sabato, aprile 14, 2018

L'omicidio di Giuseppe Fanin



L'omicidio di Giuseppe Fanin


Passeggiando per la splendida città di Bologna, nel quartiere San Donato non passa inosservata Via Giuseppe Fanin, la lapide lo identifica come sindacalista nato nel 1924 e morto nel novembre del 1948. 

Innanzi tutto, Giuseppe Fanin non è morto per cause naturali, ma fu assassinato bestialmente da elementi comunisti con una sbarra di ferro, il mandante di questo omicidio fu il segretario del PCI di San Giovanni in Persiceto, che in seguito si autoaccusò e fece anche i nomi degli esecutori materiali dell'omicidio.
Fanin non era un uomo qualunque, era un simbolo, un punto di riferimento sindacale senza essere comunista, in una zona ad alta densità rossa, dove chi non era comunista faceva vita grama.
Cattolico militante, dopo aver passato alcuni anni in seminario, ne esce e si diploma presso l'Istituto Agrario “Scarabelli” di Imola, poi si laurea in agraria all'Università di Bologna ed inizia a fare attività sindacale nelle ACLI.
Il periodo è tumultuoso, il PCI egemone nell'Emilia e Romagna si è allargato a macchia d'olio ovunque, il suo sindacato di bandiera la CGIL, non gradisce concorrenza in campo sindacale  a maggior ragione nel settore agrario, ma Fanin, persona onesta e moderata e soprattutto capace e competente, mina alla base il monopolio comunista creando invidie gelosie.
I coltivatori ascoltano questo uomo coraggioso e preparato che li consiglia, li segue con passione, senza interessi personali, la gente inizia a non ascoltare più i sindacalisti rossi. L'odio comunista verso questo personaggio scomodo, inizia a montare, in una terra dove le passioni politiche sono sempre state molto forti. Da subito viene orchestrata e diretta contro Fanin una campagna di odio feroce,  che però non lo intimorisce nella maniera più assoluta, perchè è sorretto da una fede Cristiana fortissima che lo spinge avanti senza deflettere.

A questo punto qualcuno inizia a pensare a qualcosa di più violento, anche nei fatti, della campagna di odio nei confronti del sindacalista Cattolico,  ha luogo una riunione segreta, di alcuni soggetti che decidono le modalità, i mezzi, il luogo e i tempi in cui dovrà avvenire una aggressione il cui bersaglio sarà il sindacalista cattolico. E’ un gruppo  per lo più di ex partigiani comunisti, che non hanno perso il vizio e l'attitudine alla violenza. Chi coordina la riunione è un certo Bonfiglioli, segretario locale della cellula del PCI, vi partecipano tre braccianti agricoli, Enrico Lanzarini, Renato Evangelisti e Indrio Morisi, anch'essi sono comunisti, non brillano certo per intelligenza ma per voglia di menare le mani infatti questi ultimi saranno gli esecutori materiali dell'aggressione e quindi dell’omicidio.
Nella tarda serata del 4 novembre 1948, Fanin sta tornando a casa, percorre in bicicletta, come sua abitudine, una delle tante strade bianche che si intersecano nella bassa pianura Emiliana,  c'è la nebbia che abbassa la visibilità quindi non si accorge subito di quello che sta per accadere,  a quel punto Lanzarini,  Evangelisti e  Morisi.  saltano fuori da una siepe dove si erano appostati e aggrediscono Fanin con dei bastoni e soprattutto con una spranga di ferro, la violenza con cui agiscono è bestiale e non ha nulla di umano, mentre la vittima è a terra i tre infieriscono con quegli strumenti, soprattutto sul capo. Chi brandisce la sbarra è il Lanzarini, mentre gli altri usano un bastone ma non risparmiano calci e pugni al povero corpo.
Dopo aver compiuto la loro opera si allontano con le biciclette che avevano nascosto poco lontano. Fanin è a terra agonizzante, muore la mattina successiva all'ospedale. Un legale amico di famiglia, si reca all'ospedale la mattina successiva e ha difficoltà a riconoscere nel corpo il Fanin tanto è stato  devastato nonostante lo conosca da anni.
Le indagini dei Carabinieri, coordinate da un ottimo ufficiale, il Capitano Fedi, sono immediate e minuziose, vanno nella direzione dell'odio politico e sociale, molti paesani di Fanin, di militanza comunista sono fermati ed interrogati ma l'attenzione dei Carabinieri si appunta soprattutto sul Bonfiglioli, che messo di fronte alla evidenza dei fatti il 20 novembre, vacilla e confessa di essere il mandante di quella, che a suo dire, doveva essere solo ed unicamente una lezione da dare a Fanin , fa anche i nomi degli esecutori che vengono arrestati all'alba, dopo che la sera prima erano ad applaudire l' On. Pajetta del PCI durante un comizio.
Esemplare è l'atteggiamento della famiglia di Fanin che non manifesta odio o voglia di vendetta ma spera solo nella giustizia e nel ravvedimento degli assassini.

Il processo per questo omicidio, si svolgerà all'Aquila nel novembre del 49, come per tanti altri delitti compiuti dai partigiani comunisti, nel triangolo della morte compreso tra Bologna, Reggio Emilia e Ferrara, in appello, dopo sei ore di camera di consiglio tutti e quattro gli imputati furono  ritenuti colpevoli di omicidio premeditato e aggravato con le attenuanti generiche, Bonfigliolini e Lazzarini vennero condannati a 23 anni di reclusione, Evangelisti e Morisi a 21 anni, mentre un imputato responsabile della campagna di odio contro Fanin fu prosciolto dalla accusa di istigazione al delitto.
Alla famiglia della vittima fu riconosciuto un indennizzo simbolico di una lira e la sbarra con cui venne compiuto l'omicidio è ancora ora, esposta al museo criminale di Roma.
La figura di Giuseppe Fanin, uomo illuminato e liberale, ne esce gigantesca a livello civile e morale sullo sfondo di questa vicenda, i suoi assassini, mandanti e detrattori appaiono per quello che sono soggetti di scarsissimo rilievo  morale e civile, privi di ogni spessore anche minimo intellettivo, materiale umano pronti a farsi manipolare dai capi di un partito massimalista e dittatoriale. Giovanni Guareschi nato in quella zona, conobbe molto bene questo tipo di individui e li definì con un termine che si attagliava benissimo “ trinariciuti”.

Iniziò un processo di beatificazione nei confronti di Giuseppe Fanin che ebbe da subito la qualifica di “Servo di Dio”, al suo nome vennero intitolate delle vie a Bologna, Imola e San Giovanni in Persiceto.

Roberto Nicolick ( testo elaborato sulla base di articoli di quotidiani dell’epoca )

domenica, aprile 08, 2018

L'occupazione e la strage di Gaggio Montano



L’occupazione la strage di Gaggio Montano ( Bologna )
16 novembre 1945

Gaggio Montano è un piccolo centro di 4000 abitanti, dell’Appennino Bolognese, a breve distanza da Bologna, in esso il 16 novembre 1945, ebbe luogo un atroce esperimento di terrore e dittatura del proletariato, almeno a dire degli attori principali di questo evento. Un gruppo di 17 partigiani comunisti, appartenenti ad una GAP montana e addirittura guidati dal segretario locale del PCI.
Probabilmente una strage compiuta nelle vicinanze, da reparti Tedeschi, ebbe una certa influenza motivazionale, ma si era a guerra finita da sette mesi e quindi questa strage comunque non avrebbe avuto alcuna ragione di essere, anche perche fu preceduta da violenze, ruberie e seguita da omicidi privi di ogni giustificazione morale e legale, inoltre le vittime erano civili indifesi e non collaboranti con i Nazi fascisti. Le vere motivazioni erano nel punire gli ex fascisti , ma di questi oramai non ce n’erano più, e nel togliere denari e oggetti di benessere, ai benestanti, i pochi che c’erano a Gaggio.
Addirittura fu assassinato a freddo davanti alla moglie incinta un appartenente al Partito d’Azione, assolutamente anti fascista. L’idea di questa occupazione e della giustizia sommaria successiva, venne a due ex partigiani comunisti, Lenzi e Gaetani, entrambi intrisi di quel massimalismo feroce leninista che non fa sconti a nessuno, portatori di disvalori e idee molto male intese e ottuse ma semplici e altrettanto violente, i quali progettarono all’interno di una stalla vicina al paese,  con l’aiuto di una cartina topografica l’azione criminale con modalità militari.
Lenzi, che in seguito morirà presso il carcere di Pianosa, era noto per aver strangolato con un cavo elettrico, un anziano paralitico mentre Gaetani era un ex seminarista che aveva sposato la causa delle rivoluzione comunista e che si considerava la mente del gruppo di fuoco. Il piano prevedeva la “requisizione “ di proprietà, biancheria, argento, oro, denaro e viveri e il “prelevamento” di cinque abitanti di Gaggio e la  “esecuzione sommaria” di questi ultimi, era una epurazione sanguinaria condita da beghe personali coniugate con l’odio ideologico.

Il gruppo composto, da 17 uomini armati e dotati di una mitragliatrice pesante, bloccarono i due unici accessi al paese, poi dopo aver sorpreso il piantone della caserma dei carabinieri, vi penetrarono e disarmarono i militari presenti in quel momento in mensa, cogliendoli di sorpresa , nessuno poté abbozzare una minima  resistenza. Gli aggressori dissero agli stupiti carabinieri, “non fate resistenza, non affacciatevi alle finestre, all’ordine, ora ci pensiamo noi”, quindi gli armati raggiunsero l’osteria del paese dove vi erano molti dei paesani e lessero l’elenco delle persone che stavano cercando da prelevare. I banditi entrano anche nelle abitazioni con i mitra spianati, Aldo Brasa e sua moglie, Elide Palmieri, che era incinta, sono seduti a prendere il caffè, Brasa coraggiosamente, si alza e inizia una colluttazione con il più vicino, ma viene colpito da una raffica di mitra, cade a terra morto, in una pozza di sangue mentre la moglie urla disperata.
L’oste del paese è costretto a salire nelle camere che vengono perquisite alla ricerca di un certo Capitani che non viene trovato subito, in questa occasione l’oste deve consegnare 70 mila lire, indumenti e altri oggetti.
Il rastrellamento del paese procede, tutti quelli che vengono incontrati dai criminali sono perquisiti e in qualche caso alleggeriti dei soldi che tengono nelle loro tasche, nel corso del rastrellamento sono prelevati : Adolfo Cecchelli, la moglie dell’oste Bianca Ramazzini, Guido Brasa, il cui fratello era già stato assassinato e Alfredo Capitani. Cecchelli ha la moglie gravemente malata, ma i suoi sequestratori non si lasciano commuovere e lo strappano da casa. Il sindaco Ferrari, che è di fede liberale, salva la vita perché in quelle ore non si trova al paese, ma anche il suo nome è nella lista di proscrizione che i gappisti hanno in mano.
I sequestrati sono obbligati sotto minaccia delle armi, a seguire il gruppo verso le colline, fuori dal paese, portando in spalla i sacchi pieni di refurtiva che gli ex partigiani hanno preso. Mentre il gruppo si allontana da Gaggio, il Parroco, tardivamente, batte le campane a martello per avvisare del pericolo ma oramai i bandidti hanno già colpito.
Dopo una marcia di qualche chilometro, il gruppo si ferma in un bosco, quattro criminali si allontanano per scavare delle fosse, vi fanno avvicinare i prigionieri e leggono loro una specie di sentenza che li condanna morte nel nome di altri che sono stati fucilati dai Tedeschi,  e in quel posto li assassinano a colpi di mitra, uno per uno, poi li seppelliscono con poche vangate di terra. In tutta l’evoluzione dell’azione a Gaggio Montano, gli ex partigiani dimostrarono una assoluta mancanza di umanità e un odio feroce verso coloro che vessavano e che poi avrebbero ucciso. A breve distanza di tempo,  dalla strage, le indagini iniziarono e tutti i responsabili, tranne Secondo Lenzi, il capo, che morì di TBC, vennero presi e interrogati, quindi detenuti in attesa di processo. Il loro arresto causò molto imbarazzo al PCI che non poteva negare la matrice comunista degli arrestati e delle loro azioni.
A luglio del 48, quasi tutti i responsabili effettivi e cioè, Mario Rovinetti, Ivo Gaetani, ideatore dell’azione nonchè responsabile locale del PCI,Giuseppe Torri e Antonio Camurri, erano da circa due anni, in custodia preventiva e rei confessi, e affrontarono il processo che si svolse in Corte di Assise a Bologna, tutti gli imputati furono difesi da un collegio di legali vicini al P.C.I. guidati da un avvocato espertissimo in queste questioni, la maggior parte di loro consideravano giusto moralmente, quello che avevano fatto, le vittime erano fascisti, si meritavano quello che gli era accaduto, le confessioni , a loro dire, erano state estorte dai carabinieri e dai questurini che li avevano percossi per farli confessare, quindi in tribunale ritrattarono tutto, di fronte alla indignazione del pubblico.
Impressionante fu la deposizione dell’imputato Rovinetti, detto “macchinino” per il lavoro di meccanico, che si disse sempre pronto ad aderire ad azioni dovunque ci fosse la presenza di “fascisti che ostacolassero l’azione dei proletari”, con un frasario stile lotta armata, oramai fuori dai tempi, tradendo una mentalità da burocrate stalinista afferma che nel paese ha sequestrato una macchina da scrivere che gli sarebbe tornata utile per il suo “ufficio stralcio” oltre , ovviamente a prelevare in una occasione  40 mila lire dal Credito Romagnolo e altri 150 mila sempre dalla stessa banca, da dividere , disse lui, tra coloro che vivevano alla macchia nella zona.  Tutta questa refurtiva non fu mai ritrovata.
Il presidente della Corte di Assise gli chiese se era giusto troncare così delle vite e “macchinino” rispose “per me era indifferente prelevare o uccidere dato che erano dei fascisti”.
Il 19 luglio il PM chiese, in primo grado, per tutti gli imputati, 30 anni per Gaetani, Torri e Camurri i Gaggesi che fecero da basisti alla banda, trenta per Rovinetti, Nanni e per i quattro contumaci perché in latitanza, Ropa, Lolli, Baldi e Franchi, 22 per Stefanini e per Mazzini gli esecutori materiali, 15 anni per Valentini, Dal Piai, Guidotti e i gregari un totale di 359 anni di pena detentiva e per un imputato la assoluzione per insufficienza di prove.
Il 24 luglio dopo 5 ore di camera di consiglio fu letta la sentenza che in linea di massima ha accolto le richieste del PM, Rovinetti anni 28, Gaetani e Torri 27 anni e 7 mesi, Camurri anni 23, Nanni, Stefanini e Mazzini anni 22, Valeriani, Guidotti, Del Piai e i 4 latitanti ( Ropa, Lolli, Franchi, Baldi )anni 7, liberando solo il vecchio Mattioli per insufficienza di prove, gli imputati non hanno voluto essere presenti alla lettura del verdetto, infatti la gabbia era vuota.
I parenti degli imputati alla lettura della sentenza inveirono contro la Corte gridando “maledetti fascisti”.
Roberto Nicolick ( ricostruzione e rielaborazione fedele dei fatti realmente accaduti attraverso la rilettura dei quotidiani dell’epoca)

L'omicidio del partigiano Renato Seghedoni





Renato Seghedoni
Seghedoni, è un giovane partigiano di 25 anni, di una brigata garibaldina, è comunista come tanti nel Modenese, opera nel famigerato triangolo della morte,  ha una onestà di fondo che lo distingue dai suoi compagni di brigata, è convinto che i civili non debbano patire le conseguenze di inutili vendette che hanno molto di personale. Quello che vede fare ai suoi compagni  non gli piace , è coraggioso ed istintivo, in particolare si trova ad affrontare un suo compagno, un soggetto molto pericoloso, Dante Bottazzi, ex seminarista, uomo dall’aspetto sfuggente, dogmatico e pronto a tutto. Tra i due avviene uno scontro verbale, Renato minaccia il Bottazzi, noto con il soprannome di battaglia  “beta”, di rivelare le atrocità che ha commesso e manifesta anche l’intenzione di cambiare vita, con queste parole firma la sua condanna a morte.
La  sera del 14 marzo 1945,  qualcuno lo trova morto, segato in due da una raffica di mitra, su un sentiero tra Castelfranco e  San Giovanni in Persiceto, gli hanno tappato la bocca. Le indagini in quel particolare momento non portano a nulla, al funerale i suoi compagni di lotta si presentano con particolare vicinanza alla famiglia e insistono addirittura per portare la bara sino al cimitero.
La sorella, vuole giustizia al che viene sparsa la voce e addirittura pubblicata su Rinascita di Bologna, che la causa dell’omicidio vada ricercata nella sparizione di una cifra di denaro e di quattro pneumatici di un autocarro, frutto di un “prelevamento” e da lui indebitamente trattenuti.
Lo si vuole delegittimare appositamente per fare apparire la morte come un regolamento di conti per il bottino da dividere, ma la sorella non si ferma e apprende, nella sua ricerca della verità che era stato giudicato colpevole di “deviazionismo” e isolato dai suoi compagni di partito. La donna va dai carabinieri e fa le sue denunce, partono le indagini , tra gli indagati Rino Govoni, Renato Cattabriga, Venusto Bottazzi, Giuseppe Stopazzini, Vittorio Bolognini e lo stesso Dante Bottazzi, tutti appartenenti alla polizia ausiliari partigiana di Castelfranco.
Ci sarà un rinvio a giudizio nel 1951, presso le Assise di Bologna ma solo a Govoni, Cattabriga e Venusto Bottazzi perché gli altri tre , gli imputati più importanti vengono giudicati in contumacia, in quanto evasi in modo clamoroso dalle carceri di Modena.
Dante Bottazzi, ritenuto responsabile anche dell’omicidio del maresciallo dei Carabinieri Attilio Vannetti,  del parroco di Riolo di Castelfranco, prelevato dalla canonica nella notte tra il 25 e il 26 maggio 1945, don Giuseppe Tarozzi il cui corpo non verrà mai ritrovato, sarà condannato all’ergastolo nel 52 in contumacia, perché fuggito in Jugoslavia, dove peraltro completerà gli studi e prenderà anche una laurea , insegnando nella scuola della minoranza italiana fino al 1960. Dal '60 all'83, ricoprì l’incarico di professore universitario alla facoltà di economia di Fiume. I suoi omicidi infine furono coperti dall'amnistia e rientrato in Italia,si iscrisse all'ANPI tanto per gradire.

giovedì, aprile 05, 2018

L’uccisione del Brigadiere dei Carabinieri Umberto Bertoli “partigiano Umberto”. Bosco di Rezzo, Imperia


L’uccisione del Brigadiere dei Carabinieri Umberto Bertoli “partigiano Umberto”.
Bosco di Rezzo, Imperia



Anche sul ponente della Liguri, le esecuzioni sommarie e le vendette puramente personali , compiute da partigiani comunisti erano frequenti sia prima che dopo il 25 aprile 1945. Nell’Imperiese erano operative sul territorio, due brigate garibaldine, la “Cascione” e la “Bonfante”.
Questa tragica storia di sangue, riguarda un brigadiere dei Carabinieri di 44 anni, persona onesta e scrupolosa, che dopo l’8 settembre 1943, aveva scelto di fare parte della Resistenza e quindi di combattere contro l’occupazione Nazifascista. Il graduato dei carabinieri durante il suo servizio nell’Arma Benemerita, era una persona inflessibile ed onesta, il quale non lasciava spazio ai delinquenti che imperversavano nella zona.
Nel corso della sua attività istituzionale , fra le altre cose, assicurò alla giustizia un ladro, che aveva sottratto a dei contadini alcune coperte, questo era il normale servizio di un brigadiere dei Carabinieri in un periodo storico molto difficile, proprio questo ladro di coperte che fu condannato dal Giudice ascontare sei mesi di galera, non si dimenticò facilmente di Bertoli e giurò vendetta in cuor suo, alimentando nel tempo dentro sé, un odio ottuso e feroce nei confronti del Carabiniere il quale bloccandolo aveva semplicemente compiuto il proprio dovere.
E così purtroppo accadde, infatti dopo l’otto settembre 1943, il carabiniere Umberto Bertoli sceglie la via dei monti , assume il nome di battaglia “Umberto” e per un fatale e tragico destino si trova a combattere nella stessa unità partigiana, dove milita proprio la persona che egli ha arrestato per il furto delle coperte. Il ladro, in quel momento partigiano comunista, ha la memoria lunga e riconosce immediatamente Umberto Bertoli, da quel momento, pianifica la sua vendetta, che non puo’ che essere sanguinosa e crudele oltreché ingiustificata, visto che egli ha commesso un furto ed era stato legittimamente fermato dal carabiniere.
Il ladro – partigiano è pure fratello del comandante della brigata partigiana e quindi ha una grande facilità a mettere in atto il suo progetto criminale: il povero Bertoli, nonostante abbia ampiamente dimostrato di essere un antifascista sicuro ed affidabile, viene accusato ingiustamente di essere un delatore fascista, con questa infamante accusa, sarà trascinato sino ad una vastissima foresta nell’entroterra dell’Imperiese, il bosco di Rezzo, un faggeto che copre ben 600 ettari, molto fitto e in alcune sue parti inesplorato.
Questa vera e propria foresta è stata usata dai partigiani comunisti per compiervi esecuzioni sommarie di prigionieri Repubblicani o di benestanti a cui , oltre ai beni materiali veniva tolta anche la vita. L’immenso faggeto è raggiungibile da Imperia, verso il passo di San Bernardino, per poi scendere verso Andagna ( Molini di Triora) passando per Passo Teglia.
Queste atrocità avvenivano proprio nel Bosco di Rezzo per una serie di motivi: nessuno poteva vedere quello che accadeva nel fitto del bosco, nessuno poteva ascoltare gli spari persi nell’immensità dell’area verde e soprattutto gli assassini potevano seppellire i corpi degli sventurati sotto un palmo di terra, sicuri che la notte gli animali da preda avrebbero, nel giro di qualche settimana , fatto sparire i corpi o gran parte di essi. Qualcuno ha affermato che in quel bosco ci sono più morti che alberi e questa affermazione non è del tutto campata per aria.
Il 20 settembre 1944, il Bertoli, ignaro del destino che lo attende, è prelevato mentre sta andando a comprare il latte, sarà portato in località Casa Rossa, costretto crudelmente come è d’uso dei boia comunisti, a scavarsi la fossa sotto la minaccia delle armi dei suoi assassini, in quel momenti molto probabilmente avrà riconosciuto il ladro e compreso le infami motivazioni della sua esecuzione. Secondo un rapporto dei Carabinieri, avrebbe urlato in faccia al suo assassino : “ sei un vigliacco”. Appena gridate queste parole, fu abbattuto senza pietà, da una raffica di mitra e i due criminali gettarono qualche palata di terra sul corpo del poveretto allontanandosi per tornare alla loro brigata ferocemente soddisfatti.
Il destino di sangue che colpì il brigadiere Bertoli è il medesimo che colpì il maresciallo dei Carabinieri Barbagallo, ammazzato nella pubblica piazza di Albisola ( Savona)da un partigiano comunista dopo un feroce pestaggio, accusato di essere una spia fascista. Il brigadiere dei Carabinieri, Carmine Scotti ucciso a Bargagli, nell’entroterra di Genova dalla banda dei vitelli,una banda di ladri che fra le altre cose, facevano affari con la borsa nera di Genova, anche Scotti fu obbligato a scavarsi la fossa dai suoi assassini che peraltro conosceva benissimo.
Bertoli, Barbagallo e Scotti, tre carabinieri coraggiosi e giusti, assassinati dalla stessa genia di criminali, che dovevano vendicarsi di fedeli servitori dello stato oppure volevano coprire la loro immoralità ed i loro crimini compiuti o in via di compimento e questo la dice lunga sulla qualità di tanti soggetti che si fecero scudo della Resistenza per raggiungere un veloce arricchimento.
Bertoli, inoltre, fu una delle tante vittime di esecuzioni sommarie, uccise e seppellite nel famigerato bosco di Rezzo, che in seguito divenne sempre di più un grande scannatoio particolarmente dopo il 25 aprile 1945, e soprattutto divenne un gigantesco cimitero .
Trascorsero alcuni decenni dall’omicidio di Bertoli e un coraggioso avvocato, Gino Sandei del foro di Milano parente dell’ucciso, presenta un esposto-denuncia alla Procura della Repubblica, nell’aprile del 1985. Nell’esposto l’avvocato indica come presunti assassini due fratelli, partigiani di Oneglia , entrambi militanti di una formazione partigiana comunista, Pippo e Massimo Gismondi, al momento pensionati, uno dei quali decorato con grande sfarzo, da Pertini per meriti militari.
Dopo pochissimo tempo, purtroppo, l’accusa verso i due soggetti, sarà archiviata e non ci saranno conseguenze penali di nessun tipo , che si diranno scandalizzati e indignati per questo “attacco strumentale contro la Resistenza”, qualcuno griderà: “ è una manovra strumentale pilotata dai fascisti per sporcare la Resistenza”.
Il fatto curioso, che fa molto riflettere è che uno dei due ammise effettivamente, di aver “sequestrato” delle coperte per proteggersi dal freddo a un certo Nicola Terrucco ma che in quella occasione rilasciò una “regolare ricevuta. alle persone a cui prese le coperte”, inoltre sulla morte del Bertoli qualcuno rilasciò diverse versioni a volte contrastanti: inizialmente i due ex partigiani dissero che non avevano “mai sparato ad un uomo a sangue freddo”, poi che “avevano saputo della morte del brigadiere solo ora” e le ultime due versioni sono un campionario di ipocrisia: “ Bertoli era un delatore giustiziato dopo un regolare processo” e infine “ che era morto in combattimento con onore contro i fascisti”.
Insomma si tentò di seppellire la verità sotto il solito cumulo di menzogne controverse e incrociate, che i comunisti sono così bravi a creare per proteggere se stessi e i loro interessi. Dopo questa buriana, si svolsero molte riunioni tra i “reducisti ad oltranza della resistenza” e si arrivò anche a minacciare le solite denunce per tutelare il buon nome dello stesso Bertoli (sic), dei partigiani imperiesi e della resistenza. Furono sicuramente dichiarazioni involontariamente comiche.
Nonostante l’impegno civile dell’Avvocato Sandei, i due fratelli uscirono indenni dalle accuse perche’ l’omicidio era prescritto e pertanto chi aveva ucciso Umberto Bertoli poté continuare a camminare libero tra la gente ma con la coscienza pesante e le mani lorde di sangue di un innocente ma soprattutto un giusto.
Roberto NicolickQQ

martedì, aprile 03, 2018

Radio Praga




Radio Oggi in Italia
Tra gli ultimi anni 40 e i primi anni 50, cominciò a venire a galla la terribile e vera verità sulle stragi compiute dai partigiani comunisti nel nord Italia, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Liguria, coraggiosi carabinieri e altrettanto coraggiosi magistrati iniziarono ad indagare e ad istruire processi per giustizie sommarie ed eccidi, ruberie e violenze ai danni di fascisti e di persone benestanti che comunque non avevano mai collaborato con il regime repubblichini.
A quel punto migliaia di appartenenti alle brigate garibaldine di ispirazione comunista rischiavano di essere condannati per reati infami che nulla avevano da invidiare alle brigate nere.
Si trattava di oscuri gregari, di commissari politici ma anche di capi partigiani molto rappresentativi che avevano responsabilità anche personali in fucilazioni, torture, violenze e ruberie. Il PCI non poteva permettere che questi uomini andassero alla sbarra quindi decise per il piano B : l'espatrio in una nazione oltre cortina dove non potessero essere raggiunti dalla giustizia Italiana e così avvenne, mentre nelle aule delle Corte di Assise si celebravano decine di processi in contumacia, tutti questi personaggi prendevano la valigia e con il viatico e un piccolo aiuto economico del PCI, partivano frettolosamente per la Cecoslovacchia, che era diventata una cosiddetta repubblica democratica popolare, prima che le sentenze diventassero esecutive e i carabinieri andassero a bussare alla loro porta. Generalmente tutti andavano nella triste e fredda Praga, dove venivano censiti e presi in carico dalla STB, Statna Bezpecnost, la sicurezza di stato, creata nel 1945, sino alla caduta del comunismo, un organo di spionaggio plasmato dai consiglieri sovietici del molto più efficiente KGB.
Il PCI, dopo averli fatti espatriare, non li lasciò soli. Qualcuno di loro lavorò alla Škoda di Mladá Boleslav, in Boemia centrale, a circa cinquanta chilometri a nord-ovest di Praga, alla linea di montaggio della “Spartak”, altri, invece alla fabbrica di birra “Staropramen”.
Ma soprattutto molti latitanti furono usati nel lavoro di disinformazione in “Radio Oggi in Italia”, una emittente mmeglio nota come radio praga, che di Italiano aveva solo il nome, la quale da un luogo segreto, trasmetteva dagli anni ’50.
La speaker dell’emittente, Stella Amici, tanto per fare un esempio, era fuggita dall’Italia all’indomani dei violentissimi scontri di Modena del 1950 tra gli operai delle fonferie riunite e la polizia. In particolare c’era Francesco Moranino, l’ex capo partigiano biellese “Gemisto”, responsabile in particolare della strage dell'ex ospedale psichiatrico di Vercelli e delle numerose esecuzioni sommarie presso il Canale Greggio . Ci fu anche una analoga emittente in lingua francese che però ebbe vita breve, una dozzina di mesi nel 1954 collegata ai comunisti francesi.
I testi delle notizie da trasmettere arrivavano a Radio Italia Oggi, dai giornalisti de “L’Unità” e di “Paese Sera” o, addirittura, da dirigenti del PCI. In particolare Sandro Curzi. Insomma pur se latitanti gli ex partigiani comunisti continuarono a concorrere, pur senza mitra e bombe a mano, ad attaccare l'Italia.
Tuttavia la loro vita non fu facile, dall'Italia il PCI nominò un comitato dirigente di una dozzina di persone per lo più ex partigiani comunisti di Modena e Reggio, vere e proprie “carogne”staliniste, uomini ottusi e molto aggressivi che controllavano e guidavano il gruppo dei latitanti con metodi violentissimi , senza badare troppo alla dialettica, pestando chi non si adeguava alle loro direttive, si era passati dal triangolo della morte di Bologna Modena e Reggio, al triangolo dei pestaggi a Praga. In seguito a queste violenze ripetute alcuni del latitanti si tolsero la vita per non dover sottostare a questi stalinisti che comandavano con il pugno di ferro gli Italiani.
Questa situazione andò avanti per alcuni anni, sino a quando alcuni presidenti della Repubblica, Saragat e Pertini, concessero la grazia a questi latitanti che poterono tornare in Italia e sfuggire alla morsa dei loro aguzzini. La quasi totalità dei latitanti di Praga sono morti e nessuno di loro si ricorda più neppure i nomi, tranne i parenti delle loro vittime innocenti che spesso non sanno neppure dove e come questi assassini hanno sepolto i loro cari.


Roberto Nicolick















lunedì, aprile 02, 2018

Renata Fonte





Renata Fonte

Vorrei ricordare l’impegno civile politico di una giovane donna, Renata Fonte di Nardò provincia di Lecce, assassinata a colpi di pistola da due sicari della  S.C.U. ( sacra corona unita ) ad appena 33 anni nel 1984. Renata nasce nel 1951 a Nardò, si impegna politicamente nelle istituzioni, aderisce al Partito Repubblicano e assume l’incarico di Assessore all’ambiente, in questa veste tenta di impedire la costruzione di alberghi e strutture turistiche in zone di alto interesse ambientale. Contraria alla cementificazione del parco di Porto Selvaggio pagherà con la vita il suo impegno ambientalistico, tre revolverate porranno fine alla sua vita mentre rincasa. Verranno arrestati due killer e i loro mandanti che saranno condannati nei tre gradi di giudizio in modo definitivo. Il suo ricordo attraverso le due figlie, si tramanda attraverso tutta una serie di eventi culturali e di spettacolo, sulla vicenda viene anche fatto un libro, un film , La posta in gioco, nel 98 nasce una associazione “donne insieme” con lo scopo di promuovere la cultura della legalità sul territorio della Puglia, nasce la Rete Antiviolenza Renata Fonte riconosciuta dal Ministero delle Pari Opportunità, a Nardò viene scoperta una stele in suo ricordo e il comune organizza ogni anno una manifestazione con la presenza di Don Ciotti, e alla donna Renata Fonte è stata dedicata un fiore, una orchidea. Se i criminali che l’hanno assassinata volevano anche farla dimenticare hanno assolutamente fallito al contrario hanno creato un mito che si alimenta ogni giorno diventando sempre più forte.
Roberto Nicolick

venerdì, marzo 30, 2018

l'omicidio di Giuseppe Wingler




Giuseppe Wingler

Esponente Repubblichino, determinato e intelligente, di famiglia benestante, già membro dell’ufficio informazioni delle B.B.N.N. ( Brigate Nere ) l’UPI.
In mattinata Giuseppe Wingler si era recato presso l’ufficio di collocamento a chiedere un certificato di disoccupazione, qui era stato riconosciuto da tale Ferro Mauro come uno degli incaricati del carcere di S. Agostino, allorquando egli vi era rinchiuso che lo riteneva responsabile di maltrattamenti verso di lui e altri detenuti. Un certo Tambuscio, impiegato presso L’A.N.P.I telefonò subito la polizia ausiliaria che giunta prontamente sul posto, non lo arrestò in quanto la sua posizione era stata già vagliata e chiarita a suo tempo dalla stessa Questura.
Wingler seccato per il contrattempo, si allontanò dicendo che sarebbe andato in Prefettura a presentare una protesta formale per l’accaduto, forse firmò la sua condanna a morte con le sue rimostranze oppure la sua esecuzione era già stata decisa da tempo.
Quella stessa sera alle 19,45 del 4 dicembre 1945, due agenti in borghese con il famigerato tesserino giallo della “civil police” bussarono porta della sua abitazione, con la motivazione di portarlo in Questura per interrogarlo.
Dei due personaggi si fornirono i connotati che furono messi agli atti. Wingler, pur controvoglia, uscì da casa in compagnia dei due sedicenti agenti, nella stessa serata verrà trovato a terra, ferito gravemente, da diversi colpi di pistola il 4 dicembre 1945 a Savona in Via dei De Mari, accanto all’Istituto Massa.
Il ritrovamento del corpo è fatto, casualmente, da Biagio Savarino, Commissario Aggiunto, capo della squadra politica della questura di Savona, ex partigiano, che successivamente sarà sostituto da un funzionario di carriera, il Commissario Amilcare Salemi.
Savarino trasporta personalmente in auto il ferito all’ospedale San Paolo che purtroppo vi giunge cadavere e secondo la versione fornita dallo stesso Savarino, durante il tragitto non fornisce particolari sull’attentato di cui è vittima e, sempre secondo Savarino non dice chi gli abbia sparato.
La madre della vittima per il dolore della morte del figlio, morì l’anno successivo.
Wingler era un uomo perspicace e acuto, pericoloso per tutto quello che sapeva: andava eliminato anche per questo motivo, aveva avuto contatti con elementi partigiani comunisti che avevano fornito informazioni su resistenti non comunisti . Le indagini, ostacolate e mal dirette, non condussero a nulla.


Brano tratto dal mio prossimo libro, attualmente in lavorazione : IL BOIA UCCIDE IN SILENZIO -Storia degli omicidi della pistola silenziosa.









la strage di Argelato ( Bologna)




Le stragi di Argelato
( Bologna)
Maggio 1945

Tra l'8 e l'11 maggio 1945, a guerra finita, elementi armati di fede comunista inquadrati nella brigata garibaldina “Paolo”, guidata da Marcello Zanetti e Vitaliano Bertuzzi, commisero due differenti stragi di abitanti della zona di Pieve di Cento, persone, uomini e donne, per la stragrande maggioranza non fascisti, anzi alcuni di loro, con sentimenti di intolleranza verso la RSI ma colpevoli di non avere un orientamento comunista e di non voler aderire a questa ideologia.

I massacri preceduti da sadiche torture, ebbero alcune caratteristiche molto particolari, vi furono coinvolti membri di diversi gruppi famigliari, i Costa, i Bonora e i Govoni. Altro particolare inquietante, non vennero usate armi da fuoco, infatti tutte le vittime furono strangolate.

La prima vittima ad essere presa fu una insegnante , Laura Emiliani, in seguito sempre gli stessi “prelevatori”, i partigiani Dino Cipollani e Guido Belletti agli ordini del commissario politico Caffeo, presero Sisto Costa, un anziano notabile suo tempo Podestà a San Pietro in Casale, sua moglie, Adelaide e anche il figlio Vincenzo.

Lo stesso gruppo di poliziotti ausiliari partigiani sequestrarono, arbitrariamente :Giuseppe Alborghetti, Dino Bonazzi, Guido Tartati, Ferdinando Melloni, Otello Moroni, Vanes Maccaferri, Augusto Zoccarato, Enrico Cavallini e Alfonso Cevolani, tutti residenti a Cento. Tutti i civili vennero portati nella sede del Comitato di liberazione, dove in comando era tale Luigi Borghi auto nominatosi “ufficiale superiore della polizia ausiliaria partigiana”.
In quella sede, al riparo di eventuali controlli delle autorità alleate, ebbe luogo una tragica farsa, una specie di tribunale del popolo presieduto da tale Adelmo Benni, che ovviamente giudicò colpevoli tutti i sequestrati e manco a dirlo emise per tutti una sentenza capitale, senza averne nessuna autorità.
Il fratello di Alfonso Cevolani, Guido riuscì ad entrare nella prigione e a convincere i partigiani a liberare suo fratello con cui si allontanò, dopo aver promesso il suo silenzio su quello che aveva visto e cioè i corpi dei prigionieri coperti di sangue a causa delle torture subite.
Il seguito fu come da copione, bastonate sui poveretti irrogate con grande ferocia, predazione dei valori ed effetti personali, spartiti poi tra i partigiani garibaldini e quindi la strage , compiuta strangolando, gesto di inaudita crudeltà, le vittime che poi vennero seppellite la notte del 9 maggio 1945 in una fossa comune in una località segreta.

Ma non era ancora finita, l'11 maggio 1945 , sempre i partigiani comunisti della “Paolo”, saliti su un autocarro iniziarono la ricerca dei componenti la famiglia Govoni, per cui nutrivano un immotivato odio, immotivato in quanto, degli otto fratelli Govoni solo due, Dino e Marino avevano aderito alla RSI.
La prima tappa, la fanno presso la casa del padre dove trovarono solo uno dei fratelli, Marino che prelevarono, quindi si recarono alla abitazione di Ida Govoni, di appena 20 anni, che in quel momento stava allattando la sua bimba , la presero e pestarono il marito che faceva resistenza al sequestro della moglie e che dovette desistere.
I partigiani comunisti raggiunsero il podere di Emilio Grazia, a Pieve di Cento, dove altri Govoni, Emo, Augusto, Ida, , Giuseppe, Primo , inconsapevoli, stavano ballando ad una festa campestre e con la scusa di fare degli accertamenti li convinsero a seguirli.
Mancava all'appello la sorella Maria, l'ottava dei Govoni che essendosi trasferita in altro paese, salvò la sua vita.
L'ultimo prelevamento viene fatto a breve distanza, a San Giorgio di piano nelle persone di : nonno Alberto, il padre Cesarino e il nipote Ivo Bonora, Guido Pancaldi, Ugo Bonora, Alberto Bonvicini, Giovanni Caliceti, , Guido Mattioli, Vinicio Testoni, Giacomo Malaguti , quest'ultimo era addirittura un ufficiale del regio esercito di appena 22 anni, che aveva combattuto contro i Tedeschi a Montecassino, aggregato all'esercito Britannico, noto per essere anticomunista proprio a causa delle atrocità commesse dai partigiani comunisti in quelle zone, per questo motivo, benchè anti fascista fu ammazzato anch'esso dai partigiani rossi.

Poi il camion carico di ostaggi ritorna alla casa colonica di Grazia, dove nel frattempo arrivano molti altri partigiani comunisti. Inizia all'interno della cascina una mattanza infernale, con torture, feroci pestaggi, violenze inaudite, che i partigiani comunisti scatenano su 29 persone inermi.

Non è dato di sapere cosa esattamente, accadde all'interno del cascinale, visto che nessuno sopravvisse pere raccontarlo e poi grazie ad una omertà impenetrabile da parte degli esecutori materiali di queste atrocità, ma è ipotizzabile che diverse decine di persone , a tutt'oggi non identificate, avvisate da qualcuno, giunsero appositamente, per partecipare alle sevizie e agli assassini.

Comunque anche in questa seconda strage non furono esplosi colpi di arma da fuoco e chi sopravvisse alle torture fu strangolato, dopo aver tolto la vita a tutti, gli assassini si divisero i beni delle vittime, occultarono i corpi in due fosse distinte, note solo a loro, si allontanarono nel buio della notte. Su questa strage, nota come l'eccidio di Argelato, calò una cappa di piombo, nessuno doveva sapere chi e come, l'aveva compiuta.

Caterina, la madre dei fratelli Govoni, la famiglia quasi del tutto sterminata, non si stancò mai di cercare la verità, di chiedere giustizia e almeno di conoscere il luogo della sepoltura dei suoi sette figli, e un giorno , un partigiano comunista, tale Filippo Lanzoni, la derise crudelmente in pubblico, dicendole che avrebbe dovuto cercarli con un cane da tartufi.
Si sa che col tempo le coscienze cominciano a pesare, non quelle degli assassini, ma bensì quella di Guido Cevolani, che decise di raccontare ai Carabinieri di Pieve ciò che aveva visto e soprattutto chi aveva visto.

Un coraggioso sottufficiale dei CC, Vincenzo Masala dopo un attento lavoro, portò a termine le indagini, e fra il 49 e il 51, furono trovate tre fosse comuni nella prima c'erano i corpi del primo sequestro , nella seconda 25 corpi ignoti e nella terza i cadaveri del secondo sequestro fra cui i Govoni, tutti con segni evidenti di torture e molteplici esiti di fratture causate delle feroci bastonature , nessuno presentava ferite da armi da fuoco e nessuna pallottola fu rinvenuta, a significare la causa della morte per strangolamento.

La procura di Modena dopo la fase istruttoria fece dei rinvii a giudizio nelle persone di Il processo presso la Corte di Assise, che ebbe luogo dal 1951 al 1953, si concluse con quattro ergastoli, comminati però esclusivamente per l’omicidio del tenente Malaguti, e non per gli altri omicidi. Le pene però, non vennero mai scontate da nessuno, in quanto i principali responsabili erano già riparati all’estero, in Cecoslovacchia. Inoltre l’amnistia Togliatti coprì tutti questi delitti.

Anni dopo, e dopo molte esitazioni, lo Stato riconobbe a Cesare e Caterina Govoni, i genitori la cui progenie era stata sterminata, una pensione di settemila lire: mille per ogni figlio trucidato.

Ancora oggi, idioti privi di ogni dignità umana vanno a scrivere stupidaggini sui manifesti commemorativi dei Govoni.

Roberto Nicolick



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domenica, novembre 12, 2017

la lettera anonima Veritas inviata al ministro dell'Interno Scelba e alla procura di Genova

Lettera anonima firmata Veritas

Questa lettera, anonima, in diverse cartelle dattiloscritte con una macchina professionale, è stata inviata alla Corte di Appello di Genova e al Ministro dell'Interno, all'epoca Scelba, in busta gialla commerciale e con la scritta in alto a sinistra “Espresso”, anche l'affrancatura è tale da consentire una consegna veloce della missiva.
La data riportata in alto è 10 luglio 1948, periodo in cui lo Stato democratico iniziava attraverso i suoi apparati, magistratura e forze dell'ordine, a indagare e ad istruire processi, finalmente legali, su decine e decine di omicidi ed esecuzioni sommarie in Savona e non solo.
Ad una attenta lettura le cartelle danno una chiara immagine della situazione che va dal 25 aprile 1945 sino al 48, descrivono il clima di terrore in cui era immersa Savona, i fatti criminali che avvenivano praticamente giornalmente, gli omicidi eccellenti, primo fra tutti quello del Commissario Amilcare Salemi, e soprattutto fa dei nomi, ovviamente da prendere con le dovute riserve, ma l'estensore o gli estensori della missiva anonima appaiono molto bene informati sul clima politico Savonese, sui fatti, sulle dinamiche, sui funzionari di polizia che vorrebbero fare il proprio dovere cosa che gli venne impedita con la minaccia delle armi.
Soprattutto tratta degli agenti della polizia ausiliaria partigiana, che avevano occupato la Questura di Savona, ne fa i nomi e le funzioni, elenca le loro caratteristiche e la brigata partigiana di provenienza, la loro elevata pericolosità e la loro arroganza nel gestire il potere e li definisce non affatto estranei a tutti questi misfatti che piegarono Savona sotto una ventata di follia e di terrore.
Leggendo a posteriori questa missiva, scritta molto bene e con ottima sintassi, liberamente consultabile presso gli Archivi di Stato, dopo aver visto l'evoluzione della storia politica di Savona si comprende che quegli anni furono come uno snodo ferroviario, superato il quale abbiamo corso il pericolo di affrontare un destino ed una storia nefasta e fuori dalla storia.
Fu grazie a degli uomini come Amilcare Salemi che le cose andarono diversamente, infatti non dobbiamo dimenticare che il coraggioso funzionario di polizia, uomo veramente illuminato per quei tempi, appena insediatosi a capo della squadra politica in Questura a Savona, licenziò una quindicina di agenti ausiliari , fra i più pericolosi, a causa dei loro precedenti penali e del loro comportamento violento. Questa fu una delle concause che gli valse la condanna a morte da parte degli assassini della pistola silenziosa.

Roberto Nicolick








venerdì, novembre 10, 2017

relazione tecnica dell'arma che uccise il Commissario Amilcare Salemi

 Il 16 novembre del 1946, presso il Ristorante Genova in Piazza del Popolo venne assassinato con un solo e preciso colpo di pistola il Commissario Amilcare Salemi, dirigente della squadra politica della Questura di Savona. Il Commissario stava finendo di cenare e conversava con la padrona del ristorante e sua figlia, quando qualcuno lo colpì alle spalle con la famigerata pistola con silenziatore. Un'arma che tante vittime farà a Savona nell'immediato dopoguerra, impugnata da partigiani comunisti. Lo scopo dell'omicidio del Commissario Amilcare Salemi era quello di impedirgli di proseguire nelle indagini di tutti quegli omicidio che per due anni avevano insanguinato Savona, noti come gli omicidi della pistola con il silenziatore che terrorizzarono la città. Particolarmente interessante è la relazione tecnica allegata redatta da un ufficiale dell'esercito che partendo dall'ogiva della pallottola trovata nel corpo del povero Salemi darà un volto tecnico all'arma usata con il silenziatore.

Roberto Nicolick