venerdì, settembre 18, 2015

IL RAPIMENTO DI TULLIA



Tullia Kauten
5 marzo 1980
Tullia è una giovane donna di 43 anni, si occupa di commercio, e gestisce nel milanese, assieme alla famiglia una grande ditta di import export di abbigliamento, la donna è una manager molto attiva e dinamica, che ha scelto di sposare il lavoro. Ha solo un cagnolino che la segue sempre, un bassotto nero a pelo ispido che si chiama Ticonderoga, sembra un nome buffo, in realtà è una località dove si svolse un episodio della Guerra di Indipendenza Americana.
Una sera, intorno alle 19,30 esce dalla ditta e con il suo fidato cagnolini, raggiunge la sua BMW posteggiata poco lontano, non ci arriverà mai, sarà rapita e portata via da una banda dedita ai sequestri di persona. Viene caricata su una 132 FIAT rubata in centro a Milano poche ore prima. Il cane , nel corso del sequestro, scappa in azienda, raggiunge la porta e guaisce attirando l’attenzione del personale che trovano l’auto della manager con le portiere chiuse, alcuni pacchetti sui sedili e un bottone del cappotto della donna. Subito scattano le ricerche con numerosi posti di blocco. Il timore è che faccia la fine di una precedente rapita, Enrica Marelli che morì per gli stenti subiti nel rapimento. L’auto usata per il sequestro sarà ritrovata al quartiere della Barona, con a bordo la borsa nera della donna, il suo passaporto e altri  documenti.
La donna viene portata a Savona, chiusa in una cassa di legno e segregata in un appartamento in Via Lichene, a pochi metri dalla Caserma dei Carabinieri. Nella casa è stata ricavata un stanzetta insonorizzata, con pochissimi mobili, la poveretta verrà legata con una catena alla brandina, le metteranno dei tappi di cera nelle orecchie per impedire che ascolti le conversazioni dei complici dei rapitori, tuttavia la Kauten riuscì pur se chiusa nella cassa di legno a contare i gradini della scala e questo sarà di aiuto alle indagini.
Al sequestro partecipano con diversi ruoli una dozzina di persone, uomini e donne, tutti affiliati ad un clan appartenente alla  malavita organizzata Calabrese e con base a Platì. Le indagini e le ricerche vengo portate avanti in coordinazione tra la  Questura di Milano e quella di Savona per competenza territoriale visto il luogo della prigione. La richiesta del riscatto ammonta da un miliardo di lire, che viene pagato. Ovviamente tutte le serie delle banconote consegnate agli emissari dei rapitori sono annotate mentre le indagini vanno avanti. La donna verrà tenuta in prigionia per ben 120 giorni, si ammalerà e sarà curata da un medico compiacente e poi liberata nelle campagne di Buccinasco.  Due coppie residenti a Savona una delle quali proprietaria, avevano l’onere di sorvegliarla e darle da mangiare, verranno arrestati poco dopo la liberazione dell’ostaggio.
 I rapitori inoltre commettono un errore imperdonabile, si recano al mercato scoperto del lunedì a Savona e passando da diversi ambulanti comprano merce per poche migliaia di lire pagando con biglietti da centomila, lo scopo è chiaro, vogliono riciclare il denaro del riscatto o parte di esso. La manovra non passa inosservata, vengono pedinati e poco per volta portano gli inquirenti sulle tracce di tutti componenti della banda che vennero arrestati in pochi giorni a Savona, Varazze, Reggio Calabria dove erano le menti del sequestro e in altri piccoli centri della Calabria, anche la donna di servizio della Kauten è arrestata, pare che sia la basista. A Milano fu arrestata una donna Pugliere, anch’essa coinvolta,   aveva con sé 12 milioni, e in casa deteneva numerosi reperti archeologici di grande valore. L’ultimo dei rapitori fu preso ad Aosta dopo due anni di latitanza. Della cifra pagata per la liberazione della imprenditrice furono recuperati 180 milioni in un appartamento in una località di montagna e 280 milioni a Milano. Questo rapimento fu il segnale chiarissimo che la ndrangheta stava mettendo radici in Liguria. 
Nell’82 iniziarono finalmente i controlli nelle banche da parte della Guardia di Finanza.


sabato, settembre 12, 2015

QUATTRO COLPI SECCHI



Quattro colpi nella notte
Quattro colpi secchi rompono il silenzio di una notte a luglio negli anni settanta, Savona, i colpi provengono dall’interno di un appartamento al quinto piano di un palazzo ottocentesco in centro, a poca distanza dal mare. Una mauser 7,65 impugnata da un uomo ha appena spezzato la vita di un ragazzino, suo figlio e di una giovane e bella donna , sua moglie. Poi seguendo un copione che si vedrà spesso nelle cronache, l’arma verrà puntata su di sé, e farà fuoco due volte, raggiungendo il suo scopo solo al secondo tentativo. I tre protagonisti di questa tragedia e le loro famiglie appartengono a dei livelli sociali elevati, alla cosiddetta buona borghesia. I famigliari della ragazza, il giorno successivo, allarmati dal silenzio della figlia, inviano degli amici che trovando la porta sbarrata, si calano con l’attrezzatura da arrampicata dal tetto  entrando da una finestra nell’appartamento, appena visti i corpi privi di vita, chiamano la polizia che non può fare alto che constatare l’accaduto. Nella casa si trovano un certo numero di armi da fuoco, regolarmente denunciate. Come in altri casi, verrà spontanea la perplessità sulla presenza di tutte queste armi nella disponibilità di una persona che , in quel periodo, non brillava certo per equilibrio psicologico. Chi ha sparato, infatti, era in cura presso uno psichiatra per una serie di disturbi, era molto cambiato, da persona allegra e conviviale era diventato cupo e poco incline al sorriso, forse per il lavoro imprenditoriale che lo sovraccaricava di responsabilità. Qualcuno dirà che si è trattato di un , al di là delle spiegazioni a posteriori, tre persone sono morte tragicamente, tre persone che potevano avere tutto dalla vita, ricche di intelligenza e di potenzialità, tutto a causa di una malattia che divora l’anima dall’interno che spinge a commettere gesti orrendo come questi. Terminati i rilievi di polizia giudiziaria, i tre corpi con l’autorizzazione del Magistrato, furono trasportati all’obitorio e composti per il funerale che si svolse in forma strettamente privata. Vennero inumati uno accanto all’altro in tre loculi vicini. La città tutta fu impressionata da questa strage e ancora oggi molti passando per la via centrale dove si affaccia il palazzo della tragedia, alzano lo sguardo per guardare la facciata in stile liberty e le finestre di quel quinto piano.
Roberto Nicolick



CRISTINA....un cold case


Cristina
Per anni aveva aiutato la madre e il padre, nella gestione di  una piccola  gioielleria in centro a Savona, poi deceduti i genitori, aveva ceduto l’attività, continuando il suo lavoro come impiegata in ente pubblico. Cinquantenne, alta e magra, con gli occhi sporgenti e i capelli di un vistoso colore rosso, la si vedeva passeggiare per le vie dello struscio savonese, dopo la separazione dal marito in compagnia del suo cagnolino. Era una figura caratteristica della città. In estate si sedeva sulle panchine dei giardini della piazza della ex stazione per sfuggire al caldo, oppure per cercare qualcuno con cui scambiare qualche parola, preferibilmente uomini. La donna era invalida civile per un deficit visivo, pareva non avere svaghi particolari, fumava molto e giocava al lotto e basta. Abitava in un appartamento all’angolo tra Via Luigi Corsi e Via Guidobono, al secondo piano, da dove la si notava  affacciata a guardare la strada, come se aspettasse qualcuno.
Questa era l’immagine pubblica, in realtà c’erano altri interessi, la donna era una accanita giocatrice, inseguiva i numeri ritardatari, spesso perdeva cifre rilevanti e qualche volta vinceva, era cointeressata nella compravendita di oggetti antiquariato e in oro, era attratta dal mondo della divinazione e dell’occulto, progettava di leggere lei stessa i tarocchi a richiesta infatti aveva anche messo un annuncio sui giornali, consolidava le amicizie occasionali che faceva anche per strada, soprattutto quelle maschili .
In una mattina di settembre del 2006 , una sua amica dopo averle telefonato inutilmente diverse volte, pensando al peggio, telefona il 118. Alle 12,30 circa, Cristina verrà trovata distesa sul letto in un lago di sangue, con alcune profonde ferite da arma da taglio al collo e al petto, un cordoncino stretto attorno al collo , molte ecchimosi segnano i suoi arti e il tronco, schizzi di sangue macchiano le pareti, la casa  è a soqquadro e la televisione è accesa con il volume alto. L’autopsia stabilirà la morte nella notte tra il 23 e il 24 settembre, confermerà che qualcuno l’ha colpita con violenza e che lei si è difesa, almeno per quanto ha potuto, il setto nasale è fratturato, è stata colpita con un coltello che ha provocato vaste emorragie e infine è stata strangolata con un cordoncino da tenda. L’arma del delitto è a terra e viene esaminata. Chi l’ha uccisa non ha rubato nulla dall’appartamento, nonostante nella casa fossero presenti una somma di denaro e gioielli.
Da subito si sospettò di due persone che frequentavano la sua casa, un pregiudicato e un promotore finanziario e anche di un tossicodipendente con cui lei ebbe una vivace discussione ai giardini, ma risultarono tutti estranei al fatto. Si cercò fra le sue numerose frequentazioni maschili e si stabilì che la donna riceveva nel suo appartamento, non sempre questo avveniva per motivi legati al sesso o per denaro. Anzi qualcuno dei suoi non era sicuramente prestante dal punto di vista sessuale. La donna frequentava molti uomini, per lo più maturi, spesso conosciuti per strada o ai giardini, il che li rende invisibili agli inquirenti. Ipotizzando che l’assassino si trovi tra di essi si comprende  la difficoltà a identificarli.
Nel 2008 la procura chiese l’archiviazione. Nel maggio del 2009 si completarono alcune indagini scientifiche, dopo aver controllato i tabulati telefonici, si esaminò il sifone e lo scarico dei lavandini della casa ed in effetti si trovarono tracce di DNA , la cui quantità non permetteva di fare comparazioni con quelle di un eventuale sospettato. Si filmò anche la Messa in suffragio per non lasciare nulla di intentato. Dopo due anni e mezzo di indagini serrate dal delitto, senza alcun risultato,  la polizia iniziò a perdere le certezze iniziali. Ancora oggi, questo omicidio va a sommarsi quelli che sono avvenuti a Savona e zone limitrofe e che non hanno un responsabile. Un altro assassino in libertà.


Roberto Nicolick

sabato, agosto 22, 2015

l'uccisione di Bonifazio Brandani

La sparizione di Bonifazio Brandani

Bonifazio Brandani, nasce  il 22 novembre 1921 a Crasciana di Bagni di Lucca , un piccolo centro a 800 m.s.l. , nel 1940 allo scoppio della seconda guerra mondiale, riceve la chiamata alle armi e viene inviato a Fiume, attualmente Rijeka, come guardia di frontiera, successivamente con il suo reparto va in Jugoslavia. Dopo l’8 settembre del 43, fa ritorno a Fiume dove viene, come molti altri militari Italiani, preso dai Tedeschi e tradotto in Germania a svolgere lavoro coatto. Qui la vita era molto dura, vitto scarso, continui attacchi aerei alleati, lavoro con ben poco riposo. Gli si offre una opportunità: quella di arruolarsi in uno dei reparti della R.S.I. che si stanno formando a Grafenwöhr  in Baviera. Brandani non è un fascista convinto, vuole solo fuggire dalla prigionia e tentare di tornare in patria a Casa sua, in una condizione civile. Aggregato alla Divisione San Marco raggiunge la Liguria, e viene distaccato con un piccolo reparto nell’entroterra di Finale Ligure, dove secondo alcune testimonianze, conserva un atteggiamento assolutamente non violento e salva la vita ad alcuni partigiani di Spotorno. Dopo il 25 aprile 1945, collabora con le formazioni partigiane di Cairo Montenotte per una ricostruzione dei tessuti civili della zona. Inizia una relazione con una ragazza di Bardino Vecchio , Ernestina Fontana detta Tina, con cui si fidanza , la donna abita a Bardino Vecchio, comune di Tovo S. Giacomo, dove spesso Brandani si reca per incontrarla. A maggio del 45, mentre era in compagnia della fidanzata, viene avvicinato da alcuni partigiani, due fratelli di Calice , tali Cesio Pierino e Giuseppe, oltre che da Folco Carlo di Bardino Vecchio. Queste persone con la scusa di avere dei chiarimenti da Brandani, portavano entrambi al comando partigiano di Calice. Qui egli veniva accusato di essere un criminale di guerra e trattenuto. Il giorno successivo, la sua fidanzata era rilasciata, mentre egli era prelevato dalla polizia ausiliaria partigiana di Finale ligure, il cui capo era Genesio Rosolino “tigre”, un nome che fu al centro di alcune inchieste per esecuzioni sommarie di presunti fascisti.  Da quel giorno, Bonifazio Brandani svanì nel nulla, senza lasciare traccia. Ci fu un esposto del padre dello scomparso, Stefano, che diede l’avvio ad una indagine del Carabinieri conclusa nel giugno del 49. Tale indagine si scontrò contro un muro di omertà e di testimoni che improvvisamente non ricordavano nulla di preciso e affermavano che “erano tutte dicerie”. Il rapporto dei CC di Finale Ligure a firma Maresciallo Capo Alfredo Tonelli, concludeva con questa frase .
A tutt’oggi agosto 2015, il suo corpo non è stato mai ritrovato,  vale la pena riferire delle voci sul motivo della sua morte, che non è da collegare alla lotta di Liberazione : queste voci parlano di una feroce gelosia di un partigiano, dello stesso paese della Tina, la quale lo avrebbe respinto e soprattutto, gli avrebbe preferito un forestiero, appunto Brandani, che  in effetti era Toscano. Da qui la rabbia e l’omicidio, motivato formalmente dal fatto che Bonifazio era un ex San Marco. Non è un caso che fra i tre partigiani che sequestrarono la coppia, ci fosse un abitante di Bardino Vecchio e altra terribile coincidenza, Tina fu rilasciata mentre il suo fidanzato sparì dalla faccia della terra. Posso solo immaginare il trattamento che fu riservato a Brandani e quello riservato alla Tina che riuscì a scampare alla morte a prezzo di chissà cosa tutti noi sappiamo. Leggendo l’esposto manoscritto dal padre dello scomparso, non posso non commuovermi leggendo una espressione che mi ha colpito . Quest’uomo oramai senza speranza di ritrovare il figlio ancora vivo, chiedeva anzi urlava che venisse rispettata la Legge, quella vera.

Roberto Nicolick



mercoledì, luglio 15, 2015

La battaglia della cascina Spiotta di Arzello -Melazzo ( AL )



Labattaglia della  Cascina Spiotta
Arzello di Melazzo ( AL)

Il mio scooter percorre la provinciale da Savona in direzione di Acqui Terme, il sole dardeggia implacabile, il termometro segna 38 gradi, un forte calore quasi tangibile sale dall’asfalto, svolto a sinistra per Melazzo, dopo circa due chilometri  giro nuovamente a sinistra, imboccando una salita in pendenza elevata che porta ad una costruzione ad un piano, con l’intonaco bianco, recintata da un alto muro con un ingresso protetto da un cancello in ferro battuto, poco più in là scorgo una edicola sacra con una Madonna.
Una stradina interna con delle giare allineate, conduce davanti ad una casa isolata in mezzo ad un parco in salita:  ecco la cascina Spiotta, località Arzello di Melazzo, un luogo dove nel giugno del 1975 avvenne  una parte importante della storia degli “anni di piombo”, cioè del conflitto che contrappose lo Stato ad un gruppo armato , organizzato e spietato di terroristi, le Brigate Rosse.
Noto che la posizione è molto rilevata rispetto alla pianura sottostante, tanto da poter osservare agevolmente il traffico della provinciale da Savona e da Acqui Terme e oltre, per circa un chilometro di distanza. La cascina ora, appare completamente ristrutturata, un tempo, non tanto lontano, era una base operativa delle BR, acquistata dai terroristi rossi nel 1972 per pochissimi milioni,da Mara Cagol una dei leader delle Bierre, l’acquisto all’epoca avvenne sotto falso nome.
 Alcuni abitanti del posto raccontano  che un personaggio, dai tratti somatici simili a  Renato Curcio, altro capo carismatico e cofondatore delle Bierre, spesso si recava in auto, sul colle prospiciente la Spiotta, il Monte Crescente, da dove si godeva una vista prospettica molto maggiore sul territorio sottostante.
Il monte Crescente  è tuttora occupato da una antica e strana fortificazione a forma esagonale, denominata Tinazza, oltrechè una cascina diroccata. Secondo alcuni testimoni, il capo brigatista, accompagnato da una donna, sui trenta anni  frequentava il posto con una  assiduità. Inoltre alcuni forestieri che potevano essere ascritti anch’essi al gruppo terroristico, erano stati notati ad acquistare alimenti nei paesi limitrofi : Ponti, Montechiari, Calamandrana, Strevi etc.
 Curci e Mara Cagol , essendo una coppia potevano e volevano apparire come in cerca di privacy, ma  stranamente avevano un comportamento freddo e distaccato, e soprattutto non si scambiavo effusioni come invece facevano le altre coppiette che frequentavano la zona, inoltre, sempre a detta di alcuni sul sedile posteriore dell’auto si poteva notare un binocolo. La zona era comunque strategica e non scelta a caso.
 Un’altra voce mai confermata infatti, parla di un tunnel che collegherebbe la sommità del monte Crescente con i pressi della Cascina Spiotta . Leggende a parte, la cascina Spiotta era stata scelta come base da cui partire per rapire un giovane imprenditore, figlio di una nota e ricca famiglia Piemontese, i Gancia, della omonima azienda di Canelli: il giovane era Vallarino.
 I Brigatisti valutavano, per la liberazione di Vallarino Gancia, di pretendere un miliardo in prima battuta e mezzo miliardo in caso di ritardo nel pagamento della prima tranche, dimostrando in questo caso, un bello spirito imprenditoriale.
La cellula brigatista che avrebbe detenuto il Gancia, presso la cascina, era formata da Mara Gagol, la moglie di Curcio, e un altro terrorista. Le BR,nell’immediatezza del sequestro Gancia,  avevano creato anche una sorta di pattugliamento della zona, effettuato da auto su cui viaggiavano uno o due fiancheggiatori, non coinvolti direttamente nel rapimento, con il compito di segnalare tempestivamente la presenza dei Carabinieri.
I fatti successivi, almeno nella versione ufficiale sono noti e riportati dai media : La casualità mise i bastoni fra le ruote dei terroristi, il giorno stesso del sequestro, due fiancheggiatori delle BR, incaricati di controllare il territorio, ebbero un incidente stradale tra Canelli e Cassinasco.
Per il timore di essere identificati dalla polizia , si offrirono  di pagare i danni, senza passare attraverso le assicurazioni e si allontanarono velocemente, dopo aver firmato una dichiarazione di responsabilità,  senza aspettare i rilievi della Polizia Municipale, creando nei presenti molti sospetti. Uno dei due, Massimo Maraschi, venne poi fermato dai Carabinieri a Canelli, che immediatamente  si dichiarò “prigioniero politico “. Questo soggetto era già noto al Nucleo anti terrorismo del Gen. Dalla Chiesa. Tutto ciò insospettì molto gli investigatori che si misero in stato di all’erta, in previsione di qualche azione terroristica, non meglio precisata.
Dopo qualche ora, scattò comunque il sequestro del giovane Gancia, che avvenne con le seguenti modalità : fatto rallentare da un finto cantiere stradale, fu tamponato da  un’auto dei terroristi che con un martello mandarono in frantumi il lunotto posteriore della sua auto, sotto la minaccia di un mitra, venne  trascinato fuori  e caricato su un’altra auto, quindi portato alla Spiotta. I fatti successivi avvennero con una rapidità incredibile.
Un informatore aveva segnalato la presenza di personaggi sospetti, probabilmente brigatisti rossi alla Spiotta, inoltre sul tetto della cascina si notava anche una antenna ricetrasmittente e ogni tanto si sentivano delle raffiche, segno di addestramento con armi automatiche.
In base a questa informativa i Carabinieri, iniziarono a battere il territorio e la Compagnia di Acqui inviò in zona una pattuglia di Carabinieri, tre in uniforme e uno in borghese, su un’auto priva di contrassegni , una 127 blu. Facevano parte della pattuglia il Tenente Rocca, il Marescialli Catafi e gli appuntati D’alfonso e Barberis. Dopo aver controllato alcune cascine di Arzello, arrivarono alla Spiotta ed entrarono nel cortile, trovandovi due autovetture parcheggiate. Tre componenti la pattuglia salirono a piedi sino alla cascina, mentre un quarto, il Barberis, bloccava la strada in discesa poco più in giù in attesa di ordini.
Gli occupanti della casa, furono colti di sorpresa dalla presenza dei Carabinieri, forse perché il brigatista di sentinella si era addormentato. Mentre l’ufficiale aggirava la casa, scorse una donna dietro le persiana del primo piano che lo osservava, contemporaneamente  il maresciallo Catafi bussò all’ingresso a piano terra che si aprì e apparve un uomo alto e snello, il quale chiese cosa stesse succedendo. Il Sottufficiale chiese all’uomo di uscire per qualificarsi, e a quel punto accadde l’inferno: l’uomo tolse la sicura ad una bomba a mano, SRCM, e la scagliò contro il tenente che nel frattempo si era avvicinato al suo sottufficiale , il Tenente Rocca  alzò il braccio sinistro in un gesto istintivo. La granata esplose e gli tranciò di netto l’avambraccio ferendolo anche all’occhio sinistro.
Quindi tre brigatisti, un uomo e due donne uscirono correndo nel cortile, ingaggiando un conflitto a fuoco con il Maresciallo Cattafi, ferito dalle schegge della bomba, sempre muovendosi velocemente colpirono mortalmente l’appuntato D’Alfonso, salirono sulle loro auto e scesero verso la provinciale per Acqui trovandosi la strada sbarrata dall’auto civetta dei Carabinieri presidiata dall’appuntato Barberis che intimò loro l’alt, spianando la pistola di ordinanza
I tre finsero di arrendersi, ma lanciarono un’altra bomba , il carabiniere la evitò abbassandosi di scatto e sparò al terzetto, una donna  cadde colpita, mentre gli altri due fuggivano nel bosco facendo perdere le proprie tracce. Su una delle due auto si trovarono delle tracce di sangue, segno che l’uomo era stato ferito.
Più su, finito la scontro a fuoco, il Maresciallo Catafi trascinava il tenente ferito verso la strada per Melazzo  fermava l’auto del portalettere e vi caricava Rocca  portandolo all’ospedale di Alessandria. Arrivavano rinforzi da Acqui Terme e Alessandria che irruppero nella cascina, liberando Vallarino Gancia che vi era tenuto prigioniero.
 Il bilancio di quella che sarà definita la battaglia di Arzello, fu pesante, un carabiniere caduto, un altro ferito gravemente e uno più leggermente, mentre i Brigatisti avevano perso una importante base operativa e soprattutto avevano perso un capo , Mara Cagol, la donna che in Val di Non, aveva sposato Renato Curcio, una donna con un curriculum terroristico di spicco, che aveva addirittura  partecipato  all’assalto del Carcere di Casale Monferrato per fare evadere suo marito ivi detenuto.
La Spiotta venne prima sequestrata e poi messa in vendita e comprata da un ignoto acquirente.
Il comandante della pattuglia dei Carabinieri , il Ten. Rocca gravemente ferito prese un braccio e un occhio, fu decorato al Valor militare e in seguito raggiunse il grado di Generale dell’Arma Benemerita, analoga decorazione ed encomi ebbero gli altri componenti la pattuglia.
Da anni, a inizio giugno, qualcuno che nessuno vede mai oppure finge di non vedere, sale la collina e depone un mazzo di rose rosse sul cancello della cascina Spiotta.
A Melazzo, nel 95, un tentativo di intitolare la scuola locale al Carabiniere D’Alfonso, provocò delle polemiche pretestuose da parte di un pensionato il quale affermò che l’intitolazione avrebbe potuto creare pericoli di attentati all’edificio scolastico.
Maraschi , il guidatore imprudente delle BR, fu l’unico ad essere processato e condannato a 27 anni di carcere anche se non fu presente materialmente al conflitto a fuoco.
Su questa vicenda un giornalista scrisse un libro. Questa vicenda illuminò in tutta la sua pericolosità il fenomeno terroristico delle Bierre e di altri soggetti con le medesime finalità eversive. Molti servitori dello Stato caddero nell’adempimento del loro dovere. Lo Stato e le forze dell’ordine dovettero iniziare una profonda riorganizzazione per poter affrontare questi gruppi e per poterli disarticolare, dopo anni di indagini, di scontri a fuoco e di processi, lo Stato Democratico ne uscì vittorioso, grazie ai suoi uomini che seppero agire con efficacia e con professionalità. 

Roberto Nicolick