendo solo questa terribile risposta : “soldi quanti ne vuoi ma le ossa non chiederle”, perchè evidentemente si era trattato di una esecuzione.
Un giorno finalmente, una donna spinta dalla pietà e dalla ingiustizia di quel gesto, parlò alla sorella, le disse di sapere dove era sepolto, un'altra donna le disse di averlo incontrato, proprio il giorno del suo assassinio, mentre saliva lungo un sentiero in direzione di Champurney con un piccone ed una pala, si erano parlati, lui le disse in dialetto che il suo capo lo avevano mandato a lassù a fare un lavoro, non sapeva bene cosa.
In realtà era un appuntamento con la morte. Ad attenderlo c'era il suo assassino, gli fece scavare una fossa, lo fece addirittura sdraiare due volte sul fondo per verificare se lo scavo fosse sufficiente. A scavo ultimato lo ammazzò colpendolo alle spalle come solo un vile sa fare
Il movente dell'omicidio non si seppe mai esattamente, forse è da ricercare in una iniqua spartizione di un bottino. I partigiani avevano rubato un furgone carico di scarpe di un magazzino di Verres, appartenente ad un commerciante Piemontese, poi si erano distribuiti le scarpe fra di loro. Dalla spartizione Aventino era rimasto fuori, contrariato si era allontanato dalla brigata ed era entrato nella Brigata di Brusson nella Valle d'Ayas, con questo gesto aveva firmato la sua condanna a morte.
Dopo che la ruspa lo ha trovato in quel campo di segale e lo ha riportato alla luce , Aventino Borioni, risposa nel camposanto di Verres, finalmente accanto alla tomba della sua mamma e dove sua sorella Angela lo può andare a salutare. Secondo alcune voci ad uccidere il povero Aventino sarebbe stato un certo Bruno B. che non potrà più parlare in quanto morto a seguito di un incidente.
, prIn quella zona Aventino non fu l'unico a perdere la vita per la malvagità umana di chi diceva di combattere per la libertà, ma molti altri innocenti morirono, per esempio presso la cappella di San Rocco a Verres , sei persone furono passati per le armi, accusati essere fascisti e fra di loro una giovane donna dai capelli rossi incinta, prima violentata dai partigiani e poi sventrata. Mentre nelle vicinanze del forte di Machaby alle spalle di Arnaud, tuttora sono sepolti i corpi di una donna e del suo bimbo.




giovedì, marzo 05, 2020

Il boia della Val Susa

Una signora che abita nella cintura Torinese mi ha telefonato, dopo aver letto i miei post sulle atrocità dei partigiani comunisti in Liguria e ha voluto raccontarmi di un soggetto noto come il boia della Val Susa e delle sua feroci gesta.
Giuseppe Faletto, nome di battaglia Briga ma ancora più famigerato noto come il boia della Val Di Susa , inquadrato nella 3° Divisione Garibaldina in Val di Susa, partigiano comunista molto violento e deciso, soprattutto nel giustiziare le presunte spie e quindi definito utile alla causa, operò tra Pianezza, Druento, Alpignano, Pianezza, Collegno e Gruglisco, nel periodo 1944 – 1945, come Capo distaccamento con una decina di uomini alle sue dipendenze, che ubbidivano ciecamente ai suoi ordini, creando un clima di terrore comunista nella cintura Torinese ma con puntate anche a Torino.Lui e i suoi compagni ammisero durante il processo alla Corte di Assise di Torino di aver soppresso durante il periodo insurrezionale,ben 18 persone, 13 di sua iniziativa e 5 su comando dei suoi superiori.
Le modalità con cui sopprimeva i fascisti o i presunti tali erano particolarmente feroci , spesso condite da una buona dose di sadismo.
L'8 luglio del 1944 il sergente Gianfranco Trussoni di 22 anni in servizio di leva alla contraerea a Torino, venne a Pianezza a consegnare un pacco ad una signora per conto del suo capitano, fu preso e convinto ad unirsi ai partigiani. Il giovane, nonostante tutto, era contento della sua scelta e scrisse alla famiglia che si trovava bene. Ma circa un mese dopo, Faletto lo uccise colpendolo alle spalle mentre era a raccogliere dell'acqua presso un ruscello a Valdellatorre e lo derubò del suo cronometro d'oro.
Non ricevendo più notizie la madre e la fidanzata vennero a cercarlo, giunti al convento dei Frati di San Pancrazio ricevettero dai religiosi il pressante invito a non proseguire oltre, la madre Elinge Trussoni, la mamma, volle continuare e incontrò proprio l'omicida di suo figlio , Faletto, da cui seppe della morte del ragazzo.
La madre fu portata dal Faletto a San Gillio, in quel luogo, la povera donna in ginocchio, con le mani giunte si rivolse al boia della Val Susa con queste parole : Hai ucciso mio figlio e ora vuoi uccidere anche me, ma tu, non ce l'hai una madre ? Faletto per tutta risposta le sparò , poi prese la borsetta della vittima e la portò in giro come un trofeo da esibire.
Giuseppina Bessone di 56 anni era la panettiera di Caselette venne uccisa con il figlio, Bruno Pasinetti di 19 anni, alle 21 del 12 agosto del 1944 da Faletto che era penetrato in casa loro in quanto secondo il Boia della Val Susa, erano spie dei Fascisti, in realtà avevano soltanto espresso delle opinioni molto severe verso chi rubava ai contadini della zona, ma soprattutto si erano permessi di dissetare due feriti della G.N. R. che agonizzavano in piazza e a cui nessuno osava portare un minimo di conforto. Giuseppina e Bruno persero la vita per un bicchiere d'acqua.
Prima fu colpito il figlio poi anche la povera mamma che per proteggere il figlio lo abbracciò, i due corpi furono crivellati da 12 pallottole.
Ma il carattere fortemente criminale di Faletto spaziava in tutta la gamma della malvagità umana, il 25 ottobre del 1944 a Piaanezza, il Faletto penetrò nella casa di due donne anziane sole, una vedova di 55 anni e sua madre di 75, sotto la minaccia delle armi, stuprò la vedova sotto gli occhi della madre che fu costretta ad assistere inebetita alla violenza.
Una delle sue vittime fu Angelo Maggi di anni 40, il 21 novembre 1944, l'affittuario della tenuta Saffarone, dove c'è anche un castello alle porte di Torino, una brava persona molto generosa che non si occupava di politica, fu raggiunto in cascina dal Faletto che chiese denaro e bestiame, Maggi rifiutò, allora il boia della Val Susa a pedate lo costrinse a salire in auto, sotto lo sguardo sbalordito della moglie incinta e dei tre giovani figli, lo portò in località San Bernardo e qui lo ammazzò con tre colpi di pistola e lo finì a bastonate. Agli abitanti di Pianezza disse : se volete vederne uno ancora caldo è lì a San Bernardo. Tanto per essere in tema, prese dalle tasche della vittima 20 mila lire e l'orologio che aveva al polso.
L'agente di polizia ausiliario Vittorio Franco, di anni 24, non idoneo alla attività militare vera e propria e quindi per il quieto vivere agente ausiliario,anche in questo caso il Faletto diede mostra di grande sadismo, sequestrò Franco il 15 aprile del 1945, lo portò in una cascina isolata a Collegno, costrinse due povere donne del posto a cucinare il pollo per sé, per i suoi due complici e per il condannato che dallo spavento non riusciva a mandare giù il boccone.
Terminata la cena, uscirono tutti e compiuta l'esecuzione, Faletto tornò in cascina e disse ridendo, alle due buone donne: siamo usciti in quattro e torniamo in tre.
Ciro Catto ed Emanuele Buonisconti erano due giovani sergenti universitari in convalescenza appartenenti dalla artiglieria costiera , Faletto li prese prigionieri con grande facilità e avrebbe avuto l'obbligo di portarli al comando, invece li uccise dopo averli depredati degli effetti personali e poi ne abbandonò i corpi nel bosco di Pianezza , furono sepolti cristianamente da un sacerdote, Don Giacomo Perino, parroco di Grugliasco.
Il ciabattino Umberto Tondolo, un uomo molto solo e timido che usciva di casa esclusivamente la notte, fu prelevato e portato al comando partigiano dove i suoi assassini lo condannarono a morte e lo uccisero senza alcuna pietà.
l'ottantenne Domenico Nebbia di Alpignano, un povero contadino, che secondo il Briga comunicava con i Tedeschi tramite una radio rice trasmittente, fu preso e condotto in auto presso un cimitero dove il Faletto lo sfidò a pugni, poi lo convinse ad arrampicarsi sul muro di cinta del camposanto promettendogli salva la vita se ce l'avesse fatta a raggiungere la sommità. Il povero ottantenne con frenesia , scorticandosi le mani, cadendo più volte, riuscì a salire sul muro dove fu abbattuto dal mitra del boia della Val Susa, ma non era finita ! Faletto irruppe due volte nella casa della sua vittima e minacciò con la pistola la vedova anziana e malata, immobile a letto per farsi dire dove teneva i soldi, in quel frangente le gridò : ho fatto fuori tuo marito e adesso faccio fuori anche te ! Ovviamente i parenti terrorizzati gli consegnarono i pochi soldi che la vedova allettata deteneva.
Dopo il 1945, il Faletto si arruolò nella “Polizia del Popolo di Pianezza e iniziò a fare cassa, fece una estorsione ad un contadino del luogo, minacciandolo che se non pagava lo avrebbe portato a a fare un giro in montagna e tutti sapevano cosa volesse dire, rapinò due anziani coniugi di alcuni orologi d'oro e di 80 mila lire, entrando nella loro casa e rovistando nei cassetti e nei mobili con la scusa di cercare dei fascisti. Poi tentò il salto di qualità, con i suoi complici, Serra e Rinaldi, decise di ricattare un industriale di Alpignano, un certo Granero.
Si concordò un appuntamento per farsi consegnare la somma pattuita, 500 mila lire ma, il Granero che non aveva paura si fece accompagnare da alcuni amici tutti armati. Ne nacque un conflitto a fuoco in cui gli ex partigiani ebbero la peggio e feriti , dovettero battere in ritirata.
L'ingegnere Eleuterio Codecà, era un importante funzionario della FIAT, con grande esperienza lavorativa, addetto nel 1946 al reparto esperienze autoveicoli del Lingotto, un uomo tutto di un pezzo, onesto e ligio al dovere. Non amato anzi al contrario odiato dalle maestranze più comuniste ed estremiste. Un giorno dispose su richiesta della famiglia i funerali religiosi ad un operaio caduto sul lavoro. Il giorno dopo un gruppo di operai comunisti, delusi per non poter fare funerali civili al caduto, inscenarono una manifestazione sotto la finestra della direzione urlando che ci sarebbe stato un altro funerale alla FIAT.
Ed infatti nel 1952, Codecà fu ucciso in Via Villa Della Regina, una via isolata di Torino. Faletto e i suoi compagni, in questo caso furono coinvolti e rinviati a giudizio ma assolti per insufficienza di prove e si scampò l'ergastolo ma gli verranno addebitati sette delitti commessi nel periodo tra il 1943 e 

venerdì, febbraio 07, 2020

in occasione della Giornata del Ricordo 2020


La pulizia etnica delle foibe
L'olocausto degli Italiani al confine Orientale

La lunga fila di prigionieri, stretta ai polsi con del filo di ferro che segna la carne, risale a piedi nudi il sentiero scosceso che conduce all’orrido in cima alla collina, i sassi e i rovi lacerano le estremità degli sventurati che lasciano una lunga traccia di sangue, i loro guardiani gli hanno sottratto anche le scarpe , tanto a loro non serviranno più, ma guai a fermarsi oppure a lamentarsi, i calci dei fucili calano sulle teste di chi osa parlare.
E’ notte, una gelida e buia notte  nell’immediato dopoguerra, una notte senza luna. L’orrido è profondo un centinaio di metri è conosciuto da chi ci abita vicino, come “foiba”, dal latino “fovea”, una fessura minacciosa nella roccia ad andamento irregolare, largo alla sommità, stretto al centro e ancora largo al fondo, a forma di una clessidra, un inghiottitoio che in effetti inghiotte come un mostro insaziabile centinaia anzi migliaia di persone, molte ancora vive, condannata a morire sommersi da altri corpi nell'umido del sangue delle altre vittime di questo olocausto.
 In moltissime occasioni i partigiani di Tito, prima e soprattutto dopo, la fine della seconda guerra mondiale, vi trascinavano gli Italiani, come bestie al macello, non importa se innocenti da qualsiasi colpa. Magari non erano neppure fascisti, però Italiani che facevano parte della struttura sociale e civile della Venezia Giulia e della Dalmazia, del confine orientale italiano, insegnanti, funzionari, finanzieri, carabinieri, militari, commercianti, sacerdoti, impiegati, civili che andavano eliminati in vista della occupazione delle ex terre italiane per creare la grande Yugoslavia.
I miliziani Titini perseguivano un perverso progetto di pulizia etnica, con grande efficienza e con odio criminale, che derivava da direttive precise e da una ferocia simile a quella manifestata dai nazisti verso gli Ebrei. E quindi nessuna pietà o rimorso per i gesti orrendi che compivano su questi poveretti. Nella foiba finivano tutti, purchè Italiani: uomini, ragazzi, vecchi, anche donne e giovinette che prima di essere gettate, generalmente subivano stupri di gruppo, anche i comunisti , purchè Italiani erano “infoibati” senza alcun riguardo per la loro fede politica, anche se pochi mesi prima avevano combattuto fianco a fianco contro i Tedeschi.
La fila di morituri, qualcuno seminudo, arriva al ciglio della foiba, di cui non si può scorgere il fondo , qualcuno singhiozza, i vecchi sono rassegnati, gli uomini ancora vigorosi forse hanno opposto una qualche resistenza perché hanno il viso tumefatto reso irriconoscibile dalle violente percosse degli aguzzini Titini.
Alcune donne piangere dirottamente a capo chino , anche a loro hanno legato i polsi con il filo di ferro, lo hanno stretto con le pinze e il cavo è penetrato nella carne fragile provocando dolori lancinanti, ma è ben poca cosa rispetto a quello che queste donne hanno dovuto subire prima, Norma Cossetto ne è solo un esempio, uno dei tanti.
Se qualche prigioniero incespica sul sentiero, viene prontamente afferrato e trascinato in alto , verso la fine vicina. Appena il primo dei condannati giunge al bordo dell’inghiottitoio, i miliziani con la stella rossa sulla pilotka in seguito denominata titovka in onore di Tito, imprecano vero i poveretti, spianano i loro fucili mitragliatori e  sparano a raffica sull’inizio della fila. E’ una tattica che ha le sue ragioni : i primi uccisi dalla raffica, cadono nel vuoto e trascinano come una collana orrenda, tutti gli altri che sono ancora vivi e che cadendo sul fondo del burrone, dopo un volo di decine di metri rimarranno feriti.
Corpi vivi con corpi morti, legati fra di loro, in un tragico impasto prima di dolore e poi di morte e infine di decomposizione.
Uno dei miliziani di Josip Broz detto Tito, sghignazzando impugna una granata, toglie la sicura e la getta in basso, dove si trova il mucchio di corpi. L’esplosione finisce i feriti, smembra altri corpi, seminando altro dolore e disperazione, urla di agonia salgono verso il cielo.
Poi la strage diventa pantomina, questi assassini Slavi sono stati contadini e vivono con convinzione le loro arcaiche superstizioni, hanno reperito una carogna di un cane, rigorosamente nero, e lo scagliano sul cumulo di corpi. Questo animale morto , nel loro irreale, farà da guardiano alle anime degli assassinati e impedirà che risalgano a perseguire i loro truci assassini, affinchè possano dormire tranquilli.
Questi omicidi di massa sono  avvenuti, con le stesse modalità, centinaia di volte a Basovizza, Monrupino, Barbana, Beca, Brestovizza, Opicina, Casserova, Cernizza, Cocevie, Obrovo, Jurani, Ladruichi, Pucicchi, Odolina, Semich, Treghelizza, Vines, Zavni , ecco le località tristemente famose in cui si consumò l’infoibamento di almeno 30 mila Italiani, in un territorio, che all’epoca dei fatti era intimamente Italiano e da qualche decennio è diventata  terra straniera.
Migliaia di Giuliani e Dalmati, dopo aver visto e provato sulla loro carne questa pulizia etnica, fuggirono in Italia, abbandonando tutti i loro beni,  per non finire nelle foibe o, nella migliore delle ipotesi, essere inglobati in un sistema politico , quello Titocomunista, che negava ogni libertà anche quella più elementare.

Roberto Nicolick


sabato, gennaio 25, 2020

Cesarino degli Esposti settembre 1947


L'attentato alla canonica di Ceretolo (BO)
20 settembre 1947

Ceretolo è una frazione di Casalecchio di Reno, cittadina nota per la produzione di culatello, il re dei salumi, la la zone è nota per aver fatto parte del triangolo rosso della morte che fu teatro di centinaia esecuzioni sommarie compiute dalle brigate partigiane comuniste anche a guerra finita. Nel triangolo rosso della morte essere o essere stati vicini alla RSI suonava come una condanna a morte ma anche essere Cattolici impegnati poteva essere molto pericoloso, basta ricordare 22 preti assassinati prima e dopo il 25 aprile 1945 sempre dai soliti noti.
Il 21 settembre del 1947 Bologna viene designata come luogo del raduno generale del Nord e del Centro Italia della Gioventù di Azione Cattolica, si prevede la partecipazione di quasi centomila giovani. I Comunisti Emiliani la vedono come una sfida, una provocazione da parte dei Cattolici impegnati che inoltre si affacciavano nella politica. In una piccola parrocchia della zona, Ceretolo, come in moltissimi altre chiese ed oratori, tre persone preparavano dei cartelli che avrebbero esibito alla sfilata nel centro di Bologna, il parroco , Don Guerrino Guelfi e due giovani, Cesarino Degli Esposti un aspirante dell'Azione Cattolica di appena 13 anni e uno scout, Roberto Fornasari di anni 14.
Era la sera, alle 20,45 del 20 settembre 1947, all'indomani migliaia di ragazzi dell'azione Cattolica avrebbero sfilato per le vie di Bologna, qualcuno, sicuramente più di una persona, depose un bidone di latta colmo di esplosivo innescato da una miccia accanto al muro esterno della canonica, proprio in corrispondenza del soggiorno del sacerdote. Poi una mano assassina accende la miccia che innescherà l'esplosione. Lo scoppio farà crollare il muro portante della canonica, devasterà l'interno del fabbricato ma soprattutto ucciderà sul colpo il povero Cesarino Degli Esposti e ferirà il Parroco fratturandogli spalla e braccio destro , lo scout Roberto Fornaciari ne avrà per dieci giorni. Il rumore dello scoppio arriverà sino a Bologna che dista circa dieci chilometri. Menti ottuse avevano spezzato la vita di un bimbo di appena tredici anni, Cesarino nato a Gosso, Bologna, l'otto agosto 1934, già con dei valori e delle scelte molto scomode in una terra infuocata, i suoi genitori, Adelmo e Mafalda, subirono un dolore immenso e incolmabile che solo attraverso al loro fede riuscirono a metabolizzare.
Le indagini dei Carabinieri seguirono la pista dell'odio politico di matrice comunista e nel 1951 fu rinviato a giudizio un gruppo di tredici persone, tutti comunisti e la maggior parte ex partigiani comunisti, Angelo Piazzi, ex segretario della camera del lavoro di Casalecchio, Antonio Seldenari il mandante, Giuseppe Bolognini, Giorgio Finelli, Giuseppe Collina, Novello Landi, Celestino Cassola, Baldo Gardi, Felice Bosi. Tutti gli imputati si dichiararono innocenti tranne Giuseppe Collina il quale affermò che si trattava solo ed unicamente di un atto intimidatorio contro un prete molto attivo e quindi anti comunista.

Roberto Nicolick