mercoledì, settembre 12, 2018

La strage di Andorno di Tollegno






La strage di Andorno di Tollegno
Valle del Cervo
Biella
22 marzo 1944
Questa zona del Biellese era all'epoca dei fatti provincia di Vercelli, ora non non più, dipende da Biella, sede già allora di industrie tessili di grande importanza e dal 43, era una zona dove operavano alcune formazioni partigiane comuniste, molto ligie ed ortodosse al dogma, non era un caso che proprio a Tollegno lavorasse come operaio tessile Francesco Moranino, detto “Gemisto” futuro “onorevole”, termine poco appropriato nel suo caso, del PCI e al centro di numerose inchieste su atrocità compiute su civili e militari della RSI. Moranino dovette pure fuggire oltre cortina a Praga, dove si prodigò con grande entusiasmo, attraverso Radio Praga a diffondere propaganda anti Italiana
In zona, non 'cera solo Moranino ma anche un certo Moscatelli, entrambi comunisti duri e puri, talmente duri da non tollerare la presenza di altre formazioni partigiane legate alla Monarchia infatti appena seppero che ad Oropa si era formato un distaccamento di resistenti non comunisti, piombarono in zona e li costrinsero alla fuga. Ma questa è un'altra storia.
Caterina Tiboldo, 48 anni operaia e le sue graziose figlie, Angiolina, 20, Mariuccia , 18 anch'esse operaie e Carmen 16 , che faceva la sartina , ricevettero la notte del 22 marzo 1944, nel casale isolato alla periferia di Andorno, dove abitavano, la visita sgraditissima di un gruppo di partigiani armati, guidati da tale Isidoro Zanchi, “Gaio” , di soprannome ma non di fatto.
Zanchi affermò di aver fatto irruzione nel casale alla ricerca di un gruppo di militari della RSI ma trovò solo quattro donne indifese , appunto Caterina, Angioina, Mariuccia e Carmen e due bimbi, Italo di 4 anni e Mirella di 3, i due uomini di casa in quella circostanza erano assenti per lavoro, dopo aver sfondato la porta non trovarono armi o armati, e le povere donne non erano Fasciste, ma evidentemente questo eroe di sta cippa, non volle sciupare la nottata.
Quello che accade nel casale non si sa con precisione, ma è immaginabile, i partigiani rossi erano usi a stuprare in branco, le femmine, vecchie e meglio se giovani e giovanissime.
Gli abitanti del luogo udirono urla e invocazioni di aiuto per diverse ore della notte e dopo tutto ciò, raffiche di mitra provenire dal cimitero e poi il silenzio, Ovviamente non osarono mettere il becco fuori da casa, erano noto che la peggior feccia facesse parte di questi gruppi armati che giravano con il foulard e la stella rossi cucita sulla giacca.
All'alba del giorno dopo, i Carabinieri recatisi alla casa dei Tiboldo la trovarono con la porta sfondata, l'interno era devastato e saccheggiato, dopo aver attraversato il ponte che passa sul torrente Cervo i militi raggiunsero il cimitero di Tollegno e trovarono accanto al muro di cinta quattro corpi di donne crivellati di colpi e abbracciati a loro due bimbi che piangevano disperati, Italo e Mirella.
La ferocia di questo eccidio compiuto di fronte a due bimbi che rimasero segnati per tutta ala vita colpì tutta la popolazione del Biellese che intervenne in massa alle esequie delle povere vittime, poi si seppe che la causa scatenante era il fatto che la povera Carmen facendo la sarta, aveva tra i suoi clienti alcuni militi repubblichini.
Grazie a questa indegna azione, due giorni dopo , cinque partigiani prigionieri della Guardia Nazionale Repubblicana furono passati per le armi nello stesso luogo dove era avvenuto la strage delle quattro donne.
In quel sito c'è una lapide che ricorda giustamente i cinque prigionieri fucilati, ma nulla di nulla che ricordi che in quel luogo quattro donne dopo inumane sofferenze furono assassinate da criminali feroci e politicizzati.

Roberto Nicolick
( manovalanza della libertà )

lunedì, settembre 10, 2018

Don Giuseppe Amateis



Don Giuseppe Amateis

Don Giuseppe Amateis era il parroco di un paese delle Valli Dio Lanzo, in questo territorio le bande partigiane, in particolare quelle di stretta obbedienza al PCI, non erano molto ben viste dalla popolazione locale per via delle ruberie che compivano a danni dei contadini e per il fatto che con la loro guerra per bande attizzavano i rastrellamenti e le rappresaglie dei Tedeschi e dei Repubblichini che comunque e sempre andavano a danneggiare i civili. Don Amateis che era un ex cappellano militare, decorato per il suo comportamento durante precedenti attività militari, non mancava dal pulpito di prendere una posizione ferma contro le attività sei partigiani che egli accusava con grande chiarezza e coraggio di taglieggiare la popolazione e di compiere imboscate contro i Tedeschi, inoltre questa guerriglia non portava alcun vantaggio alla avanzata degli Angloamericani, in effetti le parole di Don Amateis erano corrette, non solo moralmente ma anche dal punto di vista militare ma non potevano essere lasciate passare impunite dai partigiani comunisti. E così la notte del 15 marzo 1944, un gruppo di partigiani comunisti i cui nomi non sono mai resi noti presero il parroco, lo trascinarono sul greto del torrente Tesso e lo massacrarono a colpi di ascia.

sabato, settembre 08, 2018

La strage di Torriglia 5 maggio 1945



La strage di Torriglia

Torriglia è un piccolo centro abitato a poca distanza dalla grande Genova, dopo il 25 aprile 1945 in una data imprecisata, i partigiani comunisti della zona avevano fermato e imprigionato cinque giovani, che secondo loro avevano collaborato con i Tedeschi, in realtà questi ragazzi non avevano mai partecipato a rastrellamenti contro partigiani o a rappresaglie nei confronti di popolazioni civili, i loro nomi erano : Giovanni Battista Coceancing, Mario Rosset entrambi ufficiali dei bersaglieri della Divisione Italia, consegnatisi in base alle leggi di guerra ai partigiani del comando San Gottardo, Baldassarre Zappulla sergente di artiglieria , malato di pleurite e impossibilitato a fuggire, Giovanni De Sena ufficiale responsabile del magazzino di Alessandria, sito presso la cittadella, che non aveva mai partecipato ad alcuna azione di fuoco e Umberto Castelli ex partigiano già prigioniero dei repubblicani e obbligato a fare parte delle formazioni militari della RSI.
Mario Rosset si era anche prestato a fare opera di convincimento verso un gruppo di militari Tedeschi di presidio ad una fortificazione a cedere le armi, con questo suo gesto aveva evitato ad un ulteriore spargimento di sangue e aveva guadagnato un salvacondotto dalle forze partigiane.
Nonostante la guerra fosse finita, nonostante la volontà di collaborare, dei cinque giovani i partigiani comunisti locali li associarono alle carceri mandamentali di Torriglia e dopo pochi giorni, la sera del 5 maggio 1945, cinque partigiani rossi si presentarono in quel posto, per prelevarli e per “farli interrogare dal CNL di Genova” .
I prigionieri avevano da subito capito quale sarebbe stata la loro sorte e chiesero i conforti religiosi dal Parroco di Torriglia a cui consegnarono delle lettere per i loro parenti in cui fecero i nomi dei partigiani che di lì a poco li avrebbero assassinati, dopo averli spogliati di ogni effetto personale. I poveri ragazzi furono portati in località Cà Bianca e in quel luogo assassinati a raffiche di mitra in quello che fu una strage ingiustificata e illegale oltrechè inumana. Dalle lettere delle vittime di questa feroce esecuzione si poterono apprendere i nomi dei boia : Guido Galiano Petrini “Serpente” di Acqui Terme, Ermanno Forte di Avellino “Acquila”, Angelo Giovanni Cimbrico di Genova “Gratta”, degli altri due boia si potè conoscere solo il soprannome di battaglia “ Leone “ e “studente” ma la loro identità non fu mai chiarita nonostante le indagini che i Carabinieri e il procuratore portando avanti in quanto essi avevano posto in essere nell'eccidio agendo di loro completa iniziativa né in fatto di guerra, né su ordine superiore e soprattutto fuori dei limiti della amnistia.

Roberto Nicolick
( manovalanza della libertà )

domenica, settembre 02, 2018

Lorenzo Cotugno


Lorenzo Cotugno
11 aprile 1978
Torino


Sono le 7,30 dell’11 aprile 1978 a Torino imperversano i terroristi della colonna armata intitolata a Mara Cagol uccisa poco tempo rima in un conflitto a fuoco con i Carabinieri presso la Cascina Spiotta ad Acqui Terme, l’agente di custodia Lorenzo Cotugno, finisce il caffè con la moglie e poi scende in strada, in Lungo Dora Napoli, per raggiungere le carceri Le Nuove, quando esce dal portone è affrontato da una terrorista, Nadia Ponti, che gli punta contro una pistola , Cotugno  intuisce e ingaggia un corpo a corpo con  la donna che si trova in difficoltà, gli altri due terroristi, che poi risulteranno essere Piancone e Acella, intervengo contro l’agente di custodia, in particolare Vincenzo Acella con la 38 special colpisce alle spalle Cotugno e poi mentre la vittima è a terra lo finisce con un colpo alla testa, tuttavia prima di soccombere l’agente  colpito con quattro proiettili Piancone e Nadia Ponti, i quali sanguinanti riescono a risalire in auto, una 124 verde e fuggono dal luogo dell’agguato.
Intanto la moglie di Cotugno sta lavando le tazzine quando sente una serie di detonazioni , sei in tutto che provengono dalla strada, corre al balcone e vede suo marito barcollare e cadere  , scende le scale di corsa e fa appena in tempo ad abbracciarlo che lui guardandola negli occhi , muore.
Cotugno sopravvive pochissimi minuti ma nonostante fosse ferito, ha potuto rispondere al fuoco e raggiungere con due colpi uno dei terroristi, gli frattura il femore e lo ferisce al fianco inoltre ferisce la Ponti al braccio destro e alla coscia sinistra, l’agguato è finito male. Acella in questo frangente ha manifestato tutta la sua ferocia uccidendo un uomo a terra ferito ed inerme, un uomo che loro stessi sono andati  a cercare con intenzioni malvagie.
La 124 verde raggiunge l’Astanteria Martini, in quel sposto scende la donna che appare agitatissima e chiama il personale infermieristico dicendo che sull’auto c’un ferito, poi una volta fattolo caricare in barella, l’auto riparte di scatto. Il medico di guardia visto che il ferito è stato attinto da colpi di arma da fuoco e che ha al fianco una fondina vuota, avverte il poliziotto di servizio che chiama subito la Digos.
Giungono subito agenti e carabinieri in forze, per la prima volta la polizia ha in mano un terrorista che tace e solo in seguito declina le sue generalità, si chiama Cristoforo Piancone, nato a Grenoble nel 1950, e soprattutto dichiara di considerarsi prigioniero di guerra, altro non aggiunge. Appena lasciata l’astanteria Martini la Ponti e Acella, raggiungono un bar dove li attende Peci e con lui vanno in un’altra struttura ospedaliera il Maria Vittoria, dove lavora come infermiere il suo ex marito, da cui si è separata perché non condivideva la sua scelta della lotta armata. L’uomo la medica alla meglio e poi lei fa perdere le sue tracce prima dell’arrivo della polizia.
Le  condizioni di Piancone sono gravi, oltre al femore fratturato ha una pallottola nel fegato e viene trasferito sotto scorta alle Molinette per essere operato. Intanto la polizia compie le sue ricerche, il suo viso coincide con un identikit e pare essere responsabile di altre aggressioni a mano armata sempre a Torino, vengo rintracciati i suoi aprenti e si apprende che il terrorista lavorava alla Fiat come collaudatore e che dopo aver fatto volantinaggio ai cancelli si licenziò ed entrò in clandestinità.   
Lorenzo Cotugno nato Barcellona Pozzo di Gotto a gennaio del 1947, agente di custodia, in servizio alle Nuove in Corso Vittorio Emanuele II, aveva iniziato il servizio nella PP a Palermo poi era stato trasferito a TO, sposato con la moglie Franca e con una bimba di tre anni Daniela, l’anno prima era addetto al casellario, l’ufficio dove i detenuti lasciano in custodia i propri effetti personali, sempre molto corretto con i detenuti e i loro famigliari e con i suoi colleghi, in seguito era stato incaricato della gestione dei colloqui, dei controlli dei permessi e dei documenti dei parenti dei detenuti, un incarico molto delicato per cui aveva ricevuto numerose minacce anonime e addirittura un’auto aveva tentato di investirlo.
Il lavoro dell’agente di custodia, già di per sé pericoloso, a maggiore ragione negli anni di piombo, può comportare ulteriori rischi decisamente mortali. Pochi mesi prima dell’agguato che gli costerà la vita, l’auto dell’agente, posteggiata davanti alle Nuove era stata data alle fiamme e un delirante volantino di rivendicazione del nucleo proletari comunisti era stato divulgato “abbiamo colpito un picchiatore facente parte della squadra dei Sardi”, solo che a testimoniare l’ignoranza dei brigatisti,  Cotugno non era assolutamente ne’ un picchiatore e neppure Sardo.
A questo punto per tutelare la famiglia e sé stesso, aveva chiesto ed ottenuto il trasferimento all’OPG di Barcellona di Pozzo di Gotto, vicino a Milazzo, praticamente a casa sua, ma aveva rimandato il trasferimento per facilitare il passaggio delle consegne con il collega che avrebbe preso il suo posto, purtroppo i brigatisti, forse al corrente della sua partenza hanno deciso di agire prima. Cotugno cadendo eroicamente armi in pugno contro terroristi armati fu riconosciuto come Vittima del dovere ed ebbe la Medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria.
Cotugno fu uno dei tanti servitori dello Stato che cadde vittima di un odio feroce e ideologico delle Bierre che funestarono la nostra nazione. Grazie anche alla reazione di uomini come Cotugno che caddero combattendo la libertà non fu soffocata.
( articolo scritto con il contributo del quotidiano LA STAMPA )
Robert Nicolick
(Manovalanza della libertà)

venerdì, agosto 17, 2018

Giuseppe Ciotta Brigadiere di Pubblica Sicurezza 12 marzo 1977

Giuseppe Ciotta
Brigadiere di Pubblica Sicurezza
12 marzo 1977
La stelle a cinque punte, emblema di odio del terrorismo rosso delle Bierre, fa la sua prima apparizione a Lainate ( Milano ) sulla pista di prova della Pirelli il 25 gennaio del 1971. Il fatto che si autodefinissero Brigate, e non gruppi o raggruppamenti o squadre, può far pensare ad una precisa e voluta assonanza con le più anteriori Brigate d'assalto Garibaldi.
Comunque a Torino, città con un humus sociale molto interessante per l'eversione rossa, nacquero e si svilupparono ben quattro “colonne” armate che attraverso attentati dinamitardi, rapimenti, attacchi armati dimostrativi, con o senza ferimenti e soprattutto omicidi di Agenti di polizia, di carabinieri, di agenti penitenziari, avvocati, giornalisti, guardie giurate, presunte spie e non ultimi funzionari FIAT.
Un gesto infame molto usato dai brigatisti rossi era la cosiddetta gambizzazione che consisteva nel colpire ad uno o entrambi gli arti la vittima prescelta rendendola spesso inabile.
Dopo la violenza contro il patrimonio, l'azione terroristica si esplica in modo più diretto contro le persone, colpevoli secondo le Bierre, di essere servi del sistema o meglio dello SIM , stato imperialistico delle multinazionali.
Siamo al 12 marzo del 1977, un sottufficiale della Pubblica Sicurezza, Giuseppe Ciotta, esce da casa sua in Via Gorizia, Quartiere Santa Rita, dove abita con la moglie e la figlia di due anni, una zona popolare di Torino, per recarsi al lavoro all'Ufficio politico della Questura.
Ciotta è un brigadiere che ha l'incarico di sorvegliare le attività politiche esterne alla Facoltà di architettura, al Politecnico e al Liceo Scientifico “Galileo Ferraris”, in tale veste aveva contribuito alla cattura della Professoressa Adriana Garizio, sospettata di essere una brigatista e condannata a tre anni per tale accusa.
Gli studenti lo conoscono e spesso si fermano a chiaccherare con lui. E' un operatore attento e intelligente, stimato dai giovani studenti che non lo vedono come un elemento alieno al loro ambiente, e questo può rappresentare un pericolo per l'eversione rossa che decide di colpirlo.
Ciotta è la prima vittima a cadere a Torino per mano di un gruppo, comunque riconducibile alle Bierre, che si autodefinisce attraverso un ciclostile “ Brigate combattenti “ in cui il suo omicidio è per vendicare un “compagno” morto a Bologna, lo studente Lo Russo.
Sono le 8 , il Brigadiere esce dal portone di ingresso di casa di Via Gorizia, entra nella sua 500 FIAT alza il viso sorridendo per salutare la moglie affacciata al balcone che lo saluta , la strada come ogni mattina lavorativa è piena di gente che esce , che sale sui bus e sui tram o in auto, per andare a scuola o al lavoro, appaiono come dal nulla, tre soggetti armati, uno di loro sfonda il vetro dell'auto con il calcio della pistola e spara tre colpi di rapida sequenza, uno raggiunge al cuore Ciotta che non ha il tempo di estrarre la sua arma di ordinanza e muore sul colpo.

l'omicidio di Italicus




Don Virginio Icardi
“Italicus”
Don Icardi era un parroco , classe 1908, di Cassinelle (AL), entra in seminario ad Acqui Terme e viene ordinato sacerdote a luglio del 1926, ad appena 18 anni, inizia come vice parroco a Bistagno, poi parroco a Squaneto. In quel centro abitato, di poche centinaia di abitanti, con trentasei famiglie, povero di risorse ed isolato dal resto del mondo, Don Icardi, prete di grande valore etico ed ideale, si presta a favore della popolazione nei momenti più duri della guerra civile che insanguinò il basso Piemonte.
Ad Acqui c'era un forte contingente di militari Tedeschi e di Repubblicani accantonati nella caserma “Battisti”, mentre nelle zone rurali spesso operavano bande partigiane, quindi i civili della zona erano tra l'incudine dei rastrellamenti dei Tedeschi e dei Fascisti e le scorrerie dei partigiani.
Don Icardi fa una scelta , per meglio proteggere la popolazione del comprensorio che ruota attorno a Squaneto, Bistagno, Spigno Monferrato, grazie al suo carisma che esercita sulla popolazione locale, forma un reparto di patrioti, ne raccoglie una sessantina circa, li addestra e li organizza e li arma. Il suo reparto dispone di una mitragliatrice, di una quarantina di armi individuali e di alcune decine di bombe a mano.
Il suo reparto inizia ad agire tiene i contatti con i partigiani Mauri, che agivano nelle Langhe nel Monferrato e si astiene dal svolgere attività militari con le formazioni comuniste di base in Liguria e nella Valle Bormida, inoltre contribuisce al salvataggio di alcuni piloti di arerei da combattimento Britannici, abbattuti dalla flak Tedesca.
Rifiuta quindi il commissario politico che ha il compito di indottrinare i partigiani con la ideologia marxista. Anzi adotta come nome di battaglia Italicus a significare il suo rifiuto a ideologie straniere e lontane dalla realtà nazionale, la sua formazione prende il nome dal suo capo.
Questo lo mette in contrapposizione con i partigiani comunisti ma non solo, infatti il suo vescovo guarda con sospetto e con forte disapprovazione la sua opera di capo partigiano e alla fine lo sospende a “divinis”. Ma soprattutto Italicus tutela la popolazione locale, e impedisce che sia vittima di soprusi e “espropri”. La sola esistenza del reparto di Italicus impedisce ai partigiani comunisti di entrare nella sua zona di influenza e al tempo stesso tiene lontani i Tedeschi e i reparti repubblichini.
Ma qualcuno decide di creare il casus belli, una pattuglia di partigiani provenienti da Cairo Montenotte, arriva in zona e sequestra tre genieri Tedeschi distaccati ad Acqui che si stavano recando al mare, si era ad agosto del 1944. All'alba del 19 agosto 1944, da Acqui partirono ingenti reparti delle SS e della RSI, le truppe iniziarono un rastrellamento che interessò Malvicino, 45 civili furono presi in ostaggio e minacciati di essere fucilati se i tre genieri Germanici non fossero stati rilasciati. Era chiaro che chi aveva preso i tre tedeschi non li avrebbe mai rilasciati e in quel caso avrebbe provocato la rappresaglia delle SS che avrebbe innescato una spirale di odio senza fine, ma in fondo era proprio questo l'obiettivo dei partigiani comunisti, sangue chiama sangue.
In quella intervenne Don Icardi, che raggiunse il luogo dove i tre Tedeschi erano tenuti, fece firmare loro un documento in cui dichiaravano di essere stati trattati bene dai partigiani e pregavano i loro camerati di trattare con la stessa benevolenza gli ostaggi epoi di non fare loro violenza, poi convinse il partigiano noto con il nome di “biondino” di rilasciarli. Cosa che avvenne ma che firmò la sua condanna a morte.
Aveva impedito con giudizio, che gente innocente fosse uccisa ingiustamente per un gesto che non aveva nulla di militare o strategico, si trattava di tre semplici genieri, personale non combattente, la cui cattura ed eventuale uccisione, non avrebbe portato nessun vantaggio alla lotta di liberazione ma solo morti innocenti.
Questo suo gesto usciva dalla logica conflittuale e distruttiva dei partigiani comunisti, che non lo perdonarono, egli stesso percepì che il suo darsi da fare per salvare degli innocenti gli aveva fatto crescere l'odio attorno di chi non aveva interesse ad una pacificazione.
Infatti la sera del 2 dicembre 1944, mentre tornava da cenare con altri patrioti, a Pareto in località Isole, un gruppo di persone gli tese un agguato e Italicus fu assassinato a tradimento con una raffica di mitra ad appena 36 anni.
Chi lo rinvenne verso le 19, lo descrisse con scarponi, fasce chiare, pantaloni scuri, giaccone e sciarpa, era disteso sulla strada, in direzione di Miglio con il capo rivolto alla collina sovrastante.
Alle 21 circa giunse un commissario, Mariottini, il messo del comune e una guardia, raccolsero il corpo e con una lettiga di legno di quelle usate in campagna lo portarono alla Cappella di San Lorenzo.
Il Vescovo di Acqui vietò le esequie a Don Icardi, allora di fronte a tanta cattiveria, un suo ex nemico, il Generale Amilcare Farina, comandante della San Marco, lo fece inumare presso il cimitero delle Croci Bianche e fece benedire la salma dal Cappellano Militare il frate Giovanni del Monte.
Dopo la morte di Italicus chiunque si fosse interessato troppo per sapere i nomi degli assassini sarebbe stato minacciato di fare la stessa fine, accadde a sacerdoti suoi amici e anche alla sorella di Italicus.
A tutt'oggi i nomi dei suoi assassini non sono noti.

L'omicidio del Maresciallo Berardi a Torino da parte delle BR

Maresciallo di P.S. Rosario Berardi
Commissariato porta Palazzo
Torino
Rosario Berardi, maresciallo della polizia, nativo di Bari ma cresciuto a Ruvo di Puglia, già in servizio presso la Questura di Bari, padre di 5 figli, alle 7,30 del mattino del 10 marzo 1978, beve una tazza di caffè con la moglie e poi esce per recarsi al lavoro, ex appartenente alla Digos, dipartimento investigativo generale e operazioni speciali, aveva maturato una grande esperienza nel campo della lotta al terrorismo partecipando a numerose operazioni di servizio, con la scoperta di alcuni covi di brigatisti ed all'arresto di molti appartenenti alle bierre, fra cui Maurizio Ferrari.
Berardi, tranquillo e sereno, esce dal portone numero 1 di Via Manin, quartiere Vanchiglia, Torino, a piedi come al solito si dirige in Corso Belgio dove c'è la fermata del tram numero 7, che lo avrebbe portato al lavoro al Commissariato di Porta Palazzo dove attualmente prestava servizio.
In corso Belgio, un gruppo di brigatisti, quattro, di cui tre uomini e una donna, sono in agguato, armati, appostati in auto dalla mattina, una comune 128 FIAT di colore blu, posteggiata dalla parte opposta alla fermata del tram su cui sarebbe salito Berardi, molto probabilmente hanno studiato per settimane e forse per mesi le sue abitudini, l'autista tiene il motore acceso, perchè a poca distanza c'è il commissariato di polizia del quartiere Vanchiglia.
Quando Rosario Bersrdi esce dal portone di casa, in borghese e con la pipa tra i denti, il meccanismo omicida si mette in moto, una donna, Nadia Ponti “Marta” segnala l'arrivo della vittima ai suoi compagni che scendono dall'auto in tre, uno di essi, Patrizio Peci, “Mauro” ha un mitra nascosto sotto il soprabito e si muove parallelo alla vittima nella sua stessa direzione, in attività di copertura, gli altri due, Cristoforo Piancone “Sergio”, e Vincenzo Acella “Filippo”, attraversano in diagonale la strada e e si portano alle sue spalle, estraggono le loro armi, una Nagant MI 895 e una Beretta Serie 70, ed esplodono tre proiettili tutti andati a segno, con due pistole di diverso calibro.
Il maresciallo non riesce ad estrarre la sua pistola di ordinanza che custodiva nel borsello e cade a terra ferito gravemente ma ancora in vita, ha un gesto istintivo : con le mani cerca di ripararsi il volto.
La gente rimane paralizzata dal terrore ma non si può avvicinare alla vittima perchè il terrorista con il soprabito imbraccia il mitra e minaccia i presenti, gli altri due si avvicinano al maresciallo a terra e gli sparano altri quattro colpi al capo e ad un braccio, prima di risalire sull'auto i terroristi afferrano il borsello del maresciallo con dentro i suoi effetti personali, agendina dove il maresciallo custodiva i recapiti telefonici di una ventina di suoi ex collaboratori dell'antiterrorismo che ovviamente da quel momento sono in pericolo anch'essi e l'arma in dotazione, una Beretta calibro 9 con caricatore bifilare. La 128 sparisce nel traffico
L'azione si svolge in meno di un minuto. Un passante corre al Commissariato Vanchiglia e avverte della sparatoria, arriva un agente con la pistola in pugno che riconosce il maresciallo, ma non può fare altro che telefonare alla Croce Rossa, purtroppo Berardi arriva morto alle Molinette.
I posti di blocco non danno alcun risultato, i brigatisti si sono mossi in modo militare e con spietatezza fidando nella debolezza politica dello stato che non lascia libertà di azione alle forze di polizia.
In questura centrale la notizia arriva come una bomba e scatena il dolore e la rabbia degli agenti, dei sottufficiali e dei funzionari, Berardi era un operatore onesto, preparato e molto stimato dai suoi colleghi. La sua famiglia ne è sconvolta, come ne è colpita la città di Torino.
Il giorno successivo una telefonata all'ANSA, fa ritrovare alle 15, in una cabina telefonica di Via Cibrario un volantino delirante e pieno di odio, in cui le Bierre rivendicano l'omicidio del sottufficiale “nel quadro del più generale attacco alla struttura militare del nemico”.
Nel mega processo alle Bierre nella ex caserma Lamarmora, gli imputati tentano di leggere un analogo comunicato di rivendicazione ma il Presidente della Corte Giudicante glielo impedisce.
Le indagini investigative non porteranno a nulla, poi, due anni dopo, Patrizio Peci un terrorista pentito si autoaccuserà e farà una chiamata di correo nei confronti di Nadia Ponti, Vincenzo Acella e Cristoforo Piancone.

lunedì, luglio 23, 2018

L'omicidio dell'ingegnere Erio Codecà, Torino


Il dirigente FIAT Erio Codecà
Torino

Ho compiuto i miei studi a Torino dal 1970 ale 1973, vi ho lavorato nel 1974 e quindi ho vissuto in questa splendida città per 4 anni, imparando a conoscerla e ad amarla, coltivando amicizie e dando sfogo alla mia curiosità su alcuni fatti che ne hanno segnato l'esistenza nel corso degli anni. In particolare alcune storie molto dure, l'omicio di Erio Codecà è una di queste.
Questo omicidio avvenuto nel 1952 a Torino, si può definire come l'anello temporale di congiunzione tra le atrocità commesse dai partigiani comunisti e l'inizio degli anni di piombo con le efferatezze delle Bierre. Torino  come Milano, Genova fu teatro di omicidi nell'immediato dopoguerra e quindi a seguire preparò il terreno di coltura per altro sangue innocente sparso da chi credeva in ideali malati e perversi, avvalendosi della ancora fresca esperienza partigiana e dandosi una valenza etica per cercare anche una impunità.
Erio Codecà è un ingegnere, funzionario FIAT di alto livello, dopo un passato in Romania e a Berlino in missione per l'industria automobilistica Torinese, diventa direttore generale della Azienda. E' una persona per bene, dedita al lavoro e alla famiglia, un tecnico intelligente e preparato.
La FIAT dal 1943 è entrata nel mirino prima dei partigiani comunisti e poi nei decenni successivi, dell'eversione rossa, in quanto simbolo di un passato  e di un presente da odiare ferocemente a livello ideologico, nel 1949 ci fu un attentato dinamitardo contro Mirafiori e l'ingegnere Valletta definito fascista dal CNL fu allontanato. Ci sono i presupposti per continuare la filiera di sangue e l'odio di classe,
Codecà abita con la famiglia  in collina, la zona residenziale di Torino, era il 16 aprile 1952, intorno alle 21, esce da casa con il cane per raggiungere la sua 1100 posteggiata sotto casa, apre la portiera del mezzo per fare salire l'animale, quando qualcuno lo avvicina e gli spara alla schiena, un solo ma mortale e preciso colpo di pistola, a distanza ravvicinata,  poi si allontana con calma, qualcuno afferma di vedere un furgoncino rosso che da prima fermo accanto all'auto della vittima si era poi allontanato velocemente, nessuno si è annotato la targa.
Chi ha ucciso il dirigente ha pratica delle armi, è freddo, animato da odio e conosce le abitudini dell'ingegnere e forse ha prelevato qualcosa dall'auto  ma di questo non si è sicuri.  Intanto in alcuni stabilimenti della FIAT mani ignote tracciano scritte di odio : “e uno! attenti al due”.
Il clima di tensione sale, la FIAT e l'Unione Industriali di Torino mettono a disposizione una taglia di 40 milioni. Arrivano lettere anonime e poi due persone con precedenti penali che indicano nell'omicida un certo Giuseppe Faletto, classe 1919, nativo del Canavese, ex partigiano comunista, uno dei tanti di quella categoria, che hanno usato la resistenza per compiere omicidi, furti e violenze a danno di innocenti. Le sue ammissioni e confidenze furono ascoltate e registrate dai carabinieri che lo arrestarono. Faletto a gennaio del 1958, fu processato e l'accusa chiese l'ergastolo affermando che “Faletto assassinò Codecà in un clima di esasperato dio di classe “. Il processo si chiuse con l'assoluzione per insufficenza di prova per l'omicidio Codecà  anche se condannato per altri sette omicidi commessi nel periodo post insurrezionale. L'imputato grazie all'amnistia e agli indulti fece solo 20 anni.
Quindi l'assassinio dell'Ingegnere Erio Codecà rimase senza responsabili, ma inquadrato in una prospettiva terroristica che si stava auto alimentando e prendendo forza, da un passato post insurrezionale, passando forse attraverso la Banda Cavallero, per arrivare al massimo spargimento di sangue con gli anni di piombo delle colonne  delle Bierre che avevano a Torino ben quattro raggruppamenti, alla Meccanica, a Rivalta, alle Presse e al Lingotto.

Roberto Nicolick

bibliografia : il quotidiano “ LA STAMPA”  1952 - 1955, , “Piombo rosso” di Giorgio Galli, “Mambo Italiano” di Fasanotti, “L'enigma Codecà” di Gianotti

domenica, giugno 10, 2018

L'omicidio della ex ausiliaria del SAF Maria Rosa Amodio

Maria Rosa Amodio
Avvenente e giovane ragazza dai lunghi capelli neri, membro del S.A.F. ( Servizio Ausiliario Femminile ), già condannata a morte dal C.A.S. per collaborazionismo ( Corte di Assise Speciale ) e successivamente prosciolta regolarmente con amnistia, di professione faceva la maestra elementare..
Fu uccisa ad appena 23 anni , in una tranquilla serata del 12 agosto1947, sempre dal solito assassino con tante facce, che usava la stessa pistola silenziosa, mentre si recava dal suo fidanzato, Lorenzo Calzia, abitante in Via Giacchero.
La ragazza pedalava in sella ad una bicicletta lungo Via Nizza , Località Natarella altro luogo fatale dove viveva una famiglia, i Biamonti, sequestrati, assassinati ed occultati da un gruppo di partigiani comunisti.
Nonostante i tempi pericolosi e le frequenti esecuzioni sommarie che avvenivano sia di giorno che di notte, Rosa Amodio non volle mai allontanarsi dal Savonese se non temporaneamente , convinta che non avendo fatto del male, non doveva temere nulla e infatti da circa un anno era tornata, di più non aveva rinunciato alle sue idee anzi, faceva politica per un movimento di destra.
Nei pressi di casa sua a Valleggia dove si era trasferita ad abitare in Via Rossi assieme ai suoi genitori, un suo amico impegnato politicamente anch'egli, Angelo Trucco, pochi giorni prima, era stato gravemente ferito, ma nonostante questo, lei non manifestava alcun timore, tuttavia a scanso di brutte sorprese, si faceva accompagnare a casa dal fidanzato.
Quella sera , lei troppo sicura di sé stessa era sola, pedalava allegramente sotto il sole estivo che tramontava, verso il suo amore, Lorenzo con cui aveva un appuntamento a Savona presso la Stazione Ferroviaria, ma non ci arrivò mai. La pistola silenziosa sparò ancora una volta.
Anche se nessuno vide realmente quello che accadde in tutta la sua interezza, il funzionario della squadra mobile intervenuto dopo le 22,30, sul luogo del crimine, il commissario aggiunto Renato Torre, ipotizza nel suo rapporto, che la Amodio fu seguita dal sicario sullo stesso mezzo oppure su un'auto, con l'intenzione di spararle appena se ne presentasse la possibilità, anche se testimonianze dirette e precise sul mezzo non ce ne furono
L'opportunità si è presentata nel momento in cui la ragazza stava transitando in un tratto di strada di Via Nizza, precisamente Natarella, in quel momento senza passanti e dove si trovava una autocisterna in sosta sul lato destro verso Vado Ligure, e che copriva la visuale a chi andava verso Savona, in quel istante, probabilmente, uno dei due ha puntato la pistola ed ha fatto fuoco una sola volta con grande precisione.
Colpita volutamente in pieno viso, con un'unica pallottola, appositamente per devastare un bellissimo volto come il suo, la ragazza cadde rovinosamente dalla bicicletta, rimanendo sul selciato, anche in questo caso, lo sparo non venne udito, in quanto l’arma molto verosimilmente era silenziata e si pensò immediatamente ad un incidente.
Il funzionario di polizia Renato Torre arrivato sul posto, descrive la posizione del corpo in questi termini :
“la donna di una età apparente di circa 23 – 24 anni, vestita con un abito bianco con guarnizioni colorate e un golf di lana azzurra, era distesa per la lunghezza di tutta la sua persona di traverso la strada con i piedi rivolti al muro e la testa rivolta al mare, sul lato destro per chi si dirige verso Zinola ad una distanza esatta di m. 2,33 dal ciglio della strada, il braccio destro è completamente flesso in avanti e la mano corrispondente è chiusa a pugno, il braccio sinistro è quasi parallelo al fianco sinistro e la mano corrispondente aperta sul fianco.
Il volto è completamente insanguinato e del sangue raggrumato si trova sotto la testa tanto da inzuppare completamente i capelli, dalle ferite del viso, della testa non visibili per il sangue uscito, in gran quantità defluisce il sangue stesso che va a formare una vasta pozza sul sulla strada sul lato sinistro del corpo.
Uno dei sandali che la donna calzava e precisamente quello sinistro si trova sul fianco destro del cadavere mentre l'altro è tuttora al piede, a questo punto non essendovi ulteriori constatazioni da fare. Dispongo per l'arrivo di un sanitario e per la rimozione del corpo sino ad un loculo dove rimarrà a disposizione del Magistrato”
Il primo che si avvicinò al corpo a terra fu tale Libero Albesiano il quale non notò nessuno altro nei pressi, in seguito arrivarono sul posto, attirati dal corpo a terra tali Angela Fantino e Giovanni Rosso. Tutti e tre i testimoni dichiararono di non aver sentito alcuna detonazione e neppure di aver notato passanti o ciclisti o auto in movimento.
Guardando con attenzione il viso devastato dalla pallottola , si poteva notare un foro di entrata all'angolo naso – labiale sinistro del viso.
Rosso Giovanni, tornitore, abitante in Via Nizza, fa la seguente deposizione : “ ieri sera verso le 22,10 uscii di casa per recarmi ad accompagnare la fidanzata, Fantino Angela di Legino Via Crocetta, a casa sua, giunto in località Natarella, a circa 50 m. dalla villa Gavotti, notai due ciclisti che appoggiata la bicicletta al muro e dopo aver fatto ciò tornavano sui loro passi e si fermavano a guardare qualche cosa che si trovava a terra.
Incuriosito pure io mi recai con la bicicletta della mia fidanzata presso quei due ed avvicinandomi vidi che in terra giaceva una donna con una bicicletta sul corpo.
Avvicinandomi vidi che si trattava di una giovane donna della apparente età di anni 23 riversa in una pozza di sangue, chinatomi verso di essa nell’intento di prestare aiuto notai che la ragazza era ormai spirata, l’ultimo suo movimento fu quello di muovere la testa.
Le tastai il polso e constatai che oramai non batteva più.
Gli altri due ciclisti che erano sul posto prima di me non sapevano che cosa fare ed allora io mi recai presso lo stabilimento Viani a telefonare alla C.R.I.
I due ciclisti anzidetti vengono chiamati “Benardo “ che so abitare a Legino in Via Costacavalli l’altro è biondo e abita a Legino in Via Brichetti e lavora presso la Società Derpo.
L’azione omicida fu così repentina che nessuno ebbe modo di vedere il momento peciso dell'omicidio, tranne un autista di un mezzo pesante, per l'esattezza di una autocisterna, il quale arrivato assieme ad altri curiosi nei pressi del corpo affermò spontaneamente di aver visto cadere la donna dalla bici e quindi si allontanò, cercato in seguito, presso la Ditta Viani che era nei pressi dell'omicidio e che aveva un traffico di autobotti, questo teste non fu mai identificato.
La polizia non riuscì ad identificare chi commise l'omicidio, ammesso che il gruppo di fuoco fosse in auto o in bicicletta era già lontanissimo.
Alcuni testimoni dissero di aver notato vagare apparentemente senza scopo, nei pressi della spiaggia e in un cinema estivo, vicini al luogo dell'attentato, alcuni ex partigiani.
In particolare il fratello della vittima, Piero Amodio, dichiarò che la sera stessa dell'omicidio, aveva visto passare in Via Nizza, tre giovani in bicicletta, e tra questi uno aveva pronunciato la frase “ te l'avevo detto , non aveva più di due mesi di vita”, era evidente che questa frase fosse riferita alla povera Amodio.
Le indagini identificarono due dei tre, tali Anselmi Giuseppe e Zuliani Paolo, i quali spiegarono che il loro commento era sulla attività politica dell'uccisa.
In particolare l'Anselmi Giuseppe, detto Pino, era stato poliziotto ausiliario partigiano e in merito alla deposizione del fratello della Amodio rilasciò anche questa dichiarazione verbalizzata :
“Arrivato in località Natarella vidi un gruppo di gente e tra questi riconobbi il Sig. Commissario Torre, alle dipendenze del quale prestai servizio presso il Commissariato Porto, e dopo averlo salutato gli chiesi se mi permetteva di vedere la morta, al che lui accondiscendeva. Dopo 10 minuti io e i miei succitati amici risaliti in bicicletta riprendemmo la strada del ritorno e con noi si aggiungevano altre persone sempre sullo stesso mezzo, che facevano la nostra stessa strada.
Strada facendo fra tutti i presenti nacque una discussione sul fatto e uno che non conosco disse che la morta ai suoi tempi aveva fatto del male, così non avrebbe avuto più di un mese o due di vita , a tali parole io pure dissi , si capisce una bella fine non la poteva fare, meglio lei che me “. Tocca al padre della vittima, Agostino Amodio riconoscere la figlia nel cadavere trasportato alla camera mortuaria dell'Ospedale San Paolo di Savona stesa cosa farà la madre Cambise Maria , che fa anche verbalizzare la speranza che venga fatta luce sulla morte della figlia e che la giustizia segua il suo corso.
L'autopsia fu affidata al Dottor Francesco Rossello che scrive testualmente :
“ Ad un esame autoptico e peritale incaricato dalla Procura della Repubblica di Savona sul cadavere della nominata Amodio Maria Rosa, ho rilevato dopo esame degli elementi a mia disposizione quanto segue : Tagliata con taglio la cute e resecata la calotta cranica si solleva la stessa. La parte superiore dell'encefalo appare indenne. Sollevata con la mano sinistra l'encefalo e praticati con la destra i consueti fori gli si isola l'encefalo.
All'ispezione della base del cranio l'apofisi basilare dell'osso occipitale appare fratturata , il bulbo appare leso e le meningi che lo fasciano lacerate. Dura madre e meningi all'altezza dell'occipitale specialmente antero lateralmente appaiono anch'esse abbondantemente lacerate.
Ala base del cervello in corrispondenza dell'emisfero destro a circa 2 cm. dal foro occipitale nella circonvoluzione temporale occipitale mediale si nota una lesione continua che si affonda nella materia celebrale per circa 5 cm.
Sezionando la materia celebrale per circa 5 cm. della suddetta zona si rinviene un corpo metallico a forma cilindrica ogivale del diametro di mm. 7,65 e della lunghezza di circa 3 mm.
Prosegue il medico “La Amodio è deceduta per lesione bulbare in seguito a trauma, la morte è avvenuta sul colpo. Il mezzo con cui la Amodio è deceduta è rappresentato da un proiettile di rivoltella calibro 7,65, munita probabilmente di silenziatore.
La morte è avvenuta circa 38 ore prima della esecuzione dell'autopsia.
Il proiettile ha seguito il seguente tragitto: è penetrato all'angolo naso labiale di sin., ha perforato il mascellare superiore di sinistra, fratturato il vomere, ha attraversato le coane nasali, è penetrato nel bulbo attraverso il foro occipitale , fratturando l'apofisi bresillare dell'osso occipitale e si è quindi affondato per una profondità di circa centimetri 3, nella circonvoluzione temporo-occipitale mediale dell'emisfero di destra.
La direzione del proiettile risulta la seguente : dal basso verso l'alto, da sinistra a destra.
Maggiori difficoltà si incontrano per stabilire con esattezza la distanza da cui il colpo è stato sparato e se l'arma era munita di un silenziatore.
Le mie ricerche in letteratura e presso l'istituto di Medicina Legale di Genova sono riuscite infruttuose, non esistendo a tutt'oggi pubblicazioni o comunicazioni su traumi da arma da fuoco munita di silenziatore.
Tuttavia considerato che, nelle armi con il silenziatore, la carica di scoppio sia lasciata invariata, essendo la espansione dei gas compressa dal silenziatore si può arguire che la forza di propulsione del proiettile sia diminuita e quindi la distanza da cui la Amodio è stata colpita sia minore che non con arma normale , in base a questa ipotesi la distanza il colpo potrebbe variare da metri 0,50 a un metro.
Nel caso invece che l'arma non fosse munita di silenziatore il colpo risulterebbe sparato da circa due metri di distanza.
Resta da esaminare il caso che la carica di scoppio sia stata aumentata a causa del silenziatore. In tal caso si ha ragione di ritenere il colpo sparato come da normale arma senza silenziatore.
Concludendo la distanza da cui il colpo è stato sparato oscilla tra i metri 0,50 e i metri due. Questo secondo le mie ricerche in scienza e coscienza.”
C’è anche la testimonianza della madre della Amodio, Cambise Maria, la quale afferma che nei primi di novembre del 46, la figlia aveva ottenuto da un produttore di tessuti di Jesi, la rappresentanza di lana grezza che lei vendeva nelle fabbriche Savonesi, attraverso i comitati di fabbrica. In particolare aveva un contatto con un dipendente della camera del lavoro di Savona, tale Denari Lino, che piazzava il prodotto presso gli operai e poi la pagava alla Rosa dopo aver trattenuto una percentuale. Tutto andò bene per un po, poi accadde che il Denari trattenne una partita di lana senza dare a mia figlia il corrispettivo in denaro. Saputa la cosa feci presente a mia figlia il pericolo di perdere quella somma di denaro ma lei si mostrò sicura di recuperare i soldi dicendo “ Denari ha tutto l’interesse a darmi i soldi della partita , in quanto so di molte cose disoneste fatte da lui nella camera del lavoro” che poteva fare valere nelle sedi opportune. A riprova delle sue affermazioni Maria Rosa mi mostrò dei fogli del registro della camera del lavoro che sostenevano le sue accuse verso il Denari.
Il Denari Lino sentito dagli inquirenti diede le spiegazioni del caso, affermando che non aveva ancora consegnato il dovuto alla Amodio perché non avevano ancora potuto vedersi, inoltre affermò che la ragazza gli era stata presentata dallo zio di lei, Rais Giovanni precedente segretario della camera del lavoro e con essa aveva stipulato un accordo verbale per piazzare la lana grezza nelle fabbriche per sviluppare in seguito la società con un suo amico, Fossati Adriano.
Con questo soggetto aveva progettato di andare a Jesi, Ancona, per incontrare il produttore e sviluppare la società probabilmente per bypassare la Rosa Amodio.
Prese il treno per Genova e mentre attendeva il successivo per Bologna delle 20,45 spedi due cartoline, una alla fidanzata e l’altra a sua mamma. Sicuramente Denari tentava di subentrare slealmente alla Amodio, il che non è un reato penale ma indubbiamente era in grado di dimostrare che al momento dell’omicidio era in altro luogo.
Il funerale di Maria Rosa Amodio si svolse a Savona, partendo dalla camera mortuaria del vecchio Ospedale San Paolo.
Nel corteo composto da tanti ex camerati della Rosa Amodio , alcuni di loro alzando lo sguardo notarono affacciati alle finestre del nosocomio, dei personaggi con la cappa bianca dei “portantini”, che ghignavano al passaggio della bara. Questi personaggi, erano tutti ex partigiani comunisti che non apparivano dispiaciuti per la morte di una “fascista” nonostante fosse una ragazza poco più che ventenne.
I genitori e il fratello della ragazza, a corpo ancora caldo, furono minacciati affinchè non si costituissero parte civile al processo e infatti così fecero dando soddisfazione agli assassini della figlia.
Il fidanzato della poveretta Lorenzo Calzia, pieno di rabbia per quella che era successo, si mise ad indagare per conto proprio, volendo vendicarsi, ma dopo qualche giorno di ricerche, qualcuno gli imbottì la porta di casa in Via Giacchero, dove abitava con la sorella e la madre, con una carica di tritolo e la fece saltare. Lorenzo a quel punto dovette lasciar perdere sapendo a cosa sarebbe andato incontro. Anche al processo apparve spaventato e intimorito, tanto da deporre con voce bassa di fronte alla Corte. Indubbiamente egli sapeva come tutti, che frammisti al pubblico c'erano gli assassini della sua fidanzata che con la loro presenza tentavano di intimorire i testi.
Della morte di Rosa Amodio, fu inizialmente incolpato tale Carlo Marzola detenuto nel carcere di Oneglia, che in seguito venne discolpato da Pietro Del Vento il quale si autoaccusò dell'omicidio della ragazza.
( il brano è tratto dal mio prossimo libro attualmente il lavorazione "I delitti della pistola silenziosa" )


lunedì, maggio 21, 2018

L'omicidio del Capitano Lorenza



Ernesto Francesco Lorenza

Era un ex ufficiale Repubblichino, capitano della Guardia Nazionale Repubblicana, IX Compagnia, in servizio presso il distaccamento di Savona, nato a Tenda il 17.11.1903 a Tenda ( all’epoca provincia di Cuneo e dal 1947 ceduta assieme a Briga alla Francia ), era stato anche decorato in qualità di Centurione della Milizia, con medaglia d’argento al Valor Militare. L'omicidio di Lorenza per le modalità con cui avviene è un classico della serie della pistola silenziosa.
In seguito ad una affezione agli occhi, una paralisi del nervo ottico, egli viene ricoverato per ricevere delle cure adeguate, presso l’Ospedale San Paolo nel reparto di oculistica, lo stesso Ospedale dove fu ricoverato Giuseppe Wingler nei suoi ultimi istanti di vita.
Lorenza, precedentemente arrestato sotto l'accusa di collaborazionismo e processato, era stato appena rilasciato in seguito ad una sentenza del C.A.S.( Corte di Assise Speciale ) che lo aveva prosciolto e reso libero.
A causa del verdetto di proscioglimento, un gruppo di persone, bene orchestrate avevano protestato con violenza arrivando ad aggredire gli avvocati difensori degli imputati, uno dei quali l'avvocato Milanese Gian Filippo Di Paola era ricoverato in una saletta attigua a quella dove l’ufficiale era ricoverato a causa del feroce pestaggio a cui era stato sottoposto.

All’ingresso dell’Ospedale e della corsia, stazionano alcuni agenti della polizia ausiliaria partigiana che dovrebbe, almeno formalmente, proteggere Lorenza da ulteriori violenze e per piantonare un detenuto, tale Artioli, il quale in almeno una occasione litiga con Lorenza. Artioli, di Modena, è un comunista militante di opinioni politiche divergenti con l'ex ufficiale, il quale afferma di andare fiero della sua fede fascista, al termine della discussione Artioli pare che minacci apertamente Lorenza.
In seguito Artioli si allontana dall’ospedale dopo che è avvenuto l'omicidio, grazie alla eccessiva distrazione dei poliziotti ausiliari che avrebbero dovuto sorvegliarlo, per questa fuga, un agente della polizia ausiliaria partigiana il quale aveva la consegna di piantonare il recluso, tale Novaro, viene licenziato dal Questore Monarca.
L’ufficiale Repubblichino si trova allettato al centro di un grande stanzone del nosocomio savonese al secondo piano, assieme ad altri degenti nel reparto di oftalmologia, tutti i ricoverati hanno delle bende sugli occhi e quindi non sono in grado di vedere quello che accade.
Siamo all'11 luglio del 1945, il Capitano ha una medicazione sugli occhi , può solo sentire e sta chiacchierando con altri ricoverati che occupano i letti vicini. In quel momento non vi è nessuno del personale sanitario nello stanzone.
Qualcuno si avvicina silenziosamente al suo letto, gli punta una pistole al capo, esattamente alla nuca, a distanza molto ravvicinata e preme il grilletto. Lo sparo non è assolutamente percepito dagli altri ricoverati non essendoci stata la detonazione è chiaro che è stata usata una pistola con il silenziatore. I degenti avvertono che Lorenza ha smesso improvvisamente di dialogare con loro ma non vi danno immediata importanza, in seguito affermeranno di aver percepito solo il rumore del sangue che cola a terra e preoccupati perchè Lorenza non risponde ai loro richiami, avvisano il personale sanitario.
L'assassino ha a sua disposizione una ventina di minuti per allontanarsi dallo stanzone, scendere le scale sino al piano terra e per uscire dall'ospedale, magari non dall'ingresso principale ma da uno delle tante uscite secondarie che danno nel quadrilatero delle strade che circonda il grande edificio, posto nel centro di Savona, da cui si può andare in tutte le direzioni.
Interviene il Dott. Bogliolo affiancato dal collega Gallo Basteris, entrambi si rendono conto della presenza di un foro di ingresso alla nuca e di uscita nella regione frontale e capiscono che la morte non è avvenuta per cause naturali.
Stranamente i poliziotti ausiliari, all’ingresso dell’ospedale e della corsia, non hanno notato entrare o uscire nessun sospetto.
Qualcuno, in seguito in una deposizione verbalizzata, ha affermato che la sorveglianza esterna sarebbe stata inutile, visto che l’omicida era già presente all’interno dell’Ospedale San Paolo, dato che ci lavorava .
Una ipotesi indica Lorenza come una persona depositaria di alcuni segreti o presunti tali, egli era stato incaricato dal proprio reparto di gestire e custodire delle ingenti somme di denaro, la cassa del reparto. Questi valori dovevano partire assieme alla colonna repubblichina in ritirata da Savona in direzione di Altare e poi per proseguire sino a Valenza Po, ma non arrivarono mai a destinazione, ad un posto di blocco partigiano, poco prima dell’abitato di Altare, il prezioso carico sparì.
Forse Lorenza vide chi aveva “confiscato” il bottino, oppure aveva barattato la propria libertà ed incolumità consegnando il tesoretto.
Lorenza assieme a Wingler aveva fatto parte dell'U.P.I. i servizi informativi e aveva fatto parte delle B.B.N.N. ( Brigate Nere) in provincia di Savona, pertanto era a conoscenza dei nomi e dei ruoli di molti doppiogiochisti che erano presenti su diversi tavoli, perseguendo il proprio tornaconto personale.
A qualche anno dalla fine della guerra civile e quindi dei regolamenti di conti, un gruppo di persone fu fermato ed identificato dai Carabinieri di Savona, mentre stava sbancando, con attrezzi adeguati e con grande lena, un punto preciso della rotabile che porta a Cadibona, quasi come se cercassero un tesoro.
Quella rotabile l’aveva a suo tempo percorsa, anche Il Capitano Lorenza con la colonna in ritirata, lungo la quale era sparita la cassa del reparto. I carabinieri identificarono le persone come ex partigiani e come ex repubblichini, il denaro a volte unisce persone diverse tra loro. Le indagini sull'omicidio di Lorenza non portarono a nulla, tranne che a sparare era stata una pistola con silenziatore.