domenica, febbraio 21, 2016
martedì, febbraio 16, 2016
Carcare, la sparizione di Battistina Puggioni, aprile 1945
L’uomo
che siede fronte a me, ha gli occhi azzurri stanchi e oramai senza
lacrime, i capelli sono bianchi con sfumature di grigio, le mani
forti e nodose di chi ha sempre lavorato, Luciano Granese,
Classe 1932, mi racconta con voce ferma la tragica storia
di sua madre, Battistina Puggioni detta Tina, una delle tanti morti
rubate nel periodo oscuro della Guerra Civile che attraversò
l’Italia Settentrionale come un ciclone di odio.
Battistina,
nativa di Cagliari nell’agosto del 1913, era una giovane e
bella donna di poco più di trent’anni, sposata con un uomo che in
seguito l'aveva lasciata .Lei abitava con tre figli che
dipendevano esclusivamente dalle sue braccia, infatti essendo sola ,
era costretta a lavorare per mantenersi e per dare da mangiare ai
suoi piccoli figli. Tina, come la chiamavano confidenzialmente in
paese, faceva la cuoca presso la mensa della Divisione San
Marco, che serviva la guarnigione repubblichina di Cairo Montenotte e
di Altare. La donna non aveva assolutamente idee politiche, era solo
una lavoratrice che lottava per la sopravvivenza della propria
famigliola, visto che il marito non era più con lei. Ma in quel
periodo oscuro lavorare per le truppe Fasciste Repubblicane suonava
come una condanna a morte
Ad
aprile del 1945 intorno alle 21, in una serata piovosa, un
gruppo di partigiani armati sino ai denti, Italiani e anche
stranieri, Slavi, circondano la palazzina , situata in località
Vispa di Carcare, salgono sino al secondo piano, bussano all’ingresso
della abitazione di Battistina Puggioni.
La
porta viene aperta dal figlio più grande, un ragazzino di tredici
anni, proprio l’anziano signore che mi sta raccontando la vicenda,
Luciano schiude l’uscio ed entra di prepotenza uno dei partigiani,
il quale ingiunge alla giovane madre si seguirli, per essere
sottoposta ad interrogatorio presso il loro comando. Il piccolo
Luciano è impaurito mentre osserva sua mamma indossare un
cappottino per uscire con quegli uomini, che lui non conosce, nella
notte buia e piovosa. Mentre sta uscendo, la donna, con grande senso
di autocontrollo, si rivolge a Luciano che vorrebbe seguirla e
accarezzandogli teneramente il viso li dice poche parole per
rassicurarlo : “ io vado e torno, mi raccomando fai il bravo”.
Nessuno dei tre piccoli rivedrà più la loro povera mamma che si
allontana nella notte con i partigiani armati. Uno di loro, si
rivolge a Luciano e gli intima di rientrare in casa e di non uscire
per almeno due ore.
Evidentemente
i sequestratori di Battistina Puggioni non volevano che il ragazzino
vedesse dove portavano la loro madre, il piccolo non si spaventa ed
esce ugualmente , sfidando il divieto, fa appena in tempo a vedere
su a madre circondata dai suoi carnefici che si allontana , verso il
bosco, su un sentiero scarsamente illuminato.
Il
gruppo armato trascina la loro prigioniera lungo il viottolo nel buio
della notte e raggiunse Pallare evitando le strade battute dagli
automezzi, lungo la strada compie una sosta per la notte, in una
locanda, in località Fornelli , sempre nella zona di Pallare.
Nell'osteria, il gruppo di partigiani rimase solo con la
prigioniera, per tutta la notte. Non è molto chiaro di quello che
accadde e e non vi sono testimoni diretti, ma la padrona della
trattoria con alloggio, dove il gruppo fece sosta, raccontò
terrorizzata, a Luciano, che per tutta notte sino all’alba, fu
costretta a sentire i lamenti della Battistina e le sghignazzate dei
suoi carcerieri.
Si
può supporre, senza ombra di dubbio, che la sventurata subì uno
stupro di gruppo. All’alba il gruppo armato riprese il suo cammino
e raggiunse la zona denominata Fornelli, si inoltrò in una vasta
abetaia, nota come Tre abeti, e uccise con un colpo alla nuca la
sventurata, che venne anche derubata di un anello, di un braccialetto
e dell’orologio. Quella zona era usata abitualmente per sotterrare
le vittime delle esecuzioni sommarie di questi banditi.
Il
povero corpo martoriato, fu sepolto in una fossa scavata accanto al
luogo dell’esecuzione, tra gli alberi della gigantesca foresta di
abeti, dove era impossibile trovarla. Questo fu quello che
qualcuno di questi briganti si lasciò sfuggire davanti a qualche
bicchiere di vino di troppo, ad un tavolo di osteria.
Luciano
che era un ragazzino coraggioso, nei giorni seguenti vagò come un
disperato nell’abetaia alla ricerca del corpo di sua madre, chiese
a tutti i partigiani dei reparti che erano in quel territorio,
senza ottenere alcuna informazione utile sul luogo dell'occultamento,
gli abitanti della zona avevano tutti la bocca cucita per paura di
fare la stessa fine. Qualcuno gli disse che la condanna a morte era
stata decretata da un tribunale partigiano di Genova, qualcuno gli
raccontò che il colpo mortale fu sparato da un partigiano straniero,
forse un polacco , insomma fu un depistaggio per distrarre il povero
ragazzino che era distrutto dal dolore per una cosa che non capiva e
che non meritava.
Fu
la solita esecuzione sommaria che nulla aveva a che fare con la
Resistenza , come ne avvennero molte nel corso della Guerra
Civile che insanguinò il Nord Italia e in particolare le zone
pedemontane della Liguria, dove qualsiasi omicidio e ruberia veniva
catalogato come atto contro il tedesco invasore, solo che in questo
caso una povera madre di tre figli era stata assassinata dopo tutta
una serie di violenze. Ad aggravare il dolore di Luciano rimane il
fatto che il marito di Tina, nonché suo padre, era di fede comunista
e molto vicino se non addirittura sodale degli assassini con la
stella rossa, che ammazzarono la povera Battistina.
A
Carcare, tutti tacevano e si guardavano bene dal parlare con il
ragazzino della morte della madre e soprattutto del luogo dove era
stata seppellita la madre. Appena potè il ragazzino si recò al
Comando partigiano a Savona che addirittura negò la presenza di
formazioni partigiane nella zona dove avvenne il fatto, era come
scontrasi con un muro di gomma.
Per
anni, Luciano Granese, ebbe come scopo della sua vita le ricerche del
corpo della mamma senza mai trovare nulla.
Sono
passati quasi settant’anni e il corpo della povera Battistina non è
stato mai rinvenuto, nonostante le disperate indagini di Luciano che
oramai ha ottanta anni, stanco e malato, ma vivendo sempre quel
grandissimo dolore, è incessantemente alla ricerca di sua madre e
non demorde, anche se sa che i responsabili sono tutti morti e spera
sempre in una risposta, magari da parte dei figli degli spietati
assassini. Tutto quello che rimane nelle mani di Luciano è una foto
stinta e consunta della madre e un documento del Ministero della
Difesa Esercito – Commissariato Generale Onoranze ai Caduti, in cui
si fa riferimento alla madre definita “civile morto per
rappresaglia partigiana” “ ancora oggi sepolta in Località
Fornelli di Pallare”.
Spesso
Luciano, transita davanti alla grande abetaia di Fornelli , che in
qualche punto, fra le zolle, conserva ciò che resta di sua madre ,
che lui tanto ha cercato, allora l’uomo curvo per gli anni e per il
dolore, sosta qualche minuto in preghiera, immaginando che lei lo
possa sentire e trovare finalmente la pace dopo tanta sofferenza.
Ora
Luciano ha trovato una persona gentile, una donna che lo ascolta con
grande umanità, e vuole scrivere un libro su questa vicenda,
mettendo nero su bianco i fatti e soprattutto il dolore che ha
accompagnato giorno dopo giorno i passi di questo ex ragazzino che
vuole ancora oggi, trovare una tomba su cui pregare e posare un
fiore.
Roberto
Nicolick
domenica, febbraio 14, 2016
L'attentato alla trattoria della stazione di Via xx settembre a Savona
L'attentato alla trattoria
della Stazione
La sera del 23 dicembre
1943, intorno alle 21, la sala da pranzo della Trattoria della
Stazione di Via XX Settembre, era piena di fumo e di avventori, fuori
era buio e freddo, si era alla antivigilia di Natale, si sentiva il
rumore delle stoviglie e i discorsi della gente intenta a mangiare.
Nessuno dei venti clienti fece caso alla porta che si apriva e ancora
meno all'uomo alto di statura, con i capelli folti che gettò
all'interno, tra i tavoli e le sedie, una bomba a mano.
Forse qualcuno comprese
cosa stava per accadere, forse qualcuno si alzò per scappare, ma era
troppo tardi. L'ordigno esplose in uno spazio ristretto amplificando
così il suo potere distruttivo, le supellettili volarono verso
l'alto e le vetrate andarono in pezzi, che furono proiettati come
frecce verso l'esterno. Quando il boato cessò, al buio, per terra,
in un lago di sangue, c'erano sei corpi privi di vita e una
quindicina di feriti gravi.
Poi si seppe che il
bersaglio di questo devastante attentato era un unico uomo, un
Fascista della prima ora, Pietro Bonetto, impiegato presso l'ILVA di
Savona, che comunque si salvò pur avendo le gambe tranciate dallo
scoppio.
Dal punto di vista del
raggiungimento dei risultati, questo attentato lo si potrebbe
definire scarsamente “intelligente” e colmo di danni collaterali,
in quanto tra le vittime, morti e feriti, uomini e donne, ci furono
ben 12 persone che non erano di fede Fascista e solo 4 Fascisti,
quindi la matematica della morte era in passivo.
Qualcuno, inaugurando una
stagione di attentati contro i Fascisti Repubblicani, volle sparare
nel mucchio , massacrando vittime innocenti che non c'entravano nulla
con il regime. I responsabili non vennero mai identificati, a
tutt'oggi si sa solo, che furono i GAP, ma i nomi esatti degli
esecutori non sono noti. A seguito di questo attentato, alla
apparenza poco strategico, innescò non del tutto casualmente, una
reazione a catena che portò, all'alba del 27 dicembre 1943, alla
fucilazione di sette persone, cinque antifascisti e due militari
disertori, che comunque non avevano alcuna responsabilità
nell'attentato alla Trattoria.
Grazie alla bomba nella
Trattoria, si diede spazio all'ala più massimalista e più violenta
dei Fascisti Repubblicani, che iniziò a reagire con le rappresaglie
agli attacchi dei GAP , rappresaglie che nella maggior parte dei casi
colpivano civili innocenti, ma forse, era proprio questo l'obiettivo
degli attentati: rendere sempre più invisa alla popolazione civile
la RSI. Si era innescata una spirale che avrebbe generato sempre più
odio e sempre più vittime innocenti.
Roberto Nicolick
sabato, febbraio 13, 2016
lunedì, gennaio 25, 2016
martedì, gennaio 05, 2016
L'omicidio insoluto di Giuseppe Cristino, Cutlin
Giuseppe Cristino “Cutlin”
Località Monte Cerchio del
Carretto, Cairo Montenotte
1 gennaio 1976
Francesco
Giuseppe Cristino di anni 77 detto Cutlin, è un agricoltore, abita una sperduta
cascina del basso Piemonte, tra la Valle Bormida e le Langhe in località Monte
Cerchio del Carretto. Il suo corpo sarà trovato con il cranio devastato da
numerosi fendenti di una scure, abbandonata con la lama sporca di sangue, a poca distanza dal cadavere. La vittima verrà trovata da un operaio di
passaggio,Aldo Bozzolasco di Cengio, steso bocconi nel cortile di casa a pochi
metri dalla porta di ingresso, accanto a due pozze di sangue, il che fa
supporre che la vittima nonostante gravemente ferita abbia tentato di
rifugiarsi in casa.
Le
ferite sono molto profonde e hanno determinato forti emorragie, shock
traumatici, si accerta che la morte che deve essere avvenuta tra il 31 dicembre e il primo gennaio 1976. Il
contadino viveva da solo, in un casale raggiungibile dopo una mezzoretta di cammino dalla strada
provinciale, non aveva amicizie, faceva una vita solitaria e tranquilla, dedita
solo ed unicamente al lavoro dei campi che svolgeva autonomamente, pur avendo
cinque figli, 4 maschi ed una femmina. Campava con una piccola pensione, con i
frutti della terra che coltivava e con il taglio del bosco. Scandagliando nella
vita privata della vittima, da alcune voci di paese, si apprende che avrebbe
avuto un figlio illegittimo da una contadina della zona con cui intrattenne una
relazione adulterina, questa donna sarebbe deceduto qualche giorno fa e il
figlio naturale avrebbe ora 23 anni.
Nelle
tasche della vittima c’erano 15 mila lire in biglietti da mille e nella casa
centomila lire, inoltre quel giorno Cristino avrebbe concluso una vendita di una
partita di legname pagata con un assegno di 24 mila lire. Secondo gli
inquirenti il Cristino, il giorno della sua morte, avrebbe ricevuto una
persona, conosciuta, all’interno della casa, con cui è nata una lite,
degenerata in una violenta colluttazione, proseguita fuori dal casolare e
culminata con una prima serie di colpi di scure al cranio. Benché gravemente ferito,
il contadino avrebbe tentato di rientrare in casa, ma l’assassino non gli avrebbe dato tregua,
inseguendolo dentro, dove lo avrebbe ulteriormente colpito, finendolo. Anche
l’aggressore è rimasto ferito, lo prova
una traccia di sangue che parte dal cortile e prosegue per un sentiero,
allontanandosi dalla casa. Tutta la zona attorno alla abitazione viene
attentamente rastrellata alla ricerca di indizi che possano aiutare gli
inquirenti. Nessuno ha assistito al delitto
e si tratta di una azione di impeto e non una rapina finita male.
Le
indagini dei Carabinieri proseguirono , furono interrogati i congiunti della
vittima, in particolar modo la figlia Elvira, sposata con un contadino di 50
anni, Cesare Bellino, e il loro figlio
Elvio ventunenne e l’altra figlia di 12 anni, inoltre fu sentito un muratore che precedentemente
risiedeva a poca distanza dalla cascina e che avrebbe avuto con la vittima
frequenti contrasti e litigi per motivi di confine, inoltre questa persona sarebbe
stato al corrente delle abitudini del contadino. Nei giorni successivi fu
fermato ed indagato per falsa testimonianza un contadino, tale Tommaso
Pregliasco, che transitò per ben due volte, alle 16 e alle 18 del 31 dicembre,
a pochi metri dalla porta di ingresso della cascina e stranamente affermò di
non avere notato nulla di anomalo.
Uno dei figli dell’ucciso, Domenico, non esitò ad accusare dell’omicidio il marito
della sorella, Cesare Bellino. La moglie, interrogata, confermò la sua
dichiarazione. In buona sostanza Elvira e Domenico affermarono davanti ai
Carabinieri, che Cesare aveva dell’astio nei confronti del suocero. Qualche
tempo prima Cesare abitava con la moglie, nella cascina dello suocero, il quale
lo aveva sfrattato dalla casa, costringendolo ad abitare in un casolare in
località Carretto dove viveva stentatamente coltivando un piccolo appezzamento
di terreno. Il vecchio contadino aveva una simpatia per uno dei figli di
Cesare, che non era suo figlio naturale ma di un precedente matrimonio della
moglie. Elvira e Domenico, avrebbero
sentito testualmente Cesare sostenere di essere andato presso la cascina di
Monte Cerchio e di “aver fatto fuori il vecchio”. Bastarono queste
dichiarazioni per fermare e indagare il
presunto omicida e rinviarlo a giudizio
per omicidio volontario, dopo 18 giorni
di indagini. Il processo si svolse in Corte di assise a Savona. Ma nel corso del processo, l’imputato che
apparentemente non sembrava un individuo particolarmente pericoloso ma al
contrario dimesso e frastornato, dimostrò di aver passato la giornata e la
notte lontano dalla cascina dove avvenne l’omicidio. Tutti i testimoni dell’accusa, Elvira e
Domenico Cristino, ritrattarono le accuse fatte nella fase dell’istruttoria,
scagionando praticamente l’imputato, la prima perché affermò che temeva per la
vita dei suo figli e il secondo affermando di avere una salute talmente malferma
da non essere sicuro di aver capito bene le confidenze dell’imputato. In base a
queste ritrattazioni Cesare Bellino fu prosciolto dall’accusa. A tutt’oggi
anche questo omicidio è impunito.
sabato, gennaio 02, 2016
la morte di Ennio Sardo
Ennio Enrico Sardo
5 maggio 1945
Questa
è la solita vicenda di odio, di prepotenza, di voglia di dominio ad opera di
partigiani comunisti che spadroneggiavano nel periodo della guerra civile, in
questo caso specifico, nella zona del Giovo, poco sopra Albisola. E’ anche la
storia di una omertà imposta con il terrore delle armi, di gente normale che
vede persone innocenti uccise in modo sommario, magari dopo essere state
rapite, picchiate e soprattutto derubate dei loro averi, ma che si volta
dall’altra parte per paura o per pigrizia e acquiescenza. Accadde nel maggio
del 1945, i giorni del delirio di onnipotenza delle squadracce rosse che
imponevano il loro potere sulle alture che dominano Albisola e Savona. Tutti
tacciono a Giovo Ligure , a Pontinvrea, a Sassello, tutti continuano a dormire
e a fare finte di nulla, quando le squadre della morte bussano di notte, alla
porta del vicino, tutti si fanno gli affari loro, anche se vedono , si
dimenticano molto opportunamente. Non ci si può fidare di nessuno, vi sono dei
voltagabbana che ieri erano germanofili fascisti e oggi vestono la divisa di
partigiano comunista e oltre al mitra mostrano una collana fatta con delle
forbici, sempre pronti a rapare i capelli di donne sospette di
collaborazionismo e quindi da “purificare”, questa è cronaca.
In
questo calderone vive Ennio Enrico Sardo, è un ragazzo appena diciassettenne ,
suo babbo Giuseppe è un ufficiale di complemento in servizio a Cento (
Ferrara), la sua famiglia con madre e una sorella, è sfollata a Pontinvrea, per
evitare i bombardamenti aerei su Savona, sede di insediamenti industriali. Si
tratta di una famiglia serena e tranquilla , ma il fatto di essere un ex
ufficiale del regio Esercito non è un vantaggio, soprattutto agli occhi dei
Partigiani rossi, rossi per comodo, che ora gestiscono il potere nei piccoli
paesi della cintura appenninica. Ennio
soffre di una dolorosa paradentite, che cerca di curare empiricamente con degli
sciacqui di sambuco e deve recarsi dal medico dentista che ha lo studio a
Sassello. Pedala per circa 12 chilometri, da casa sua a Pontinvrea sino a
Sassello, non ha altro mezzo di trasporto che una bicicletta, un bene prezioso
per quegli anni.
Sabato
5 maggio in mattinata, Ennio esce da casa e si dirige verso Sassello per
recarsi appunto dal dentista, presso cui, quel giorno, ha fissato un
appuntamento. Con sé oltre alla bicicletta, ha 4000 lire e la solita borraccia
di acqua e sambuco per sciacquare la bocca che è dolorante. La madre e il padre
lo salutano alle 13:30 quando esce di casa e da quel momento non lo vedranno
più. Alla sera il ragazzo non fa ritorno a casa e così sino al 24 maggio 1945,
quando il suo corpo in avanzato stato di decomposizione verrà dissepolto da una
delle fosse scavate nei pressi di una fortificazione a Giovo, Forte Scarato.
Per
giorni, dalla scomparsa, il padre, disperato, bussò a tutte le porte per avere
notizie del figlio : Carabinieri, Questura di Savona, parroci dei paesi
limitrofi, amici, vicini. L’ipotesi era che, in bici avesse avuto un incidente e che magari
il povero Ennio giacesse in qualche casa, ferito ed impossibilitato a muoversi
e a raggiungere la famiglia. Poi il padre si recò dal comando partigiano del
distaccamento della II Brigata Mario Sambolino, e qui avvenne un fatto strano:
uno dei capetti gli disse in malo modo, che Ennio era addirittura, un
appartenente, alle Brigate Nere, un torturatore, un assassino di patrioti. A
queste affermazioni, completamente prive di fondamento, Giuseppe Sardo rimase
interdetto e sorpreso vista la fantasia su cui erano basate queste parole. A
questo punto il partigiano, forse resosi conto di aver fatto un passo falso,
dichiarò che comunque non ne sapeva nulla di dove fosse il giovane Ennio. Il
genitore uscì dal comando partigiano del Giovo,con un triste presentimento,
convinto che in quel posto sapevano molto di più di quello che volevano far
credere.
Intanto
tutti i paesani evitavano il padre, lo dribblavano quando egli chiedeva
informazioni del figlio. Le voci , nel
frattempo , giravano e uno dei partigiani decise di partire precipitosamente per
il Sud America, lasciando dal posto di lavoro. Una cappa di omertà aveva nascosto agli occhi
di tutti la sorte di Ennio e non solo, di altri che erano stati assassinati e
occultati in alcune fosse ignote a Forte Scarato, un sito ideale , lontano
dagli sguardi curiosi, dove occultare corpi di persone scomode. Una soffiata di
un confidente indirizzata ad un medico
Savonese Francesco Negro , fece sì che fosse
recuperato il corpo del povero ragazzo, giaceva in una buca, accanto ad
altre, dove erano seppellite alcune vittime ignote di esecuzioni sommarie dei
Partigiani Comunisti. Era il 24 maggio del 1945. La bicicletta di Ennio era
sparita , la sua borraccia con il sambuco anche e soprattutto erano spariti i
soldi che egli aveva con sé: 4000 lire, soldi presi da chi lo aveva assassinato.
Nessuna indagine venne mai intrapresa, nessuno pagò mai per questo omicidio. Fu
una delle tante morti bianche compiute in spregio alla giustizia ed alla legge
degli uomini e di Dio. Un quotidiano di Genova diede la notizia del
ritrovamento delle fosse a Forte Scarato, senza dare troppi particolari. Non fu
celebrata nessuna funzione religiosa , a causa delle minacce fatte alla
famiglia Sardo e ora da tanti anni, il povero Ennio giace nella tomba di
famiglia presso il Camposanto di Savona mentre i suoi assassini , ancora per
decenni camminarono a testa alta per le strade del Savonese mentre tutti
sapevano del crimine di cui si erano macchiati, impuniti dalla giustizia degli
uomini.
Roberto
Nicolick
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