venerdì, dicembre 13, 2019

L'attentato al Kursaal Diana di Milano



L'attentato al Kursaal teatro Diana
Milano
23 marzo 1921

Quella sera al Kursaal Diana c'era una replica di un lavoro teatrale , la mazurka blu di Franz Leahar, i posti erano tutti occupati in quanto lo spettacolo era interessante dal punto di vista culturale.
Il Kursaal Diana era ed è tuttora in pieno centro a Milano, un palazzone in stile Liberty di quattro piani con una serie di mansarde, pare che nello stesso fabbricato abitasse il Questore dell'epoca, Giovanni Gasti che in quel periodo, era un bersaglio preferenziale di alcune frange anarchiche molto attive a Milano, di più, l'albergo soprastante il teatro Diana pare che fosse la sede di summit tra Mussolini e il Questore.
Una cesta con 20 kg di gelatina esplosiva fu lasciata accanto all'ingresso degli artisti, i tubi di esplosivo furono coperti da uno strato di paglia e con alcune bottiglie.
Alle 22,40 avvenne l'esplosione che investì le prime file della platea e la buca dell'orchestra, fu una strage, altri feriti ci furono nel corso della fuga degli spettatori.
Fra tante vittime adulte uccisi ci fu anche una bimba di appena 5 anni, Leontina Rossi.
Il Questore che in quel momento era tra gli spettatori si salvò e organizzò da subito i soccorsi e le indagini che privilegiarono immediatamente la pista anarchica.
Ad un posto di blocco venne fermata una carrozza su cui viaggiava un esponente anarchico, un certo Antonio Pietropaolo, che tentò di allontanarsi ma fu bloccato, all'interno del veicolo gli agenti trovarono due revolver e due bombe a mano.
Seguì una ondata di arresti , duecento persone che in qualche modo erano connesse con il movimento denominato Anarchici individualisti lombardi, furono fermate e sottoposte a stringenti interrogatori.
Il processo contro gli imputati tutti di fede anarchia ebbe inizio il 9 maggio 1922, presso la Corte di Assise di Milano in piazza Fontana, proprio quella dove nel 1969 avvenne l'attentato alla Banca Nazionale dell'agricoltura, e nella stessa aula dove era stato processato Gaetano Bresci.  l'anarchico italiano, esecutore dell'omicidio del re d'Italia Umberto che in seguitò si suicidò o fu suicidato nel carcere di Santo Stefano.
Il 1º giugno fu pronunciata la sentenza che individuava come autori materiali della strage e condannava all’ergastolo il bergamasco Ettore Aguggini, di 19 anni, e i mantovani Giuseppe Mariani, di 23 anni, e Giuseppe Boldrini, di 28 anni, che si proclamerà sempre innocente. Gli altri 16 imputati, ritenuti complici, furono condannati a pene varianti tra i 15 e i 4 anni di carcere.

martedì, dicembre 10, 2019

la strage di Pasquetta, Vinovo, TO, 1977

La strage di Pasquetta
1977 Vinovo
Di lui dicevano che non si doveva sposare, perchè non era in grado di gestire un rapporto equilibrato con una donna e tanto meno con una moglie, ma lui, Marco, il postino di Vinovo ventinovenne, si era fidanzato e sposato con Laura, una bella ragazza della provincia di Matera. Peccato che lui fosse possessivo, geloso, maniaco del controllo ed esercitava nei confronti della giovane moglie di 21 anni un possesso maniacale, quando lui era al lavoro pretendeva che lei non aprisse la porta a nessuno e lei terrorizzata obbediva ciecamente per evitare ritorsioni.
Per meglio controllarla la ingravidava a ripetizione, ma non era voglia di farsi una famiglia , voleva solo che lei pensasse solo ai bimbi e non avesse grilli in testa.
La povera donna era incinta per la quarta volta e francamente cominciava a capire che bel soggetto aveva sposato e raccontava tutto ai suoi genitori, i quali tentavano di intromettersi per calmare il marito follemente geloso.
Marco si rende conto della situazione e si trasferisce da Matera a Vinovo, per allontanarsi dai suoceri che vedeva come nemici della sua pace domestica e addirittura pensava che volessero togliergli la moglie e i suoi tre bimbi.
Ma i genitori di Laura non demordono e annunciano che nelle vacanze pasquali del 1977, sarebbero arrivati a Vinovo per portare via con loro la figlia.
Marco cieco di rabbia, acquista una pistola automatica con tre caricatori e si prepara all'incontro. I due suoceri , Antonia e Giovanni, arrivano nel giorno di Pasquetta in Via San Giovanni Bosco a Vinovo.
Marco Ragone è compresso come una molla pronta a scattare, nessuno immagina quello che potrebbe accadere nella mente folle del giovane postino. Nell'appartamento si festeggia Pasquetta a tavola, poi i tre bimbi vengono messi a letto, tra il suocero e Marco inizia una discussione sempre più accesa mentre le due donne sono sul balcone a stendere i panni al sole.
Ragone estrae la pistola e abbatte il suocero, le due donne sentono gli spari urlando corrono all'interno, nella sala da pranzo Antonio è a terra fulminato da quattro colpi, l'assassino punta l'arma contro sua moglie, che era incinta del quarto figlio, e contro la suocera, esplode una decina di colpi ferendole, poi le insegue sul balcone dove erano fuggite e le finisce con altri colpi , rientra in casa e scarica altri due caricatori contro i muri, i mobili urlando tutto il suo odio. Poi, prende i suoi tre bimbi e va dai carabinieri a costituirsi.
Appena arrestato, inizia ad impazzire, nel 1983 verrà condannato a 18 anni ma in seguito verrà internato in un Manicomio criminale, dove si ridurrà ad una larva umana.


L'esplosione di Mombaldone , 1958

Il mio caro amico Beppe mi ha narrato di una tremenda esplosione che avvenne una mattina di aprile di tanti anni fa in una cava di Mombaldone, in cui una classe con l'insegnante fu quasi spazzata via , ovviamente mi sono incuriosito e cercando tra le cronache degli anni 50 ne ho trovato conferma, questa tragedia mi ha colpito molto, perchè una bimba di appena otto anni ha perso la vita in una circostanza che non doveva prevedere questa eventualità, eppure è accaduto. Ecco la storia di questo incidente avvenuto nel 1958,
L'esplosione di Mombaldone ( Acqui Terme )
Era una bella mattinata di aprile, il 18 del 1958, quando la pluriclasse, composta da scolari delle varie classi, della scuola elementare di Garbaoli di Roccaverano, giungono alla cava di Mombaldone, sono 9 maschi e quattro femmine, camminano per sentieri e con il loro maestro, Francesco Giargia, sono tutti scolari attenti e diligenti, quella è una visita di istruzione per vedere come funziona una cava. I nomi dei bimbi sono : Bruno, Renzo, Dante, Clementina, Sergio, Angelo, Luciano, Franco, Carlo, Bruno e Renzo, Rosaria , Valentina e Rita.
Appena la classe arriva, il capo minatore, mostra loro il materiale esplosivo, la cheddite e i detonatori assieme ad un pezzo di miccia a cui per dimostrazione da fuoco, i bimbi e il maestro sono tutti attorno, in quel preciso istante avviene l'esplosione che verrà udita in tutta la zona per chilometri, il minatore e il maestro sono proiettati a diversi metri di distanza, mentre i bimbi sono colpiti da una ventata di schegge e quelli che possono fuggono dal luogo dell'esplosione, tutti coperti di terriccio e di sangue, a terra lembi di grembiuli e colletti bianchi,
Mentre i bimbi urlando corrono lontano dall'esplosione, una di loro, Rita di appena otto anni, crolla a terra per non alzarsi più, era morta, mentre altri bimbi sono feriti gravemente dalle schegge di roccia che sollevati dall'esplosione sono stati sparati a velocità altissima come se fossero dei veri e propri proiettili.
In seguito si accerterà che una scheggia di roccia ha raggiunto senza difficoltà il cuore della piccola vittima e l'ha lesionato mortalmente, molto probabilmente la bimba non ha sofferto alcun dolore e forse la sua morte è stata istantanea.
Quasi tutti i bimbi sono ricoverati all'Ospedale di Acqui Terme con prognosi da 10 a 15 giorni, il maestro ha perso l'udito da un orecchio e il minatore è una maschera di sangue. Non ho parole i bimbi non devo essere oggetto di queste cose terribili.

Uno dei misteri del Vaticano

Uno dei tanti misteri dell'oltre Tevere
Alle 21 circa del 4 maggio 1998 , a Roma, nella CdV, in un appartamento avviene una mattanza a base di colpi di arma da fuoco o almeno così pare, una suora afferma di aver sentito delle detonazioni e quando le persone di servizio accorrono trovano tre cadaveri, due distesi a terra e uno, di una donna seduto con la schiena appoggiata alla parete.
I corpi appartengono al colonnello Alois Estermann, comandante, da pochi giorni, della Guardia Svizzera, alla moglie, la diplomatica Venezuelana Gadys Meza Romeno e al loro assassino, così parrebbe, il Caporale della Guardia Svizzera Cedric Tornay di nazionalità Svizzera di 24 anni mentre la coppia è intorno ai 40 anni.
Solo la magistratura Vaticana può compiere le indagini sui crimini accaduti all'interno della CdV e così avviene. A terra ci sono 5 bossoli cal. 9 appartenenti ad una Sig Sauer, arma in dotazione al Corpo delle Guardie Svizzere.
Si vuole quindi addebitare al giovane caporale il duplice omicidio e il suo apparente suicidio. Si afferma da parte Vaticana che il giovane contrariato per una benemerenza non concessagli dal suo comandante, gli avrebbe chiesto udienza e sarebbe iniziato uno scontro finito tragicamente con la morte del Colonnello e della moglie, inoltre sempre secondo la versione del magistrato pontificio, il giovane sarebbe stato instabile, con disturbi mentali, consumatore di droghe leggere e addirittura con una ciste nel cervello responsabile di comportamenti aggressivi.
Si vuole quindi accreditare la tesi dello scatto d'ira da parte del giovane caporale. Tuttavia vi sono alcune incongruenze : quando la mamma del presunto suicidio arriva in Vaticano si rende subito conto di non essere ospite gradita e le viene consigliato da alcuni prelati, di cremare subito il cadavere del figlio, cosa strana visto solo pochi anni fa la Chiesa Cattolica avversava la cremazione dei cadaveri. Le verrà anche consegnata una lettera di addio del figlio, consegnata da Cedric ad un suo commilitone con la scusa che gli poteva accadere qualcosa di brutto.
Muguette Baudat, ad una prima lettura della lettera del figlio, peraltro non firmata, non è convinta della sua autenticità. Un successiva perizia calligrafica confermerà i dubbi della mamma oltre ad molte incoerenze di forma e di fondo incompatibili con la personalità del caporale.
Il corpo del caporale viene portato a Losanna a e sottoposto ad alcune autopsie da cui risulta che le lesioni al cervello con sono compatibili con un proiettile calibro 9 ma forse di più, con una calibro 22 e gli incisivi del giovane appaiono spezzati come se qualcuno avesse introdotto a forza la canna di una pistola nella sua bocca. E' evidente che gli scenari che si aprono non corrispondono alla versione ufficiale del Vaticano ma forse servono a coprire verità molto scomode. Secondo alcune voci non confermate il colonnello Estermann, a suo tempo sarebbe stato un agente della Stasi, la polizia segreta della Germania Comunista.
Forse il Caporale Tournay sarebbe stato ucciso in un'altro luogo, con un'altra arma, e poi trasportato sulla scena secondaria del crimine nell'appartamento della coppia Estermann Romeno e questa strage sarebbe il frutto di un conflitto tra vertici del Vaticano e massoneria deviata. Altro fatto, i bossoli rinvenuti sulla scena sono cinque, ma della quinta ogiva non si sarebbe trovata traccia nei corpi dei morti, e la Sig Saer è stata trovata sotto il corpo del giovane Tournay, in decubito prono, in una posizione non compatibile con i fatti ma molto probabilmente per rendere postivo il guanto di paraffina alla mano del caporale.
Ovviamente la polizia italiana non fu stata informata, nessun aiuto investigativo è stato chiesto alle autorità italiane e nessuno sa come vennero svolti i rilievi tecnici scientifici sulla scena del crimine.
RN


omicidio nell'Agro Pontino , 1901

Maria Teresa
Nettuno 1902
L'agro pontino tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900, prima della bonifica che avvenne negli anni 30 per volere di Mussolini, era una area malsana e paludosa, con un clima che minava alla base la salute di chi aveva la disgrazia di viverci.
Nel 1900 i caporali che esistevano già allora, su richiesta di un grande proprietario terriero il Conte Mazzoleni, si aggiravano nelle Marche e ingaggiavano centinaia di agricoltori, illudendoli con la promessa di un facile lavoro, ben remunerato e con una abitazione di servizio.
In realtà il clima delle paludi pontine, era a dir poco, sfavorevole, la zona era infestata dalla zanzara anofele, il lavoro era sfibrante a fronte di una alimentazione insufficiente, le abitazione erano capannoni dove si viveva in condizioni di promiscuità e di igiene scarsissima e il salario era iniquo.
Fra le famiglie illuse, dalle promesse dei caporali, ce ne furono due, una di Corinaldo, Ancona, i Goretti e una originaria di Paternò, Catania, i Serenelli.
La famiglia Goretti era formata dal padre Luigi, la madre Assunta, una ex trovatella abbandonata dalla madre nella ruota di un convento e i figli, tutti in età scolare, Angelo, Maria, Mariano, Alessandro ed Ersilia.
La famiglia Serenelli era composta in quel momento dal padre Giovanni, un ex alcolizzato e i due figli Vincenzo e Alessandro, tutti intorno ai 18 anni, la moglie era morta in manicomio dove era stata ricoverata in quanto aveva tentato di annegare il figlio di pochi mesi, dopo otto parti. Le due famiglie vengono alloggiate in un casale presso Ferriere di Latina, un fabbricato fatiscente a un piano, con 18 gradini che portavano alla zona superiore, la zona notte, dove c'era un corridoio su cui si affacciavano le camere da letto, a piano terra , la cucina e la sala pranzo.
Tutti gli occupanti lavoravano nei pochi campi o nella produzione del carbone di origine vegetale. Le condizioni di vita erano misere, l'analfabetismo e l'ignoranza diffusissime e una forma di rassegnazione sul proprio stato economico senza possibilità di poter migliorare se non arruolandosi nel regio esercito o facendosi prete.
La condizione della donna era peggiore di quella dell'uomo, in quanto era doppiamente schiava, del lavoro e anche dell'uomo a cui era asservita in modo totalizzante. In questo contesto infausto, Luigi, il capo famiglia dei Goretti, muore devastato, addirittura di tre patologie diverse : polmonite, tubercolosi e ovviamente malaria.
La vedova rimasta sola con sei bimbi si appoggia sempre più al Giovanni Serenelli, che diventa l'uomo di casa.
Tra i figli della Assunta, c'è Maria Teresa , di 11 anni, una bimba più matura della sua età, alta 1,38, sottopeso e denutrita, priva di ogni attrattiva femminile e dal carattere serio e triste che provvede ad accudire ai suoi fratellini.
Alessandro Serenelli, da poco diciottenne e assolutamente privo di esperienze sessuali, nella sua mente devastata, si crea delle fantasie, peraltro ingiustificate, su questa bimba , e inizia a molestarla sessualmente sino dall'età di 10 anni.
Maria ha paura di questo giovanotto prepotente e insistente, avvisa delle molestie subite, la madre Assunta che ovviamente non le crede, intanto i tormenti tesi a sottomettere la piccola ai desideri di Alessandro, crescono di intensità e raggiungono un livello di guardia altamente pericoloso.
Il 5 luglio del 1902, un pomeriggio , Alessandro segue la piccola Maria, sino al piano superiore mentre tutti gli altri sono al piano terra, lei in quei minuti è sola e indifesa, le chiede di rammendarli un capo di abbigliamento, poi la aggredisce con violenza , la getta sul letto, le solleva la gonna , sotto cui, come tutte le femmine in quella condizione di povertà non indossavano intimo, si appoggia a quel piccolo corpo con l'idea di stuprarla, la bimba urla disperatamente chiedendo aiuto e tenta di respingerlo. Probabilmente il giovanotto, è in fieri impotente, e nonostante l'intenzione mentale, non riesce a concretizzare la sua aggressione, impugna il punteruolo che aveva con sé e colpisce Maria Teresa all'addome per ben 14 volte.
La piccola ha degli squarci nell'addome e nel basso ventre con importanti emorragie e versamento dell'intestino. L'aggressore fatto ciò, fugge e si rifugia nella sua stanza sbarrando la porta. Tutti gli altri, alle urla disperate della piccola, accorrono e la trovano in quello stato, lei racconta l'accaduto, la sua situazione è critica, arriva il padrone del fondo, il Conte Mazzoleni che contribuisce al trasporto di Maria al più vicino Ospedale, quello di Nettuno che dista una ventina di chilometri. La bimba ci arriva in uno stato miserevole. I carabinieri giunti da Cisterna di Latina, sfondano la porta della camera e arrestano Alessandro Serenelli.
Nel frattempo arrivano dei religiosi, i Padri Passionisti, che danno all'accaduto un significato culturale ma soprattutto religioso, e intravedono nel comportamento della piccola vittima un atteggiamento di una vergine martire che ha lottato per difendere il proprio corpo da una aggressione materialista. Ognuno fa il proprio lavoro !
La bimba attorniata dai suoi famigliari e soprattutto dai religiosi , poco prima di morire nel suo letto all'ospedale di Nettuno, anche a causa della scarsa efficienza sanitaria di quegli anni, lucida e cosciente, perdona il suo assassino, questo contribuisce ad avvalorare la tesi del martirio secondo il detto .
Da quegli istanti Maria Goretti diventa un simbolo e inizia per lei, passo dopo passo, un percorso che nel 1950 la porterà alla Santità diventando Martire della Chiesa Cattolica con l'attribuzione postuma di tre fatti miracolosi.
Serenelli imputato a processo verrà condannato a 30 anni di pena che sconterà parzialmente nel carcere di Noto, mentre è in cella manifesta intenzioni di convertirsi alla fede Cattolica e soprattutto un sincero pentimento, chiede perdono alla Assunta, la madre di Maria e tenta di riavvicinarsi alla sua famiglia. La madre Assunta, muore a 88 anni dopo aver assistito alla santificazione di sua figlia, Maria, in San Pietro, si spegnerà serenamente nella sua casa di Corinaldo circondata dall'affetto dei suoi figli ancora viventi.
Dopo 27 anni di carcere è rilasciato e inizia a svolgere lavori umili presso il convento dei Padri Minori di Macerata , ordine in cui entrò con il nome di Padre Stefano. A seguito di una frattura del femore morirà nel 1970 a 87 anni, non del tutto lucido e orientato, nel suo testamento scrisse : Aspetto sereno il momento di essere vicino al mio angelo .
Maria Goretti, ora santa, è un simbolo e non poteva essere altrimenti per la chiesa ma al di là di tutto fu semplicemente una bimba che visse in povertà, con dignità, aiutando i suoi fratellini a crescere soffrendo meno di lei.
Non ebbe vita facile e morì con grande sofferenza ma rimarrà per sempre, nell'immaginario collettivo coma una adolescente che pretese rispetto e dignità per sé stessa, sino alle estreme conseguenze.
Roberto Nicolick


l'irruzione nella scuola di Terrazzano

L'irruzione nella scuola elementare di Terrazzano
comune di Rho
10 ottobre 1956
Sono le 11 di una tranquilla mattinata scolastica come tante, quando due soggetti armati di pistole automatiche e di baionette, fanno irruzione nella scuola elementare di Terrazzano una frazione di Rho in provincia di Milano, superano la sorveglianza della bidella, entrano nella prima aula che incontrano e minacciando tutti con due pistole calibro 7,65, prendono in ostaggio 94 bimbi e tre insegnanti, tre donne, concentrandoli nello stesso locale, è il panico elevato all'ennesima potenza.
I due criminali sono due fratelli, Egidio e Arturo Santato, con precedenti penali di vario tipo ma soprattutto per aver trascorso diversi periodi di cura in manicomi giudiziari. Egidio è un minorato psichico e il leader è Arturo che esercita sul fratello un controllo totale.
Polizia e carabinieri arrivano da tutta la Lombardia e circondano la scuola, anche decine di genitori disperati giungono nei pressi della scuola in attesa di notizie. I due chiedono per rilasciare gli ostaggi, duecento milioni di lire, all'epoca una cifra elevata per quei tempi, dichiarano anche di avere diversi chili di polvere nera e alcuni metri di miccia con cui fare saltare la scuola assieme agli ostaggi . Hanno delle corde con cui legano i polsi di alcuni alunni che fanno salire sul davanzale delle finestre a mò di scudi umani. Chiedono cibo e un microfono con cui manifestare le loro richieste
Minacciano anche di accecare alcuni bimbi con l'acido solforico se non ci saranno risposte pronte da aprte delle autorità e in preda ad una forte agitazione, dal secondo piano della scuola, sparano sulla folla ferendo una mamma che si era avvicinata troppo alla scuola per cercare di vedere suo figlio, con le loro armi sparano e sfiorano la loro sorella che era venuta per ammansirli, tirano anche ad un ufficiale di polizia e a un carabiniere senza tuttavia colpirli. Oltre a chiedere i soldi i due chiedono anche una ambulanza per poter fuggire indisturbati.
Chi sono i due folli sequestratori ? Sono due fratelli Polesani, di Villanova del Ghebbo, provengono da una famiglia a dir poco singolare, il padre è un girovago alcolista che dipinge e vive per strada e che verrà massacrato negli anni successivi da Egidio, la madre è una vecchia megera che gira su una ape car a vendere verdura in giro per Rho, la sorella Flavia , l'unica normale, da tempo si è allontanata dalla famiglia per convivere con il fidanzato , c'è anche un ragazzino di 10 anni che, meno male per lui, si trova in un istituto.
Introno alle 17 una delle maestre cerca di sfilare la pistola dalla tasca di uno dei due ma il criminale se ne accorge e minaccia di uccidere i bimbi, in quel momento la polizia e i carabinieri fanno irruzione, ma non sono i soli, un operaio, Sante Zennaro, approfittando della confusione appoggia una scala alla facciata della scuole ed entra da una finestra, affrontando Arturo, nella concitazione del momento inizia una sparatoria tra gli agenti in quel momento sopravvenuti, e i due sequestratori, al culmine dello scontro a fuoco, Sante Zennaro viene colpito mortalmente e muore. Gli agenti afferrano i due criminali che non oppongono ulteriore resistenza e liberano tutti i ragazzini e le tre insegnanti , sono tutti indenni vengono accompagnati all'esterno dove trovano i loro genitori. La folla circonda gli agenti e i due criminali tentando di linciarli.
L'eroico Zennaro che ha tentato disperatamente di neutralizzare i due Santato muore in questa sua azione colpito, purtroppo, proprio dagli agenti e dai carabinieri che lo scambiano per uno dei criminali, in seguito verrà insignito della medaglia d'oro al Valor Civile alla memoria e la scuola dove egli è cauto sarà intitolata al suo nome.
I due Santato verrano processati e condannati rispettivamente Egidio Santato a 5 anni e 8 mesi, Arturo fu internato in un manicomio criminale per la durata di sette anni. Nel 2011 alcuni ex scolari che ora hanno i capelli grigi hanno voluto parlare al telefono con uno dei sequestratori, Egidio, quello meno feroce ed autonomo e hanno rivolto a lui parole di perdono.




giovedì, novembre 07, 2019

L'omicidio del seregente della San Marco Oscar Oddera






L'omicidio di Oscar Oddera
17 maggio 1945

Oscar Oddera, nativo del Savonese, Pareto, non è mai stato un militarista o un guerrafondaio, al contrario, una persona pacata e tranquilla, nonostante quei tempi tumultuosi e violenti. Oddera viene reclutato forzatamente nella Divisione San Marco, con il grado di sergente e l'incarico di marconista, tuttavia non partecipa ad attività militari o di polizia anzi gode presso la popolazione di buona fama e coltiva amicizie con i partigiani del luogo con cui mantiene buoni rapporti. Alla fine delle ostilità, Oddera rientra in famiglia e inizia la vita da borghese.
Una sera di fine maggio del 45, due partigiani comunisti, lo vanno a prelevare presso la sua abitazione e nonostante le proteste dei famigliari, in particolare del fratello Umberto, lo arrestano con l'accusa di aver fatto parte di una “famigerata formazione fascista”, i due aggiungono che porteranno Oddera ad Alessandria per essere interrogato. Conoscendo i due e soprattutto convinto di essere in buona fede e che tutto si chiarirà, Oddera sale sul mezzo, ma da quel momento la sua sorte è segnata e non arriverà mai ad Alessandria. La sera stessa, poco dopo le 21, Oddera giace, colpito da più pallottole, morto sul ponte di collegamento sull'Erro, che collega Mioglia con la provinciale per Acqui Terme.
I due partigiani comunisti che avevano in custodia Oddera, Canavero Valerio, classe 1922, già coinvolto in numerose esecuzioni sommarie nel Savonese e Ferraro Duilio classe 1921, anch'esso partigiano comunista come il Canavero, affermarono che mentre l'automezzo su cui viaggiavano si fermava per un guasto, Oddera tentava la fuga e “dopo infruttuose intimazioni di alt, avevano aperto il fuoco uccidendolo”. Secondo i due assassini la distanza a cui colpirono il poveretto sarebbe stata di almeno 40 metri.
Tuttavia questa versione non collima con la realtà, infatti un testimone accorso sul posto, rilevò che le ferite erano tutte al viso e non a tergo come per fermare un fuggitivo. Inoltre il medico che esaminò il corpo certificò che vi erano fori di uscita alla regione occipitale ma ferite di ingresso al viso con la completa distruzione dell'occhio sinistro.
I carabinieri di Mioglia ipotizzarono che la morte dell'ex sergente della San Marco fosse stata causata da colpi di pistola automatica Browning, di cui erano dotati i due partigiani comunisti, sparati a distanza ravvicinata e frontalmente, quindi una vera e propria esecuzione in stile comunista verso una persona inerme.
Al termine dell'istruttoria Canavero e Ferraro furono rinviati a giudizio presso la Corte di Assise di Alessandria , il 20 giugno 1953, per concorso in omicidio volontario e condannati a 4 anni e otto mesi ciascuno che per effetto dei vari indulti si ridusse ad appena tre anni e otto mesi. In appello, nel 1955, la pena fu condonata per intero e quindi Canavero e Ferraro non fecero un giorno di galera, ma dovettero solo pagare le spese di giudizio , tuttavia dai due gradi di giudizio fu accertato che : l'arresto di Oddera fu arbitrario e unicamente una iniziativa dei due partigiani comunisti, il tentativo di fuga non avvenne anche per ammissione del partigiano alla guida del veicolo Vezzoso, gli spari furono esplosi a distanza ravvicinata , Oddera quindi non solo non tentò la fuga ma i due soggetti avevano già in animo di assassinarlo, cosa che fecero giunti col buio sul ponte dell'Erro.
Oscar Oddera fu una delle tante vittime innocenti ed indifese, che i sicari comunisti soppressero con una ferocia e una noncuranza che solo creature venute dal buio dei secoli potevano esibire. Per la cronaca, la famiglia della vittima ricevette in seguito un biglietto con sopra scritto “così muoiono i traditori”, era chiaramente un depistaggio.
Roberto Nicolick

martedì, ottobre 08, 2019

Agostino e il suo carretto


Agostino e il suo carretto

Questo signore si chiama Agostino , la foto lo ritrae nel 1960 circa e all'epoca aveva poco meno di 40 anni, il luogo è nelle vicinanze de il semaforo ,ancora esistente di fronte alla facciata lato mare del vecchio San Paolo di Savona, che regolava il traffico tra Corso Italia e Corso Mazzini.
Il banco che è di lato ad Agostino, è colmo di caramelle, stringhe, pummelletti , boeri, lecca lecca e altri prodotti dolciari che a noi bimbi , di allora, tanto piacevano, ed era attaccato ad una ape che provvedeva al traino.
Ogni mattina Agostino arrivava con la sua ape ed esponeva la sua merce, era una zona di passaggio, soprattutto d'estate, chi andava a spiaggia o ne tornava e anche chi frequentava i giardini pubblici con il tempietto napoleonico non mancava mai di passare da Agostino che con un sorriso accattivante vendeva ai bimbi le sue piccole dolcezze.
Assieme a lui c'era il padre, Pinotto con sua moglie che lo coadiuvavano nella vendita. Alla sera , dopo aver chiuso il suo banco, entrava nella sua ape e con un rombo partiva per tornare a casa che era nei paraggi.
Agostino in qualsiasi stagione, purchè non piovesse, era sempre lì, accanto alla centralina del semaforo, in questo posto strategico di passaggio, faceva parte del paesaggio, dell'immaginario collettivo di Savona, era una piccola porzione di storia di questa città.
Poi con il passare del tempo, con l'avanzare degli anni, prima Pinotto, poi sua moglie hanno lasciato solo Agostino a vendere , i bimbi di allora sono diventati adulti, con altri interessi, molti si sono allontanati da Savona per diverse ragioni, ma Agostino ha continuato a vendere i suoi prodotti, sempre più curvo e con un sorriso sempre più stanco, mentre gli anni trascorrevano inesorabili, sempre più inesorabili con tutte le loro conseguenze.
In questi giorni , sono entrato in una struttura per anziani nel centro di Savona e mentre ne percorrevo il corridoio ho intravisto in una camera, seduto su una poltroncina, un anziano, che leggeva un giornale, curvo e tremolante, una strana sensazione di dejavù mi ha attraversato il cuore, e non ho potuto fare a meno di entrare ed avvicinarmi, e il bambino di allora , io, ha riconosciuto l'adulto di allora, Agostino. L'uomo si è voltato e mi ha sorriso, lo stesso sorriso di tanti, tanti anni fa, molto più stanco e con tantissime rughe che lo incorniciavano. Mi ha mostrato una fotografia che teneva sulla mensola e ho avuto la certezza di aver trovato dopo un secolo Agostino, quello che mi vendeva 10 lire di pumelletti, concedendomi di fotografarla e renderla pubblica.
Ho iniziato a parlare con lui ed egli ha capito, o almeno spero, chi io fossi, gli sono stato accanto una mezzora a scambiare con lui tante, tante parole, poi il mio collega è venuto a cercarmi perchè l'ambulanza doveva tornare in sede. Mi sono staccato da questa persona e mi sono ripromesso di tornare a trovarlo, sono uscito da quella camera molto più ricco di quando ci sono entrato.

sabato, ottobre 05, 2019

La strage di Prato 1944




L'eccidio del Castello dell'Imperatore
Prato , settembre 1944

Le truppe alleate, nel 1944, stavano risalendo l'Italia dopo gli sbarchi in Sicilia e ad Anzio, l'esercito Tedesco dopo aver opposto una efficace resistenza sulla Linea Gustav, si stava riposizionando più a nord lungo la linea Gotica , poche decine di chilometri più a sud di quest'ultima linea difensiva, c'è Prato, una importante città, che venne raggiunta e circondata dagli Americane, che tuttavia non vi entrarono, dando il tempo ai Tedeschi di uscire dal centro abitato. Mentre gli Americani temporeggiavano e i Tedeschi ripiegavano, lasciando i loro alleati della RSI in città, la brigata partigiana denominata Buricchi, nominativo derivava da un partigiano che aveva fatto saltare in aria un treno militare carico di Tritolo a Carmignano, attestata precedentemente in un faggeto sopra Prato, entra in città, forse confidando nella completa assenza dei Tedeschi. Essa contava circa 200 elementi di cui molti Russi ex prigionieri.
Nei pressi di Villa Massai, una splendida villa ora in completo abbandono, cade in una imboscata , ingaggia uno scontro a fuoco con un reparto di granatieri Tedeschi affiancati da Italiani. Nello scontro la brigata Buricchi ha la peggio subendo importanti perdite, inoltre 29 di loro sono presi prigionieri e impiccati in località Figline. Questo fatto crea ulteriore tensione e odio nei confronti dei Fascisti Repubblicani che in realtà non furono i responsabili di queste esecuzioni sommarie ordinate ed eseguite dagli ufficiali dei Granatieri Germanici.
Nei giorni successivi i CLN si insediò a Prato ed emanò l'ordine di l'arresto di numerosi Fascisti Pratesi che in quel periodo erano circa 200, ordinando però categoricamente, che non sarebbero dovute avvenire violenze di nessun tipo, nessun processo sommario e nessuna uccisione di Fascisti per vendetta, gli stessi ordini vennero emanati dalle autorità alleate. Molti fascisti vennero reclusi quindi al Castello di Prato, detto anche dell'Imperatore, situato nella piazza delle carceri, fatto costruire nel medioevo da Federico II di Svevia.
Ma alcuni personaggi, che definire violenti sarebbe un eufemismo, si erano già messi in movimento, nonostante il divieto del CNL , le prime esecuzioni sommarie all'interno del Castello, iniziarono nella del mattinata del 7 settembre e proseguirono sino al tardo pomeriggio dello stesso giorno , compiute con mitra e con pistole e fucili, i primi ad essere uccisi furono i fratelli Giorgi, Giovanni e Leonello entrambi, militi della GNR , quindi Petrelli Fernando , Micheli Ricciardo, Simoncini Spartaco , Ubertini Benvenuto, anche una donna Razzai Fiorenza , accusata di essere una dattilografa al servizio dei Tedeschi viene soppressa, oltre ad uno straniero , di nazionalità Polacca accusato di collaborazionismo, l'ultimo ad essere eliminato fu un sottufficiale del Carabinieri, il Maresciallo Giuseppe Vivo, anche se munito di un lasciapassare partigiano. Ad un sacerdote che si offrì di amministrare i Sacramenti ai poveretti venne negato l'accesso.
Al Castello Svevo, le vittime furono nove ma a Prato città, secondo alcune fonti, ben sessanta persone vennero frettolosamente trucidate a casa loro, nelle strade, contro i muri della chiesa in poche ore in una ordalia selvaggia di odio.
Emerge in questa circostanza , in particolare, un certo Marcello Tofani, Pratese, classe 1923, nome di battaglia Tantana, partigiano della Brigata stella rossa, figlio di un becchino, nato in una famiglia numerosa, basso e tarchiato, violento e intraprendente, da giovane pesca di frodo in spregio alle leggi locali.
Per descrivere la sua indole implacabile basta questo, il Tantana era stato multato ripetutamente da un vigile urbano di Prato, un certo Cecchini, e a guerra finita, Tofani si mise alla ricerca del vigile che lo aveva perseguito attraverso i rigori della legge e che per di più era di fede fascista, ne trovò a Milano la fidanzata, la costrinse con la violenza a rivelare dove fosse nascosto il Cecchini, e poi lo raggiunse. Cosa accadde esattamente non si sa, secondo la Corte di Assise di Milano, il Tanfana lo torturò , lo uccise e poi dopo averne spogliato il cadavere lo gettò in un canale, pare la Martesana, e non venne mai più trovato, tanto è vero che venne condannato anche in appello a 27 anni. Un altro omicidio di cui fu ritenuto responsabile, fu quello del Maresciallo dei Carabinieri Giuseppe Vivo, avvenuto all'interno del Castello di Prato, per il quale fu condannato a 18 anni di reclusione, ci furono diversi processi ma l'unico imputato che venne ritenuto colpevole fu appunto Tofani, tutti gli altri suoi compagni vennero prosciolti.
Tofani confessò tranquillamente di aver “ucciso dei fascisti” in quanto secondo lui azione meritevole, per vendicare il fratello partigiano a sua volta ucciso durante la resistenza. Forse credeva realmente di essere nel giusto a spargere tanto sangue, infatti transitò per un breve periodo anche nell'O.P.G. di Reggio Emilia e comunque dopo, di anni di galera ne scontò davvero pochi, grazie alla amnistia Togliatti, e nel giugno del 1986 morì nel suo letto a Bologna dove si era trasferito. La sua breve permanenza in galera non lo convinse al pentimento ma almeno gli permise di finire gli studi elementari e di imparare a leggere e a scrivere visto che nell'adolescenza non aveva proseguito oltre la terza elementare.
Nel 2017 si è spenta a 90 anni, una persona totalmente diversa da Tofani, Silvano Desideri, che per anni lottò affinchè Prato non dimenticasse le vittime di queste vendette feroci, avvenute sotto la comoda copertura della resistenza ma che in realtà furono assassinate per motivi abbietti. Tanto fece che nel 2011, presso la sede della Circoscrizione Centro di Prato, riuscì a far parlare in un convegno di quello che accadde in quei giorni di follia e di sangue a Prato, e a riportare alla luce una strage dimenticata di cui non si conosce neppure ora l'esatta portata ma che secondo alcuni studi può tranquillamente superare in pochissimi giorno le settanta unità.

domenica, settembre 29, 2019

l'eccidio di Costa D'Oneglia

L'eccidio di Costa D'Oneglia ( Imperia )
L'Avvocato Ambrogio Viale, classe 1900, cattolico e politico rigoroso, nella sua qualità di prefetto di Imperia nell'immediato dopoguerra, dichiarò testualmente ad una commissione di inchiesta .
Viale si riferiva alle gesta dei partigiani rossi, nel periodo post insurrezionale e in particolare alla strage avvenuta , la notte del 4 maggio 1945, nelle vicinanze della Chiesa del Carmine, in località Capuccini, a Costa D'Oneglia e ad altre atrocità compiute, in particolare su due giovani donne , ex ausiliarie del S.A.F. , servizio ausiliario femminile, Giovanna Serini e Lidia Bosia, sequestrate a metà di giugno 1945, queste due ragazze erano semplicemente infermiere e non facevano parte del personale combattente della RSI ma vennero assassinate probabilmente perchè conoscevano i nomi degli assassini della precedente strage di Costa D'oneglia, prima di essere abbattute subirono uno stupro collettivo.
La notte del 4 maggio 1945, un reparto di poliziotti ausiliari partigiani armati, entrò nel vecchio carcere di Imperia, con una lista di proscrizione, senza alcuna giustificazione legale, prelevò 26 persone ivi ristrette con la solita accusa di implicazioni col il regime della RSI, li caricò su due camion e partì verso destinazione ignota.
Gli agenti di custodia, pochi e disarmati, non poterono opporre alcune resistenza . I mezzi raggiunsero località Capuccini, sulle alture dell'Imperiese, qui i sequestrati, legati per i polsi con del fil di ferro, sotto la minaccia delle armi raggiunsero la chiesa del Carmine dove ottennero di raccogliersi in preghiera.
I prigionieri sapevano benissimo quale fosse la sorte che li attendeva e alcuni di loro, fra cui un ex deputato del Partito Fascista Repubblicano, Pietro Salvo e altri già appartenenti alla BBNN intonarono, penso in tono di sfida, l'inno Giovinezza.
Questo fu il loro ultimo gesto di appartenenza, i partigiani comunisti li trascinarono in un un trincerone a breve distanza, e qui li massacrarono a colpi di mitra, secondo un copione consolidato anche in altre zone della Liguria. Nella concitazione del momento, uno dei prigionieri, Francesco Agnelli, pur ferito si salvò e riuscì a raggiungere una famiglia amici a Diano Castello a cui riuscì a raccontare l'accaduto prima di essere raggiunto dai killer ed essere assassinato anch'esso.
Almeno la mattanza non passò sotto silenzio, ma nonostante lo sdegno per l'accaduto altre due donne, Serini e la Bosia , rispettivamente di 22 e 25 anni, furono rapite, violentate e uccise per tappare loro la bocca per sempre.
Nel 2006, il p.m. Bernardo Di Mattei, procuratore capo della Repubblica di Imperia, coordinatore dell'inchiesta sull'eccidio, chiese al gip il non luogo a procedere. Nessun particolare utile era emerso dalle indagini, nessuna tra le persone che potrebbero aver preso parte all'eccidio, sembrava essere ancora in vita, insomma un'altra strage senza responsabili.
A Genova, in Piazza della Vittoria, nella ricorrenza dell'eccidio i militanti di un gruppo denominato Spazio Avalon, accendono ogni anno 26 torce in memoria delle vite spezzate dall'odio feroce che armò quegli assassini e Casa Pound espone uno striscione a ricordo delle 26 vittime.
R.N.