domenica, giugno 10, 2018

L'omicidio della ex ausiliaria del SAF Maria Rosa Amodio

Maria Rosa Amodio
Avvenente e giovane ragazza dai lunghi capelli neri, membro del S.A.F. ( Servizio Ausiliario Femminile ), già condannata a morte dal C.A.S. per collaborazionismo ( Corte di Assise Speciale ) e successivamente prosciolta regolarmente con amnistia, di professione faceva la maestra elementare..
Fu uccisa ad appena 23 anni , in una tranquilla serata del 12 agosto1947, sempre dal solito assassino con tante facce, che usava la stessa pistola silenziosa, mentre si recava dal suo fidanzato, Lorenzo Calzia, abitante in Via Giacchero.
La ragazza pedalava in sella ad una bicicletta lungo Via Nizza , Località Natarella altro luogo fatale dove viveva una famiglia, i Biamonti, sequestrati, assassinati ed occultati da un gruppo di partigiani comunisti.
Nonostante i tempi pericolosi e le frequenti esecuzioni sommarie che avvenivano sia di giorno che di notte, Rosa Amodio non volle mai allontanarsi dal Savonese se non temporaneamente , convinta che non avendo fatto del male, non doveva temere nulla e infatti da circa un anno era tornata, di più non aveva rinunciato alle sue idee anzi, faceva politica per un movimento di destra.
Nei pressi di casa sua a Valleggia dove si era trasferita ad abitare in Via Rossi assieme ai suoi genitori, un suo amico impegnato politicamente anch'egli, Angelo Trucco, pochi giorni prima, era stato gravemente ferito, ma nonostante questo, lei non manifestava alcun timore, tuttavia a scanso di brutte sorprese, si faceva accompagnare a casa dal fidanzato.
Quella sera , lei troppo sicura di sé stessa era sola, pedalava allegramente sotto il sole estivo che tramontava, verso il suo amore, Lorenzo con cui aveva un appuntamento a Savona presso la Stazione Ferroviaria, ma non ci arrivò mai. La pistola silenziosa sparò ancora una volta.
Anche se nessuno vide realmente quello che accadde in tutta la sua interezza, il funzionario della squadra mobile intervenuto dopo le 22,30, sul luogo del crimine, il commissario aggiunto Renato Torre, ipotizza nel suo rapporto, che la Amodio fu seguita dal sicario sullo stesso mezzo oppure su un'auto, con l'intenzione di spararle appena se ne presentasse la possibilità, anche se testimonianze dirette e precise sul mezzo non ce ne furono
L'opportunità si è presentata nel momento in cui la ragazza stava transitando in un tratto di strada di Via Nizza, precisamente Natarella, in quel momento senza passanti e dove si trovava una autocisterna in sosta sul lato destro verso Vado Ligure, e che copriva la visuale a chi andava verso Savona, in quel istante, probabilmente, uno dei due ha puntato la pistola ed ha fatto fuoco una sola volta con grande precisione.
Colpita volutamente in pieno viso, con un'unica pallottola, appositamente per devastare un bellissimo volto come il suo, la ragazza cadde rovinosamente dalla bicicletta, rimanendo sul selciato, anche in questo caso, lo sparo non venne udito, in quanto l’arma molto verosimilmente era silenziata e si pensò immediatamente ad un incidente.
Il funzionario di polizia Renato Torre arrivato sul posto, descrive la posizione del corpo in questi termini :
“la donna di una età apparente di circa 23 – 24 anni, vestita con un abito bianco con guarnizioni colorate e un golf di lana azzurra, era distesa per la lunghezza di tutta la sua persona di traverso la strada con i piedi rivolti al muro e la testa rivolta al mare, sul lato destro per chi si dirige verso Zinola ad una distanza esatta di m. 2,33 dal ciglio della strada, il braccio destro è completamente flesso in avanti e la mano corrispondente è chiusa a pugno, il braccio sinistro è quasi parallelo al fianco sinistro e la mano corrispondente aperta sul fianco.
Il volto è completamente insanguinato e del sangue raggrumato si trova sotto la testa tanto da inzuppare completamente i capelli, dalle ferite del viso, della testa non visibili per il sangue uscito, in gran quantità defluisce il sangue stesso che va a formare una vasta pozza sul sulla strada sul lato sinistro del corpo.
Uno dei sandali che la donna calzava e precisamente quello sinistro si trova sul fianco destro del cadavere mentre l'altro è tuttora al piede, a questo punto non essendovi ulteriori constatazioni da fare. Dispongo per l'arrivo di un sanitario e per la rimozione del corpo sino ad un loculo dove rimarrà a disposizione del Magistrato”
Il primo che si avvicinò al corpo a terra fu tale Libero Albesiano il quale non notò nessuno altro nei pressi, in seguito arrivarono sul posto, attirati dal corpo a terra tali Angela Fantino e Giovanni Rosso. Tutti e tre i testimoni dichiararono di non aver sentito alcuna detonazione e neppure di aver notato passanti o ciclisti o auto in movimento.
Guardando con attenzione il viso devastato dalla pallottola , si poteva notare un foro di entrata all'angolo naso – labiale sinistro del viso.
Rosso Giovanni, tornitore, abitante in Via Nizza, fa la seguente deposizione : “ ieri sera verso le 22,10 uscii di casa per recarmi ad accompagnare la fidanzata, Fantino Angela di Legino Via Crocetta, a casa sua, giunto in località Natarella, a circa 50 m. dalla villa Gavotti, notai due ciclisti che appoggiata la bicicletta al muro e dopo aver fatto ciò tornavano sui loro passi e si fermavano a guardare qualche cosa che si trovava a terra.
Incuriosito pure io mi recai con la bicicletta della mia fidanzata presso quei due ed avvicinandomi vidi che in terra giaceva una donna con una bicicletta sul corpo.
Avvicinandomi vidi che si trattava di una giovane donna della apparente età di anni 23 riversa in una pozza di sangue, chinatomi verso di essa nell’intento di prestare aiuto notai che la ragazza era ormai spirata, l’ultimo suo movimento fu quello di muovere la testa.
Le tastai il polso e constatai che oramai non batteva più.
Gli altri due ciclisti che erano sul posto prima di me non sapevano che cosa fare ed allora io mi recai presso lo stabilimento Viani a telefonare alla C.R.I.
I due ciclisti anzidetti vengono chiamati “Benardo “ che so abitare a Legino in Via Costacavalli l’altro è biondo e abita a Legino in Via Brichetti e lavora presso la Società Derpo.
L’azione omicida fu così repentina che nessuno ebbe modo di vedere il momento peciso dell'omicidio, tranne un autista di un mezzo pesante, per l'esattezza di una autocisterna, il quale arrivato assieme ad altri curiosi nei pressi del corpo affermò spontaneamente di aver visto cadere la donna dalla bici e quindi si allontanò, cercato in seguito, presso la Ditta Viani che era nei pressi dell'omicidio e che aveva un traffico di autobotti, questo teste non fu mai identificato.
La polizia non riuscì ad identificare chi commise l'omicidio, ammesso che il gruppo di fuoco fosse in auto o in bicicletta era già lontanissimo.
Alcuni testimoni dissero di aver notato vagare apparentemente senza scopo, nei pressi della spiaggia e in un cinema estivo, vicini al luogo dell'attentato, alcuni ex partigiani.
In particolare il fratello della vittima, Piero Amodio, dichiarò che la sera stessa dell'omicidio, aveva visto passare in Via Nizza, tre giovani in bicicletta, e tra questi uno aveva pronunciato la frase “ te l'avevo detto , non aveva più di due mesi di vita”, era evidente che questa frase fosse riferita alla povera Amodio.
Le indagini identificarono due dei tre, tali Anselmi Giuseppe e Zuliani Paolo, i quali spiegarono che il loro commento era sulla attività politica dell'uccisa.
In particolare l'Anselmi Giuseppe, detto Pino, era stato poliziotto ausiliario partigiano e in merito alla deposizione del fratello della Amodio rilasciò anche questa dichiarazione verbalizzata :
“Arrivato in località Natarella vidi un gruppo di gente e tra questi riconobbi il Sig. Commissario Torre, alle dipendenze del quale prestai servizio presso il Commissariato Porto, e dopo averlo salutato gli chiesi se mi permetteva di vedere la morta, al che lui accondiscendeva. Dopo 10 minuti io e i miei succitati amici risaliti in bicicletta riprendemmo la strada del ritorno e con noi si aggiungevano altre persone sempre sullo stesso mezzo, che facevano la nostra stessa strada.
Strada facendo fra tutti i presenti nacque una discussione sul fatto e uno che non conosco disse che la morta ai suoi tempi aveva fatto del male, così non avrebbe avuto più di un mese o due di vita , a tali parole io pure dissi , si capisce una bella fine non la poteva fare, meglio lei che me “. Tocca al padre della vittima, Agostino Amodio riconoscere la figlia nel cadavere trasportato alla camera mortuaria dell'Ospedale San Paolo di Savona stesa cosa farà la madre Cambise Maria , che fa anche verbalizzare la speranza che venga fatta luce sulla morte della figlia e che la giustizia segua il suo corso.
L'autopsia fu affidata al Dottor Francesco Rossello che scrive testualmente :
“ Ad un esame autoptico e peritale incaricato dalla Procura della Repubblica di Savona sul cadavere della nominata Amodio Maria Rosa, ho rilevato dopo esame degli elementi a mia disposizione quanto segue : Tagliata con taglio la cute e resecata la calotta cranica si solleva la stessa. La parte superiore dell'encefalo appare indenne. Sollevata con la mano sinistra l'encefalo e praticati con la destra i consueti fori gli si isola l'encefalo.
All'ispezione della base del cranio l'apofisi basilare dell'osso occipitale appare fratturata , il bulbo appare leso e le meningi che lo fasciano lacerate. Dura madre e meningi all'altezza dell'occipitale specialmente antero lateralmente appaiono anch'esse abbondantemente lacerate.
Ala base del cervello in corrispondenza dell'emisfero destro a circa 2 cm. dal foro occipitale nella circonvoluzione temporale occipitale mediale si nota una lesione continua che si affonda nella materia celebrale per circa 5 cm.
Sezionando la materia celebrale per circa 5 cm. della suddetta zona si rinviene un corpo metallico a forma cilindrica ogivale del diametro di mm. 7,65 e della lunghezza di circa 3 mm.
Prosegue il medico “La Amodio è deceduta per lesione bulbare in seguito a trauma, la morte è avvenuta sul colpo. Il mezzo con cui la Amodio è deceduta è rappresentato da un proiettile di rivoltella calibro 7,65, munita probabilmente di silenziatore.
La morte è avvenuta circa 38 ore prima della esecuzione dell'autopsia.
Il proiettile ha seguito il seguente tragitto: è penetrato all'angolo naso labiale di sin., ha perforato il mascellare superiore di sinistra, fratturato il vomere, ha attraversato le coane nasali, è penetrato nel bulbo attraverso il foro occipitale , fratturando l'apofisi bresillare dell'osso occipitale e si è quindi affondato per una profondità di circa centimetri 3, nella circonvoluzione temporo-occipitale mediale dell'emisfero di destra.
La direzione del proiettile risulta la seguente : dal basso verso l'alto, da sinistra a destra.
Maggiori difficoltà si incontrano per stabilire con esattezza la distanza da cui il colpo è stato sparato e se l'arma era munita di un silenziatore.
Le mie ricerche in letteratura e presso l'istituto di Medicina Legale di Genova sono riuscite infruttuose, non esistendo a tutt'oggi pubblicazioni o comunicazioni su traumi da arma da fuoco munita di silenziatore.
Tuttavia considerato che, nelle armi con il silenziatore, la carica di scoppio sia lasciata invariata, essendo la espansione dei gas compressa dal silenziatore si può arguire che la forza di propulsione del proiettile sia diminuita e quindi la distanza da cui la Amodio è stata colpita sia minore che non con arma normale , in base a questa ipotesi la distanza il colpo potrebbe variare da metri 0,50 a un metro.
Nel caso invece che l'arma non fosse munita di silenziatore il colpo risulterebbe sparato da circa due metri di distanza.
Resta da esaminare il caso che la carica di scoppio sia stata aumentata a causa del silenziatore. In tal caso si ha ragione di ritenere il colpo sparato come da normale arma senza silenziatore.
Concludendo la distanza da cui il colpo è stato sparato oscilla tra i metri 0,50 e i metri due. Questo secondo le mie ricerche in scienza e coscienza.”
C’è anche la testimonianza della madre della Amodio, Cambise Maria, la quale afferma che nei primi di novembre del 46, la figlia aveva ottenuto da un produttore di tessuti di Jesi, la rappresentanza di lana grezza che lei vendeva nelle fabbriche Savonesi, attraverso i comitati di fabbrica. In particolare aveva un contatto con un dipendente della camera del lavoro di Savona, tale Denari Lino, che piazzava il prodotto presso gli operai e poi la pagava alla Rosa dopo aver trattenuto una percentuale. Tutto andò bene per un po, poi accadde che il Denari trattenne una partita di lana senza dare a mia figlia il corrispettivo in denaro. Saputa la cosa feci presente a mia figlia il pericolo di perdere quella somma di denaro ma lei si mostrò sicura di recuperare i soldi dicendo “ Denari ha tutto l’interesse a darmi i soldi della partita , in quanto so di molte cose disoneste fatte da lui nella camera del lavoro” che poteva fare valere nelle sedi opportune. A riprova delle sue affermazioni Maria Rosa mi mostrò dei fogli del registro della camera del lavoro che sostenevano le sue accuse verso il Denari.
Il Denari Lino sentito dagli inquirenti diede le spiegazioni del caso, affermando che non aveva ancora consegnato il dovuto alla Amodio perché non avevano ancora potuto vedersi, inoltre affermò che la ragazza gli era stata presentata dallo zio di lei, Rais Giovanni precedente segretario della camera del lavoro e con essa aveva stipulato un accordo verbale per piazzare la lana grezza nelle fabbriche per sviluppare in seguito la società con un suo amico, Fossati Adriano.
Con questo soggetto aveva progettato di andare a Jesi, Ancona, per incontrare il produttore e sviluppare la società probabilmente per bypassare la Rosa Amodio.
Prese il treno per Genova e mentre attendeva il successivo per Bologna delle 20,45 spedi due cartoline, una alla fidanzata e l’altra a sua mamma. Sicuramente Denari tentava di subentrare slealmente alla Amodio, il che non è un reato penale ma indubbiamente era in grado di dimostrare che al momento dell’omicidio era in altro luogo.
Il funerale di Maria Rosa Amodio si svolse a Savona, partendo dalla camera mortuaria del vecchio Ospedale San Paolo.
Nel corteo composto da tanti ex camerati della Rosa Amodio , alcuni di loro alzando lo sguardo notarono affacciati alle finestre del nosocomio, dei personaggi con la cappa bianca dei “portantini”, che ghignavano al passaggio della bara. Questi personaggi, erano tutti ex partigiani comunisti che non apparivano dispiaciuti per la morte di una “fascista” nonostante fosse una ragazza poco più che ventenne.
I genitori e il fratello della ragazza, a corpo ancora caldo, furono minacciati affinchè non si costituissero parte civile al processo e infatti così fecero dando soddisfazione agli assassini della figlia.
Il fidanzato della poveretta Lorenzo Calzia, pieno di rabbia per quella che era successo, si mise ad indagare per conto proprio, volendo vendicarsi, ma dopo qualche giorno di ricerche, qualcuno gli imbottì la porta di casa in Via Giacchero, dove abitava con la sorella e la madre, con una carica di tritolo e la fece saltare. Lorenzo a quel punto dovette lasciar perdere sapendo a cosa sarebbe andato incontro. Anche al processo apparve spaventato e intimorito, tanto da deporre con voce bassa di fronte alla Corte. Indubbiamente egli sapeva come tutti, che frammisti al pubblico c'erano gli assassini della sua fidanzata che con la loro presenza tentavano di intimorire i testi.
Della morte di Rosa Amodio, fu inizialmente incolpato tale Carlo Marzola detenuto nel carcere di Oneglia, che in seguito venne discolpato da Pietro Del Vento il quale si autoaccusò dell'omicidio della ragazza.
( il brano è tratto dal mio prossimo libro attualmente il lavorazione "I delitti della pistola silenziosa" )


lunedì, maggio 21, 2018

L'omicidio del Capitano Lorenza



Ernesto Francesco Lorenza

Era un ex ufficiale Repubblichino, capitano della Guardia Nazionale Repubblicana, IX Compagnia, in servizio presso il distaccamento di Savona, nato a Tenda il 17.11.1903 a Tenda ( all’epoca provincia di Cuneo e dal 1947 ceduta assieme a Briga alla Francia ), era stato anche decorato in qualità di Centurione della Milizia, con medaglia d’argento al Valor Militare. L'omicidio di Lorenza per le modalità con cui avviene è un classico della serie della pistola silenziosa.
In seguito ad una affezione agli occhi, una paralisi del nervo ottico, egli viene ricoverato per ricevere delle cure adeguate, presso l’Ospedale San Paolo nel reparto di oculistica, lo stesso Ospedale dove fu ricoverato Giuseppe Wingler nei suoi ultimi istanti di vita.
Lorenza, precedentemente arrestato sotto l'accusa di collaborazionismo e processato, era stato appena rilasciato in seguito ad una sentenza del C.A.S.( Corte di Assise Speciale ) che lo aveva prosciolto e reso libero.
A causa del verdetto di proscioglimento, un gruppo di persone, bene orchestrate avevano protestato con violenza arrivando ad aggredire gli avvocati difensori degli imputati, uno dei quali l'avvocato Milanese Gian Filippo Di Paola era ricoverato in una saletta attigua a quella dove l’ufficiale era ricoverato a causa del feroce pestaggio a cui era stato sottoposto.

All’ingresso dell’Ospedale e della corsia, stazionano alcuni agenti della polizia ausiliaria partigiana che dovrebbe, almeno formalmente, proteggere Lorenza da ulteriori violenze e per piantonare un detenuto, tale Artioli, il quale in almeno una occasione litiga con Lorenza. Artioli, di Modena, è un comunista militante di opinioni politiche divergenti con l'ex ufficiale, il quale afferma di andare fiero della sua fede fascista, al termine della discussione Artioli pare che minacci apertamente Lorenza.
In seguito Artioli si allontana dall’ospedale dopo che è avvenuto l'omicidio, grazie alla eccessiva distrazione dei poliziotti ausiliari che avrebbero dovuto sorvegliarlo, per questa fuga, un agente della polizia ausiliaria partigiana il quale aveva la consegna di piantonare il recluso, tale Novaro, viene licenziato dal Questore Monarca.
L’ufficiale Repubblichino si trova allettato al centro di un grande stanzone del nosocomio savonese al secondo piano, assieme ad altri degenti nel reparto di oftalmologia, tutti i ricoverati hanno delle bende sugli occhi e quindi non sono in grado di vedere quello che accade.
Siamo all'11 luglio del 1945, il Capitano ha una medicazione sugli occhi , può solo sentire e sta chiacchierando con altri ricoverati che occupano i letti vicini. In quel momento non vi è nessuno del personale sanitario nello stanzone.
Qualcuno si avvicina silenziosamente al suo letto, gli punta una pistole al capo, esattamente alla nuca, a distanza molto ravvicinata e preme il grilletto. Lo sparo non è assolutamente percepito dagli altri ricoverati non essendoci stata la detonazione è chiaro che è stata usata una pistola con il silenziatore. I degenti avvertono che Lorenza ha smesso improvvisamente di dialogare con loro ma non vi danno immediata importanza, in seguito affermeranno di aver percepito solo il rumore del sangue che cola a terra e preoccupati perchè Lorenza non risponde ai loro richiami, avvisano il personale sanitario.
L'assassino ha a sua disposizione una ventina di minuti per allontanarsi dallo stanzone, scendere le scale sino al piano terra e per uscire dall'ospedale, magari non dall'ingresso principale ma da uno delle tante uscite secondarie che danno nel quadrilatero delle strade che circonda il grande edificio, posto nel centro di Savona, da cui si può andare in tutte le direzioni.
Interviene il Dott. Bogliolo affiancato dal collega Gallo Basteris, entrambi si rendono conto della presenza di un foro di ingresso alla nuca e di uscita nella regione frontale e capiscono che la morte non è avvenuta per cause naturali.
Stranamente i poliziotti ausiliari, all’ingresso dell’ospedale e della corsia, non hanno notato entrare o uscire nessun sospetto.
Qualcuno, in seguito in una deposizione verbalizzata, ha affermato che la sorveglianza esterna sarebbe stata inutile, visto che l’omicida era già presente all’interno dell’Ospedale San Paolo, dato che ci lavorava .
Una ipotesi indica Lorenza come una persona depositaria di alcuni segreti o presunti tali, egli era stato incaricato dal proprio reparto di gestire e custodire delle ingenti somme di denaro, la cassa del reparto. Questi valori dovevano partire assieme alla colonna repubblichina in ritirata da Savona in direzione di Altare e poi per proseguire sino a Valenza Po, ma non arrivarono mai a destinazione, ad un posto di blocco partigiano, poco prima dell’abitato di Altare, il prezioso carico sparì.
Forse Lorenza vide chi aveva “confiscato” il bottino, oppure aveva barattato la propria libertà ed incolumità consegnando il tesoretto.
Lorenza assieme a Wingler aveva fatto parte dell'U.P.I. i servizi informativi e aveva fatto parte delle B.B.N.N. ( Brigate Nere) in provincia di Savona, pertanto era a conoscenza dei nomi e dei ruoli di molti doppiogiochisti che erano presenti su diversi tavoli, perseguendo il proprio tornaconto personale.
A qualche anno dalla fine della guerra civile e quindi dei regolamenti di conti, un gruppo di persone fu fermato ed identificato dai Carabinieri di Savona, mentre stava sbancando, con attrezzi adeguati e con grande lena, un punto preciso della rotabile che porta a Cadibona, quasi come se cercassero un tesoro.
Quella rotabile l’aveva a suo tempo percorsa, anche Il Capitano Lorenza con la colonna in ritirata, lungo la quale era sparita la cassa del reparto. I carabinieri identificarono le persone come ex partigiani e come ex repubblichini, il denaro a volte unisce persone diverse tra loro. Le indagini sull'omicidio di Lorenza non portarono a nulla, tranne che a sparare era stata una pistola con silenziatore.


lunedì, maggio 07, 2018

Il commissario Amilcare Salemi

Commissario di Polizia Amilcare Salemi
Commissario di Pubblica Sicurezza, da poco quarantenne, coniugato con Concetta Pasquino, nata a Mantova il 14 luglio 1914, da cui ha avuto tre figli, rispettivamente Sergio Augusto di anni 8, Maria Grazia di anni e e Luciano Carmelo di anni 2.
Salemi nasce a Rota Greca, in provincia di Cosenza, laureato in giurisprudenza, funzionario di carriera nella P.S., arriva dalla Questura di Como, trasferito con telegramma ministeriale n.315882.333 del 12 aprile 1946, in quel posto come dirigente della Squadra Politica della Questura di Savona, appositamente per indagare sul clima di terrore e soprattutto sugli omicidi connessi al periodo post liberazione.
Assume il suo incarico il giorno 26 aprile 1946. Precedentemente Salemi svolge servizio a Pedicolle, Gorizia, assume la direzione dell'ufficio di polizia di confine a Pontechiasso nel 1943, dopo l'8 settembre 1943 fu inviato in missione a Lecco ove rimase sino ai primi del 1944. Da tale data riprese servizio presso la Questura di Como, successivamente venne destinato all'ufficio stranieri ed al recupero dei beni degli ex gerarchi fascisti. Dal 17 ottobre 1945 fruisce di una aspettativa dedicandosi a consulenze legali e commerciali, quindi rientra in servizio attivo e il 25 aprile 1946 lascia Como per raggiungere Savona.
In tutte le sue attività di servizio precedenti a Savona, Salemi , lascia di sé un ottimo ricordo e una immagine di funzionario onesto e pulito.
Presso la questura di Como era riuscito a frenare i partigiani della zona dal commettere violenze per queste sue benemerenze chiese una promozione per merito straordinario per i metodi rischiosi da egli seguiti per sottrarre gli ebrei alla cattura da parte delle S.S.
Salemi è stato inviato anche a sostituire, al vertice della squadra politica, un certo Gino Savarino, ex partigiano noto con il soprannome di “Romeo”, secondo alcune voci anonime, esecutore materiale di molte esecuzioni sommarie da solo o in concorso con altri partigiani comunisti.
L'ambiente della Questura di Savona è fortemente condizionato, infatti su circa 500 agenti e funzionari della Questura di Savona, ben 450 sono ex partigiani comunisti i quali influenzano e volendo insabbiano eventuali indagini.
Un episodio la dice lunga sul clima intimidatorio che esisteva in questi ambienti: nel maggio del 1945 avviene un omicidio e gli agenti ausiliari partigiani vanno dal magistrato per chiedergli di recarsi sul posto ad esaminare il cadavere e dare il benestare per lo spostamento. Questo magistrato, visto quello che accadeva nelle strade e temendo per la sua incolumità, non vuole uscire dalla questura, dove si ritiene al sicuro, al che i poliziotti partigiani, sotto la minaccia delle armi lo trascinano letteralmente in strada.
Tre funzionari di polizia di carriera, il Questore Giulio Monarca e i commissari La Farina Alberto e Fabiani, ricevono alcune lettere anonime, il cui contenuto non contribuisce certo a tranquillizzarli :
La prima in data 11 aprile 1944 indirizzata al Commissario La Farina :
“ Siamo con queste poche righe a comunicarvi che abbiamo seguito passo per passo la tua miserabile carriera e che conosciamo profondamente i tuoi sentimenti . Conosciamo il tuo losco operato contro gli antifascisti in tutti i periodi della tua carriera ; puoi stare certo che ovunque tu vada ne saranno informati coloro i quali tu intralciasti il lavoro, reprimendo la loro attività e tutto questo per farti un merito e per dare il tuo contributo ai centri nemici. Non si sono dimenticati di te gli Slavi, stai certo e non dubitare che non andrai molto lontano. Pere quanto riguarda la tua attività attuale , stai all'erta si non essere troppo selante e di non fare la carogna; tu sei un verme, ma lo sai che certi animali vanno soggetti all'essere schiacciati. Non credere che questo sia soltanto un avviso, ci sono uomini che hanno un senso di giustizia e l'applicano senza basarsi sui codici che purtroppo certe volte sbagliano. Questi uomini sappiano sono i coscienti che sanno anche sacrificarsi per il bene dell'umanità. SE vuoi puoi ancora redimerti dando degli esempi “
Firmato , I PURI”
La seconda arriva sempre a La Farina il 26 luglio 1946:
“ Al commissario di Polizia, Signor La Farina Savona.
Il vostro atteggiamento nei confronti del Partigiano Artioli Giuseppe detto Alvaro è stato più che mai schifoso.
E' materialmente inutile che il vostro modo di comportarvi muti ora aspetto, la vostra persona non cambia. I nostri informatori funzionano ottimamente bene e siamo avvisati di qualsiasi vostra mossa. Ora che il partigiano in parole ha potuto evadere malgrado la vostra perspicacia che dimostrate, ma che invece è uno zero. Siamo a perfetta conoscenza della vostra carica di segretario politico occupata durante il periodo nazi fascista e perciò siete uno dei responsabili della catastrofe dell'Italia. Siete un oppressore e gli oppressori non meritano nessuna pietà. Vi consigliamo di non perdurare oltre il vostro comportamento , potreste darci noia e saremmo costretti a togliervi di mezzocome sarebbe il vostro merito per la vostra criminalità durante il regime fascista . E' inutile che cerchiate degli alibi in vostra difesa, sarebbero vani. L'ultimo avviso che vi diamo è di abbandonare la vostra occupazione di commissario di polizia della quale non siete degno.
Ricordatevi bene ed aprite le orecchie : Abbandonate tale carica e andatevi a guadagnare la vita in modo diverso, altrimenti la nostra mano non fallirà. Altri come voi hanno rifiutato ma hanno dovuto soccombere dinanzi alla loro testardaggine.
Firmato, “I Giustizieri inesorabili”
Il Dott. Monarca inizialmente ricevette l’incarico di controllare le domande degli agenti ausiliari che avrebbero voluto passare effettivi compito che uccessivamente rimise nelle mani di Salemi, ricevette questa lettera anonima il 12 agosto 1946 :
“Questore Monarca, ci sono giunte notizie o meglio informazioni da Lucca e da altre città d?Italia sul vostro comportamento, i vostri sentimenti, la vostra carriera , ma per strana combinazione noi sapevamo già da tempo chi eravate e se non ci siamo affrettati prima a salutarvi come è nostra usanza ( metodo che usiamo solo per i galantuomini....) ci siamo astenuti solo perchè speravamo che occupando la carica di Questore di Savona e nei momenti attuali molto critici per certe persone poco pulite di coscienza , avreste perduto un po almeno di quello che avete nel sangue ( fascismo ), viceversa operate come il passato, con i medesimi sistemi e scopi; ma vi preveniamo però questa volta la vostra meta ( e dei vostri pari ) sarà ben altra.
L'organizzazione nostra è molto distesa ed ad essa nulla sfugge , il nostro compito assoluto è quello di di controllare il vostro operato e di seguirvi anche quando voi siete certo di essere al sicuro.
Per il poco tempo che siete in questa città , avete chiaramente espresso i vostri vecchi sentimenti sia con le parole che con i fatti, ora ci conosciamo e questo ci basta.
In particolare ci complimentiamo con gli affari del porto di Genova e per tutto l'insieme degli anni che avete oppresso i rivali di classe, noi diciamo solo che per certi mali il tempo guarisce radicalmente come una cura infallibile e questo secolo i tempi sogliono cambiare spesso di male in meglio non per tutti.
Arrivederci ed auguri per il nostro prossimo incontro , questa volta non in corrispondenza ma a viso aperto.”
Questi funzionari dopo aver avvisato il prefetto e aver inviato le lettere minatorie ricevute alla Direzione generale della Pubblica Sicurezza, si fanno trasferire in altra sede, rispettivamente alle questure di Firenze, Venezia e Palermo pur di allontanarsi da un luogo decisamente pericoloso per loro.
Invece Amilcare Salemi è efficiente e coraggioso, appare un osso duro, da subito molto scomodo per il sistema del terrore che sta facendo decine e decine di vittime nel Savonese, capisce come è la situazione a Savona vuole fare piazza pulita in Questura, alla luce di alcune verifiche sul casellario giudiziale , compila egli stesso un elenco di agenti ausiliari, con pendenze penali incompatibili con il loro attuale status, che devono essere estromessi e invia una quindicina di nominativi di indesiderabili al Ministero dell'Interno, la sua persona diventa sempre più pericolosa per il sistema.
Arrivano anche a lui delle lettere anonime minatorie : “togliti di mezzo” , addirittura depositate sulla sua scrivania a sotto intendere che nessuno è al sicuro tanto meno lui, ma questo non lo frena anzi lo motiva ulteriormente. In una di esse tra le altre cose gli viene scritto “ non perseguire i piccoli ma prendersela con i grossi che hanno maggiori responsabilità “ in caso contrario “ sarebbero stati presi gravi provvedimenti a suo carico “.
Si crea attorno a Salemi un situazione di odio e di omertà. Viene lasciato appositamente solo a lavorare in un clima di pesante ostracismo, le sue indagini lo portano vicinissimo alla identificazione dei colpevoli della sparizione dei beni e di una intera famiglia Savonese, i Biamonti.
Le sue indagini portano alla luce particolari inquietanti su un gruppo di partigiani comunisti che in alcuni quartieri della città, in particolare Legino, hanno potere assoluto sulla popolazione.
Salemi ha fiducia in pochissimi agenti, in particolare in un certo Giulio Mignogna, un trentenne agente di P.S. che lavora alle sue dirette dipendenze.
Inizia un percorso per eliminare il commissario, prima che possa chiedere al Magistrato, il Dott. Firinghelli di poter effettuare i primi arresti.
Ed arriva il momento favorevole: quasi tutte le sere, il Commissario, sempre disarmato, solo e senza scorta, si reca a cena presso un ristorante, il Genova, in piazza del Popolo, si siede al solito tavolo accanto ad uno dei pilastri che sostengono la volta, scambia alcune parole con la proprietaria Rosa Restivo e la figlia Teresa Colletta, e poi cena.
Sono circa le 19,45 del 16 novembre 1946, la saletta del ristorante è stranamente deserta , pochi minuti prima un poliziotto partigiano Gio Batta Parodi ex appartenente ad una Brigata Garibaldi noto con il nome di battaglia “noce”, si è appena allontanato dalla sala da pranzo, dicendo che aveva un appuntamento con una signorina, lasciando così il commissario da solo.
Secondo alcuni, Parodi, poco prima di uscire dalla sala da pranzo, avrebbe fatto una telefonata, e altro particolare inquietante, pare che poco prima dell'attentato mortale a Salemi, ci sia stata una strana ed improvvisa interruzione della luce che fece piombare la sala da pranzo nel buio, facilitando di molto l'avvicinamento del killer alla vittima..
Seduto al suo tavolo, Amilcare Salemi ha quasi terminato di consumare la sua cena, accende un fiammifero per la pipa, ma non potrà concludere il gesto, volta le spalle al suo assassino che entra, non visto, da un ingresso secondario a cui si accede tramite un una scala che porta all'albergo posto sopra la sala da pranzo, giunto silenziosamente a pochi metri di distanza, gli punta la pistola alle spalle e spara ferendolo mortalmente proprio alla vena aorta.
La pallottola lo raggiunge e gli provoca una vasta emorragia interna. Il Commissario , capisce immediatamente di essere stato colpito da un'arma da fuoco, infatti urla : “vigliacchi, vigliacchi, e poi rivolto alla Restivo, “signora mi aiuti !”, riesce ad alzarsi dal tavolo e a compiere pochi passi in direzione della cucina poi cade a terra nella saletta antistante il locale cucina.
Il tiro ha seguito una traiettoria dal basso verso l'alto lungo circa quattro metri, colpendo la regione toracica sinistra, forse l'assassino ha mirato stando con un ginocchio a terra, in quanto Salemi era seduto e con il tronco eretto.
Il personale presente e cioè la padrona e sua figlia, il cuoco Abramo Bussolino che era in cucina e le cameriere Clelia Cerrato e Anna Peracchi, non percepirono uno sparo, ma solo un rumore soffocato, non meglio identificato, e dopo, un rumore come di una tavola che cade, quindi nessuno di loro pensò ad un attentato ma ad un malore, in quanto il commissario, pochi giorni prima aveva avuto un malore proprio all'interno della sala da pranzo e si era recato in bagno dove aveva stazionato a lungo, quindi dopo esserne uscito aveva chiesto al personale del ristorante, un bicchiere di acqua e del bicarbonato per riuscire a sanare il suo piccolo disturbo. Successivamente si era ripreso ed era tornato nella sua camera ammobiliata che occupava in Via Abba..
Vennero effettuate tre chiamate telefoniche , una al dottor Bogliolo, alla Croce Rossa e l'ultima alla Questura di Savona.
La proprietaria del ristorante Teresa Coletta interrogata risponde : “Questa sera come al solito il Dr. Salemi venne a cena nel mio locale verso le 19,15. Nel locale non vi erano altri avventori oltre il Salemi. Il Salemi si pose seduto al tavolo ove era solito prendere posto, collocato aderente ad una arcata delle due che divide il salone del ristorante, dando le spalle ad una porticina che dà accesso alle scale che portano all'albergo.
Potevano essere le 19,45 circa quando io che mi trovavo in cucina vidi il Salemi alzarsi improvvisamente , nell'atto che stava per accendere la pipa, gridava “ vigliacchi, vigliacchi ! Signora mi aiuti ! “ sentendomi incerta cercai di sorreggerlo ma il corpo stava accasciandosi non riuscii nell'intento e il Salemi cadeva pesantemente al suolo. Preciso che non mi trovavo esattamente in cucina ma sulla soglia della sala attigua nell'atto nel salone ristorante. Nell'attimo in cui entravo nel salone sentì un colpo indefinito e pensai che fosse il fiammifero acceso dal Salemi. Il colpo in realtà era troppo forte per essere quello provocato dal cerino acceso poiché ha provocato il rumore come di un colpo soffocato.
A.D.R. Non ho ho notato se la porticina che da sulle scale era aperta.
A.D.R. Nel locale non ho mai sentito il Salemi che era tipo piuttosto riservato , parlare o discutere di politica con nessuno.
Rosa Restivo, madre della Coletta Teresa rilascia la seguente deposizione : “ sono solita frequentare tutti i giorni il il locale dove mi reco a consumare i pasti . Quella sera occupavo un posto quasi di fronte a quello che abitudinariamente il D. Salemi occupava. Parlavo come la solito col Dr. Salemi del più e del meno quando improvvisamente sentivo un colpo soffocato e il Salemi che era nell'atto di accendere la pipa si alzava gridando “ vigliacchi, vigliacchi” e quindi rivolto a mia figlia che entrava in quel momento “ Signora mi aiuti !” il Salemi faceva pochi passi e quindi cadeva a terra. Non ho notato se la porta che da sulle scale era aperta o chiusa “
Anna Peracchi, collaboratrice del ristorante Genova depone quanto segue : “ la sera del 16 corrente alle 19,30 circa poco più poco meno, dal bar mi portai nella cucina del ristorante , entrando però, non dal portone ma dalla vetrata che si apre sotto il portico e che immette nel ristorante in prossimità della cassa e che adduce più presto in cucina. Di questa via solitamente mi servo specialmente quando, mi trovo poco decentemente vestita , tale da non ritenere opportuno di farmi osservare dagli avventori del ristorante. In cucina spezzai un po di pane su cui rovesciai un mestolo di brodo lasciandolo sul tavolo a raffreddare , avrò perso una decina di minuti per compiere tale operazione e quindi per la medesima strada descritta ritornai in cucina. Mentre rimuovevo la zuppa con il cucchiaio percepii che in sala si faceva un parlare concitato per deposi il piatto e mi voltai pre procedere verso la sala quando sulla porticina che divide questa dalla cucina mi imbattei nel Dott. Salemi che, procedendo in senso inverso, fece, piegando il busto in avanti e barcollando , altri due o tre passi, cadendo infine e urtando con le mani e col viso contro un armadio ivi esistente. La signora Coletta , che prima di me aveva notato lo stato di malessere del Salemi, aveva fatto per sorreggerlo, ma non vi riuscì perché egli, come non si immaginava , si accasciò di peso. Con orgasmo e di corsa mi portai in sala per poi uscire e recarmi a chiamare il Dott. Bogliolo che abita in quei pressi, da me conosciuto perché è il medico di casa della padrona , ma vista la padrona del ristorante quasi piangendo si era portata sotto il portico e gridava “Aiuto ! aiuto !” io la riaccompagnai nel ristorante adagiandola su una sedia e quindi ritornai sui miei passi verso la casa del medico dopo aver tirato giù le serrande. La sera del fatto non vi erano altri avventori al di fuori del Dott. Salemi e del Comandante Parodi. Nel bar non ho mai avuto modo di ascoltare alcun apprezzamento intorno alla uccisione del Salemi se si eccettua qualche commento sulla sua persona sempre favorevole.
Il Dottor Giovanni Bogliolo riceve una chiamata, per una cosiddetta vista urgentissima presso il ristorante Genova di Piazza del Popolo, arriva sulla scena di quello che è in realtà, un delitto e annota testualmente : “ notai per terra in posizione semi supina, e con le mani incrociate all'altezza dell'inguine il corpo di un uomo che mi si disse essere quello di un Commissario di P.S. , il Dott. Salemi.
Era esanime e di un pallore cadaverico con del sangue raggrumato alla bocca e sul lato sinistro della giacca. Altra macchia di sangue del diametro di circa 20 cm. stava al lato sinistro sul pavimento, all'altezza delle ginocchia. Poco avanti ai piedi c'era una pipa.
Nell'ambiente c'era un uomo che disse di essere della P.S. il quale vietò la rimozione del cadavere. Esaminai comunque il polso che non riuscii a sentire e alzai la palpebra scorgendo l'occhio vitreo. Qualcuno mi disse che poteva trattarsi di una emottisi, al chè obiettai di non poter dare nessun giudizio senza l'autorizzazione del magistrato a rimuovere il cadavere ed eventualmente a provvedere all'autopsia.
Intesi da qualcuno degli astanti che il morto era stato come preso da un malore mentre accendeva la pipa allorchè si udì un piccolo colpo soffocato come se fosse scoppiata la pipa.
Pensando che allo stato fosse necessaria la presenza di un magistrato per provvedere in conformità alle sue disposizioni, lasciai il locale per continuare le visite ai miei pazienti, e ciò feci tranquillamente persuaso che sul posto si trovassero uomini della Questura.”
Il Dott. Bogliolo non era l’unico sanitario ad essere giunto sul posto, c’era anche una ambulanza della C.R.I. con due soccorritori, ma visto che non ‘era più nulla da fare anch’essi si allontanarono.
Pochi minuti dopo il magistrato di turno, Dott. Zinitti arrivato sul posto, dava disposizione di spostare il cadavere e farlo trasportare nella camera mortuaria a disposizione della Autorità Giudiziaria
Mentre il corpo di Salemi era ancora al ristorante Genova, i suoi dossier con tutti i risultati delle sue indagini sull’eccidio dei Biamonti e su altri omicidi, vengono asportati dal suo ufficio in Questura da chi non si saprà mai, ma è intuibile, azzerando di fatto, giorni e giorni di indagini e mettendo al riparo dalla giustizia un bel gruppo di criminali.
A seguito della sparizione dei faldoni di Salemi, diversi omicidi compiuti da partigiani comunisti vennero risolti solo in parte, altri non vennero chiariti e ingenti somme di denaro e valori di proprietà degli uccisi rimasero definitivamente nelle tasche di personaggi molto noti ma protetti dallo scudo della Resistenza.
La compagnia dei Carabinieri di Savona il 17 novembre 1946, in una comunicazione urgente al Ministero dell'Interno, al Comando Generale dell'arma, al comando della divisione Pastrengo, al Comando della 1° Brigata Carabinieri, al Comando di Legione, alla prefettura di Savona , al Comando di Gruppo e alla procura della repubblica di Savona , scriveva quanto segue : Giorno 16 corrente ore 20 commissario pubblica sicurezza Salemi Amilcare anni 45 in servizio presso Questura Savona mentre intrattenevasi, dopo aver consumato cena , questo ristorante Genova veniva ucciso mediante colpo rivoltella piccolo calibro con silenziatore esploso da sconosciuto che lo colpiva regione lombare. Ignorasi causale delitto. Questura ed arma indagano attivamente . Comandi esterni avvisati telegraficamente.
F. to S. tenente Aricò Vincenzo Comandante Compagnia
Il giorno 17, alle ore 10,30, un funzionario di polizia accompagnato dal Vice Questore Prati entra nell'ufficio del Commissario Salemi composto da due salette, effettua una perquisizione nella scrivania e negli armadi schedari ma nulla viene trovato, né documentazione relativa alle indagini svolte dal commissario e neppure qualcuna delle lettere anonime ricevute da Salemi, peraltro viste e lette da un agente ausiliario in servizio presso la Prefettura di Savona, Olivero Emanuele, che ne farà anche cenno in una sua deposizione.
Analogo perquisizione viene compiuta dallo stesso funzionario alle ore 16, presso la camera ammobiliata che Salemi occupava in Via Cesare Abba al 1/5, il risultato è lo stesso: nulla di rilevante sarà trovato.
Qualcuno si è premurato di fare una attenta pulizia dei documenti.
L’autopsia del corpo di Salemi è affidata al Dott. Reforzo e al Dottor Adami :
L'Autopsia del Commissario Salemi
Il giorno 18 novembre alle ore 14,30 presso la camera mortuaria dell'Ospedale San Paolo si svolgono le operazioni formali di descrizione, ricognizione e sezione di cadavere sul cadavere del Commissario Amilcare Salemi.
Sono presenti il Giudice Istruttore Paolo Ziniti, assistito da un cancelliere e il Procuratore della Repubblica Teofilo Romby, assistono alle operazioni autoptiche anche due funzionari di P.S. Il Dott. Farina e l'Ispettore Generale Rosselli, giunto appositamente da Roma per svolgere le indagini relative all'omicidio del Commissario. I due sanitari che procedono alle operazioni sono il Dott. Antonio Reforzo e il Dott. Silvio Adami.
Il cadavere giace in decubito supino sul tavolo anatomico della sala mortuaria dell'ospedale San Paolo di Savona. E' rivestito dei seguenti indumenti: giubba e pantaloni grigi chiari, camicia con colletto staccato e cravatta rossa di fondo a pallini, maglia color marrone, mutande lunghe di lana bianche, cinta erniaria , calze e scarpe color marroni.
Sulla giacca posteriormente a sinistra all'incirca all'unione del 3° superiore con 3° medio dell'altezza della giacca stessa esiste un piccolo foro circolare del diametro di 6-8 mm. circa. Uguale foro si osserva sulla fodera della giacca ; i margini di questo foro sono introflessi, rivolti cioè verso l'interno, sulla maglia è pure evidente un foro delle stesse dimensioni dei primi due. Interno al foro della giacca non sono riscontrati segni di bruciacchiamento.
Ispezione esterna del cadavere
Si tratta di un cadavere di sesso maschile della apparente età di anni 40 circa, in buone condizioni generali di nutrizione. Presente e completa ed uniformemente distribuita a tutti i gruppi muscolari è la rigidità cadaverica. Assenti i primi segni di decomposizione.
Cospicue le macchie di ipostasi nelle zone nelle zone più declivi specialmente evidenti sulla superficie posteriore del torace. Sulla regione frontale si osserva una ecchimosi lunga 4 cm. circa con forma lievemente arquata avente la concavità rivolta verso l'alto.
Un'altra ecchimosi è presente sul dorso del naso. Questi segni di contusione sono stati verosimilmente prodotti dalla caduta a terra, bocconi, del Salemi colpito a morte. Si scorgono tracce di rinorragia e di emorragia dalla bocca, sulla superficie posteriore dell'emitorace sinistra sulla linea angolare della scapola ( dieci cm. circa cioè dalla linea emisfondiloidea ) trasverso al di sotto dell'angolo della scapola stessa essiste una ferita d'arma da fuoco portatile di piccolo calibro che ha le caratteristiche del foro di entrata.
Sulla regione sternale all'unione del manubrio col corpo dello sterno è evidente una piccola ferita lineare della lunghezza di mezzo centimetro circa ; sulla sinistra , a circa un centimetro di distanza si scorge un'altra piccola ferita simile alle ferite da punta. Poichè queste due lesioni sono apparse sfiullazione superficiale e poichè hanno la caratteristica di quelle che si riscontrano nei casi in cui la superficie cutanea sovrastante una superficie ossea scabra viene ad essere contusa si è pensato che al di sotto delle ferite stesse fosse presente il proiettile e che questo avesse determinato quelle due ferite con la caduta a terra del Salemi. Si è allora proceduto ad esaminare il torace del cadavere sotto lo schermo radioscopico e nella zona dianzi descritta si è riscontrato il proiettile.
Fatta allora con il bisturi una piccola incisione congiungente le due ferite dianzi descritte è subito apparso ( situata nel sottocutaneo piuttosto abbondante del cadavere ) il proiettile di calibro 7,65, che tolto con apposita pinza, viene refertato.
Si prende allora un adatto sistema a misurare la differenza di altezza fra il foro di entrata ( situato in basso ) ed il punto in cui viene ritrovato il proiettile ( situato più cranialmente ) differenza che risulta di 4 cm. circa ; il proiettile ha quindi percorso un tragitto diretto dal dietro all'avanti e dal basso verso l'alto, cosa che fa supporre che l'omicida abbia usato l'arma essendo in ginocchio e piuttosto piegato verso terra se il Salemi fu colpito essendo seduto ma con il tronco eretto; l'omicida poteva invece sparare di in piedi se il Salemi fosse stato seduto piegato verso l'avanti come persona che stia pranzando ad una tavola.
Conclusione perizia medica morte Salemi
A questo punto il perito interrogato sulla causa di morte di morte dell'individuo, sui mezzi che l'hanno prodotta, sul tempo in cui è avvenuta, così risponde :
La morte è dovuta alla anemia secondaria gravissima prodotta dalla emorragia imponente avvenuta per rottura dei grossi vasi che si dipartono dal cuore, rottura determinata dal proiettile nel suo tragitto dianzi descritto.
La morte è stata pressoché istantanea.
I mezzi che hanno determinato la morte consistono in un'arma da fuoco portatile del calibro di 7,65 usata da 3 metri circa di distanza e producente una ferita con un foro di entrata all'emitorace sinistro della regione posteriore e permanenza del proiettile nel corpo dell'ucciso.
La morte risale a circa 40 ore circa.
Letto sottoscritto , seguono le firme del medico del Procuratore del Giudice Istruttore e del Cancelliere.
Solo un sospetto, Pietro Del Vento, peraltro ammalato e già detenuto per altre cause, fu rinviato a giudizio e infine condannato per questo omicidio, ma non era sicuramente il solo responsabile; c’erano sicuramente dei complici che la scamparono allegramente.
Sul Corriere del Popolo del 19 novembre 1946, appare un necrologio in cui “ il Questore, i colleghi ed il personale tutto della Questura di Savona partecipano con vivo dolore la morte del Dott. Amilcare Salemi, Commissario di Pubblica Sicurezza, caduto vittima del dovere il 16 novembre corrente. I funerali avranno luogo in forma solenne Mercoledì 20 alle 9,30, partendo dall’Ospedale per la Chiesa di S. Francesco da Paola”.
Sul Letimbro, il quotidiano della Curia Savonese : “ Lascia nella più profonda costernazione tre bimbi e la moglie malata di cuore, che ieri è giunta da Como ed alla quale hanno presentato le proprie sentite condoglianze il Vice Questore Dott. Mollo, anche a nome del prefetto assente pere servizio, il Vice Prefetto , il Ten. Colonnello dei Carabinieri Cacopardo, il Vice Questore Dott. Prato, anche a nome del Capo della Polizia e del Questore in malattia, colleghi, amici della vittima e un gran numero di cittadini commossi dall'efferato delitto. Tutti si augurano che l'assassino venga al più presto assicurato alla giustizia e sia punito”.
La vedova, Concetta Pasquino e i suoi tre figli furono anche minacciati durante il processo in Co0rte di Assise a Savona, in cui la donna si costituì parte civile, e qualcuno la perseguitò sino a Como, dove la notte qualcuno cercò di penetrare in casa sua, tentando di forzare la porta, per fortuna non vi riuscì, forse disturbato dai vicini svegliati da rumori sospetti.
In seguito la Signora Concetta espresse il desiderio di riavere gli indumenti che suo marito che indossava al momento della sua morte. Gli vennero spediti dalla Cancelleria del Tribunale di Savona a Como, al suo indirizzo Piazza Roma 22: una giacca e un paio di pantaloni grigio chiaro, una camicia e una cravatta rossa a pallini bianchi.
Dopo l'omicidio di Salemi giunge a Savona, inviato da Roma, un Ispettore Generale di Polizia, tale Rosselli, il quale dopo aver svolto una serie di indagini descritte in una relazione inviata direttamente al Ministero dell'Interno, chiude l'inchiesta sulla morte del Commissario, in quanto “ignoti gli autori dell'omicidio”, senza neppure aver sentito la vedova.
Brano tratto dal mio prossimo libro

sabato, maggio 05, 2018

L'ordine di scarcerazione dei Biamonti


Questo documento è l'ordine di scarcerazione della famiglia Biamonti, in quanto nulla era emerso a loro carico in relazione alle accuse di collaborazionismo. L'ordine di rilascio è firmato da , Rino Carmassi “commissario” e dal “questore” Botta, le cariche di questi personaggi, tutti ex partigiani, non arrivano da nessun ministero, ma sono autoindotte. Il documento di rilascioè consegnato ai parenti dei reclusi il 19 maggio, ma la data e quindi la validità che riporta in alto a destra è 21 maggio 1945, quindi la famiglia deve rimanere reclusa nel campo di Segno sino al 21. Questo per dare modo a Rossi e compagni, tempestivamente avvisati, di recarsi nella notte del 19 maggio a prelevarli, trasportarli con un furgoncino, da Segno a Zinola, assassinarli e seppellirli in una fossa nel Campo A, fila 14, posto 12. Fu chiaramente un complotto ordito da più persone, per impedire ai parenti dei Biamonti di liberarli dal campo di Segno. L'obiettivo era coprire con questi omicidi, le brutalità, le rapine di cui erano stati oggetto i Biamonti e persino la stessa Elena Nervo, nel documento denominata con disprezzo “la servente”. La falsità di questi soggetti, Carmassi, Botta e Rossi, è evidente, sapevano tutti quello che doveva accadere e cioè che i Biamonti non dovevano sopravvivere e dovevano essere assassinati. Altrimenti non si spiega come mai qualcuno firmi un ordine di scarcerazioni postdatato e poi le persone che devono essere liberate non solo vengano uccise ma addirittura spariscano.



giovedì, maggio 03, 2018

premessa alla pistola silenziosa


Prima e dopo il 25 aprile 1945, ci fu in Liguria, Piemonte e Lombardia una vera e propria guerra civile sempre più sanguinosa, tra Italiani, che portò a migliaia di vittime, soprattutto civili, spesso totalmente estranee ed incolpevoli.

Queste violenze nelle immediatezze del 1945 divennero a senso unico, nel senso che ad essere ammazzati, e spesso anche a sparire senza lasciare traccia, furono prevalentemente i Fascisti Repubblicani, i loro parenti e anche i loro amici. Questo odio e questa ferocia furono peculiari e tipici del nord Italia, dove operavano le brigate garibaldine di ispirazione comunista, all’opposto in altre zone, come per esempio il Lazio e nella stessa Roma, i partigiani socialisti della Brigata Matteotti, consegnarono le armi agli alleati e in diverse occasioni contribuirono alla ricostruzione di interi quartieri, distrutti dalla guerra, sostituendo al mitra il piccone e il badile, aiutando in modo concreto la popolazione civile.

Invece in Liguria le barbarie furono guidate e dirette dall’alto con una strategia molto precisa tesa alla eliminazione fisica di quanti più fascisti fosse possibile, oppure, nei piccoli centri, spesso furono stupidamente spontanee, e comunque non si fermarono con la Liberazione, ma si protrassero anche alcuni anni dopo il 25 aprile 1945, seminando lutti inutili e dolori ancora vivi oggi.

Il semplice sospetto di essere o essere stati vicini, in qualche maniera, al regime fascista repubblicano poteva fare la differenza tra la vita e la morte. C’è da aggiungere che in questo bagno di sangue, c’era molto di personale oltre che di ideologico.


E’ emblematico il caso di Savona, che fu teatro di una lunga serie di omicidi, commessi dal 1945 sino al 1947, sempre con la stessa arma : una pistola automatica calibro 7,65 mm. maneggiata con il soppressore del rumore di sparo, anche noto come moderatore di suono e comunemente chiamato silenziatore da cui il nome di “pistola silenziosa”.

L’arma, fu fabbricata nel 1935 e quasi certamente venne paracadutata, con uno dei tanti lanci con cui gli alleati rifornivano di armi e munizioni le formazioni partigiane, che agivano nel basso Piemonte, nella Liguria, e in Emilia Romagna, molte di queste pistole automatiche sparirono per la loro novità e per il fatto che potevano tornare utili nella guerra civile.

L’arma venne sicuramente impugnata da mani diverse a seconda dei casi, leggera e maneggevole, colpiva con discreta precisione a usata a breve distanza, per cui non poteva fallire il bersaglio e risultava letale.
Le vittime variavano molto tra di loro : Fascisti Repubblicani di ambo i sessi e di tutte le età, presunti collaboranti del Regime Repubblichino, persone benestanti e persino esponenti della resistenza non comunisti e, caso eclatante, anche un Commissario della Polizia, che stava indagando proprio su questa catena di omicidi, si chiamava Amilcare Salemi.
Questa arma di piccole dimensioni appariva improvvisamente dove serviva, sparava ammazzando i “nemici del popolo” o presunti tali, una categoria molto vasta, compiuta la eliminazione, tornava ad essere occultata dai killer o dai loro fiancheggiatori.

Non venne mai ritrovata, anche perché non venne mai cercata con grande convinzione. Qualche segnalazione anonima affermava che dopo ogni omicidio, veniva occultata da qualche parte nei locali della lugubre vecchia Questura di Savona, palazzo Santa Chiara, un tempo questo edificio ebbe la funzione di convento, oppure un'altra voce la colloca nei meandri del gigantesco e vetusto ospedale della città, il San Paolo.
C’è una certa logica in queste due localizzazioni, che parrebbero generiche ma che all’opposto sono molto rivelatrici di chi potesse essere la mente o l’esecutore materiale: nel 1945 e a seguire per un breve periodo, la polizia che svolgeva questa funzione, era quella ausiliaria partigiana, quindi composta nella quasi totalità da ex partigiani comunisti, che detenevano ancora le armi e moltissimi di questi poliziotti, credevano e speravano in un cambiamento radicale della società, dove le conquiste fatte attraverso la lotta armata al fascismo, dovessero essere mantenute e non sprecate, in una inutile dialettica politica con chi non era di fede comunista, i Cattolici, i Liberali in genere e i Socialisti.
Anche i vertici della Questura erano tutti schierati : il Questore era un ex partigiano, il Commissario funzionario, aggiunto, che dirigeva la cosiddetta Squadra Politica della Questura e l’ufficiale comandante dei questurini erano ex appartenenti alle formazioni partigiane comuniste.

L’Ospedale San Paolo, aveva al suo interno molti infermieri, ausiliari o generici, anche loro orientati politicamente ad una forte obbedienza comunista, anzi, proprio uno di loro, noto per il suo passato sportivo e per il carattere particolarmente aggressivo, subirà una chiamata a correo e verrà indagato per questi omicidi ma ne uscirà prosciolto, vista l’assenza di prove e di testimoni che avessero il fegato di “cantare” .
Questi due grandi fabbricati , la vecchia ex Questura e il vecchio ex Ospedale, il San Paolo, hanno da tempo perso la loro funzione , frequentati soltanto dalle maestranze che li stanno ristrutturando, e magari in qualche angolo, molto nascosto e buio, arrugginisce una vecchia pistola automatica che sparse a Savona tanto sangue.
Riporto una vecchia segnalazione che non so neppure se sia mai stata controllata : l’arma di tanti omicidi, una dozzina circa, sarebbe stata occultata nello sciacquone di un bagno della Questura, occupata dagli agenti della polizia ausiliaria partigiana, oppure nel vecchio Ospedale san Paolo dove un gruppo di portantini di fede comunista l’avrebbero anche lì, preservata da occhi indiscreti.

La popolazione Savonese fu terrorizzata da questa catena di omicidi, che avvenivano a cadenza irregolare e aciclica accavallandosi tra di loro, colpendo sempre da una parte sola, lasciando indenne un’altra fazione, facile da intuire.
I media locali e nazionali, si interessarono molto di questi eventi e coniarono un termine giornalistico che colpì l’immaginario collettivo :“ I delitti della pistola silenziosa”.

Si voleva chiudere i conti usando metodi terroristici , una volta per tutte, con i Fascisti che avevano aderito alla Repubblica Sociale in Savona, soprattutto quelli che, fiutato il vento, erano riusciti a fuggire prima del il 25 aprile e che stavano tornando a casa , dalle famiglie.
Oppure si voleva punire spietatamente quelli che erano stati condannati dalle C.A.S., le Corti di Assise Speciali, a pene lievi, troppo lievi e che successivamente erano tornati liberi cittadini ma anche comodi bersagli.
Le esecuzioni sommarie di massa, come quella del Colle del Cadibona o quella del carcere di Finalborgo, avevano attirato troppo l’attenzione degli alleati e della giustizia , mentre questi omicidi compiuti chirurgicamente e singolarmente, prevedevano una organizzazione molto più facile e la presenza di un solo sicario , determinato, alla stessa stregua dei numerosi omicidi eseguiti dalle Brigate Rosse negli anni di piombo degli anni 70 e 80.
C’era sicuramente anche odio e tanta voglia di vendetta, nati in menti semplici ed alimentato da altri molto più scaltri manipolatori: uno passava dei mesi sui monti, a fare il “ribelle”, facendo la guerriglia contro i Fascisti e poi se li vedeva passeggiare tranquillamente per la strada, come se niente fosse.

Ma c’erano anche altre spiegazioni inconfessabili, che non potevano e non dovevano essere dette ma che si sussurravano con grande prudenza anche all'interno degli stessi gruppi partigiani, e che parlavano di facili e improvvisi arricchimenti , di violenze gratuite soprattutto su donne, prese sole e indifese, di vendette un pò troppo personali, di corna da vendicare, di innamorati respinti e irritati dal rifiuto, di cambi repentini di uniformi, da Fascista a Partigiano e viceversa, episodi molto scomodi da coprire, assolutamente ed in fretta, magari usando le armi..

Collegata a tutta questa serie di esecuzioni singole, compiute usando la pistola silenziosa nel periodo 1945 – 1947, c’erano anche stragi di intere famiglie, una in particolare molto benestante , proprietaria di immobili, avvenuta in una notte di maggio del 1945.
Fu un terribile eccidio di un padre, una madre, la figlia compresa la domestica, i Biamonti, un vero e proprio macello, che si voleva far passare assolutamente sotto silenzio, dopo tre anni la Giustizia , quella vera individuò i responsabili: tre partigiani comunisti di cui uno solo, Vittorio Luigi Rossi pagò, con lo sconto, questa strage fatta a guerra finita, questo soggetto in seguito entrerà nelle indagini sugli omicidi della pistola silenziosa, in particolare quello di un funzionario della polizia ma ne uscirà prosciolto.
Di altre stragi famigliari non si troveranno mai i responsabili: I Turchi, i Biestra, gli Scali e altri.

Gli omicidi avvenuti a Savona erano connessi strettamente tra di loro, ed erano il frutto di una attenta regia che aveva come scopo, anche, quello di fare tabula rasa dei Fascisti Repubblicani scampati allo scannamento generale ma, soprattutto, faceva parte della la strategia di copertura e insabbiamento di altre situazioni imbarazzanti e che era meglio non venissero a galla, per non danneggiare l’immagine della Resistenza in quanto doveva essere mito intangibile.
Infatti c’era un’altra teoria su alcuni di questi omicidi, alcuni dei repubblicani assassinati avevano fatto parte dell’U.P.I. , il servizio informativo della R.S.I. , questi agenti avevano avuto dei contatti con partigiani comunisti, ricevendo informazioni su gruppi della resistenza non comunisti, i quali erano stati disarticolati, era un patto scellerato che non doveva venire alla luce.
Qualcuno aveva tradito i propri compagni di lotta e per coprire questi tradimenti aveva messo a tacere chi poteva raccontare la storia.

L’impressione generale e dei pochissimi che indagavano, era che un killer armato, preciso e letale, si aggirasse indisturbato per Savona, alla ricerca di vittime, seguendo uno schema, noto solo alla sua mente, ma ignoto a tutti gli altri. In realtà non era un killer solitario ma una associazione di criminali, con qualche mente raffinata e utili gregari, che agiva con grande efficienza.
Era terrorismo, laddove per terrorismo si intende : un serie di fatti criminali  diretti contro lo stato, il cui lo scopo è di provocare terrore nella popolazione o in gruppi di persone. ( continua )

Roberto Nicolick
( Estratto dal mio prossimo libro )






la deposizione del cuciniere del campo di Legino


La testimonianza del cuoco del campo di Legino

La famiglia fu dopo il suo sequestro, internata in un campo di prigionia per repubblichini  o/e collaborazionisti, questo lager si trovava nell'entroterra di Vado Ligure a Segno, una piccola frazione tra le colline.
Chi gestiva il campo erano partigiani comunisti che pomposamente si definivano poliziotti ausiliari, all'interno del campo c'era un cuoco , tale Cervetto, un tipo non violento ma comunque connesso con i partigiani comunisti.
La Nenna Naselli Feo, moglie di Domingo Biamonti e madre della Angela Maria, in quei pochi giorni in cui fu ristretta al campo, ebbe modo di conversare con Cervetto e gli avrebbe confidato alcuni fatti: la responsabilità della loro ingiusta situazione era di tale Ghione Andreina, la vedova
del partigiano, che loro avevano ospitato con grande generosità,  e sfamato.
Inoltre i partigiani  comunisti che li avevano prelevato erano stati brutali con loro, in particolare un certo Gino, identificato dai CC per Carmassi di Legino, la signora aveva anche aggiunto che avrebbe chiesto conto a chi di dovere delle brutalità subite.
Mentre la signora Biamonti si sfogava con il cuoco, arrivò suo marito Domingo e le disse di non aggiungere altro, forse per non compromettere ulteriormente la loro incolumità.  
Domingo Biamonti aveva perfettamente capito con quale banda di criminali avevano a che fare e temeva per il peggio, come infatti avvenne.



martedì, maggio 01, 2018

la fossa dove furono gettati i Biamonti



Tosi Luigi

Ecco come appare sul registro delle inumazioni del cimitero di Zinola, Savona, la fossa dove sono stati occultati i Biamonti e il modo in cui fu registrata quella fossa dal custode del cimitero, sconosciuto e il nome sulla lapide e la localizzazione campo A, fila 14 e posto 12.




gli atti di morte della famiglia Biamonti e di Elena Nervo

Questi sono gli atti di morte ufficiale decretati dal comune di Savona nei confronti dei componenti la famiglia Biamonti e della loro domestica Elena Nervo. La data della emissione e decretazione è 23 ottobre 1946, la scomparsa è del 19 maggio 1945, il ritrovamento dei resti della famiglia avvenne solo tre anni dopo in una fossa comune al camposanto di Savona. Il processo agli assassini , tutti appartenenti alla polizia ausiliaria partigiana avvenne nei primi anni 50.





Oggi primo maggio ricorre la strage di Quiliano

Oggi primo maggio 2018, ricorre questo triste e terribile anniversario, la strage di cinque anime innocenti in quel di Quiliano e voglio ricordarli
Il manoscritto che mi è stato gentilmente concesso dall'archivio della Parrocchia di Quiliano ( Savona ), ripercorre con grande semplicità e con tragica drammaticità, la strage di cinque cittadini innocenti da ogni colpa, di Quiliano – Valleggia, massacrati all'alba del 1° maggio 1945, da un distaccamento di partigiani comunisti.
Il documento che venne redatto dal Parroco di allora, appare breve ma sintetizza e raffigura molto bene quello che avvenne nello spiazzo retrostante il camposanto di Quiliano, l'odio che questi partigiani nutrivano, il loro forte desiderio di spargere sangue, peraltro innocente e soprattutto la loro protervia quando con crudele sadismo negarono ai poveretti la possibilità di avere i conforti religiosi, si può affermare senza tema di smentita che questi partigiani si comportarono peggio dei nazisti verso questi cinque, senza contare il fatto che la guerra era finita.
In genere ad un condannato a morte non si nega l'ultimo desiderio, una sigaretta o un prete, è solo l'ultima cosa, in vita, che potranno fare prima di morire. Ebbene neppure questo fu concesso ai cinque, c'era la fretta bestiale di ammazzare.
Ecco il testo :
“Il 1 maggio del 1945, i partigiani comunisti, alle cinque del mattino, hanno condotto cinque parrocchiani di Quiliano, al cimitero li hanno uccisi con il mitragliatore sotto l'accusa di essere fascisti. Tutti e cinque erano brave persone, testimoni oculari , nascosti dietro alla piante hanno riferito che il Dottor Rossi gridava che volevano il Parroco , che volevano confessarsi , cosa che fu negata, passando il ponte del fiume, detto dottore disse ai compagni, raccomandiamoci a Dio perchè dagli uomini nulla possiamo ottenere”.
Da questa strage, mai ricordata dalle Istituzioni di Quiliano, giganteggia la figura del dottor Rossi che realizza quello che sta per accadere e di fronte alla malvagità di questi partigiani, infonde coraggio ai suoi compagni con le sue parole a fronte di questo tranquillo e sereno eroe gli assassini che hanno compiuto la strage fanno la figura di quello che sono : insetti privi di ogni umanità.
I nomi dei caduti sono :
Rossi Innocenzo, di anni 64, professione medico,
Croce Luigi Costantino di anni 44,
Isetta Giovanni di anni 57,
Scarrone Giovanni di anni 40,
Fossini Vincenzo di anni 59,
tutti avevano una famiglia, ed erano persone per bene, il prete li definisce nel suo scritto : “cinque parrocchiani “.
Le famiglie di questi cinque non hanno mai dimenticato la strage , iniqua e feroce, conoscono i nomi degli autori, per lo più morti, e ogni 1° di maggio, si raccolgono in preghiera durante una messa in suffragio presso la Chiesa di Quiliano.
Purtroppo solo loro non dimenticano, il Comune di Quiliano non ricorda o meglio non vuole ricordare."

sabato, aprile 28, 2018

comportamenti burocratici dei partigiani comunisti

I partigiani comunisti avevano da buoni stalinisti oltre ad una solida ignoranza e una ottima ottusità anche una mentalità burocratica , lo si capisce dal fatto che richiedono con insistenza alla ditta di autonoleggi Minuto di Savona, una serie di fatture per i viaggi effettuati con un furgoncino noleggiato.
Le date dei viaggi sono rivelatrici per tracciare i movimenti da e per il campo di prigionia di Legino nel trasporto dei Biamonti, quando sono ancora in vita, ma è soprattutto la fattura del 19 maggio che indica il viaggio notturno di non ritorno dal campo di prigionia di Legino sino al camposanto di Zinola, fossa 14/12 Campo A, dove i Biamonti e Elena Nervo arriveranno vivi ma in cattive condizioni e terrorizzati di quello che hanno capito sta per accadere loro, e dove saranno assassinati dopo un feroce pestaggio perché le donne soprattutto lotteranno con la forza della disperazione contro i quattro criminali. Questo verrà evidenziato nel corso del processo. Parrebbe che alla guida non ci fosse l'autista della Minuto ma un certo Bisio Dalmazio ma non è mai stato provato.